Scalfari e la sua dannata presunzione (seconda puntata)

Errare è umano, ma Scalfari è decisamente diabolico…  Dopo aver letto l’editoriale di domenica 29 u.s. su Repubblica, dove Scalfari dava notizia di una abolizione del peccato da parte di Papa Francesco, ho subito sentito forte il bisogno di scrivere contro questo modo di leggere in maniera pretenziosa e provocatrice l’azione papale, nella lunga lamentazione dell’anziano fondatore di Repubblica.

Oggi arriva una ben più autorevole smentita allo scrittore del libro “L’uomo che non credeva in Dio”. 

Padre Federico Lombardi, gesuita e direttore della sala stampa vaticana, in un’intervista a Radio Vaticana smonta ogni ragionamento astruso e sconclusionato di chi ha ormai evidentemente deciso di fornirci la lettura del pensiero papalino, senza averne ricevuto l’incarico. 

E’ oltremodo comico poi leggere come Scalfari ringrazi p.Lombardi “per l’attenzione che pone al mio lavoro e al mio pensiero“. Peccato però che a leggere tutta la lunga dichiarazione del direttore della sala stampa si coglie un’altra sfumatura. Quando padre Federico dice

«vorrei dire che il fatto che Scalfari abbia dedicato di nuovo un lungo editoriale a Papa Francesco e al suo insegnamento è un segno della grande attenzione che lui, ma oltre a lui, l’intero mondo laico, sta dedicando al Papa»

non è proprio automatico leggervi un apprezzamento al lavoro di Scalfari, quanto più una riprova della bontà dell’azione di Papa Francesco, che è riuscito a smuovere le menti e le coscienze anche di chi, come Scalfari e tanti altri, non si curavano affatto dell’azione del Papa prima di lui.

Ma leggiamo ancora la dichiarazione di p. Federico, relativa a un altro passaggio dell’articolo di Scalfari, in cui egli fa riferimento alla conversazione avuta con Papa Francesco e, in particolare, ad una risposta da lui ricevuta circa la capacità umana di pensare Dio una volta estinta la vita sulla Terra. Risposta che, a suo dire, sarebbe stata “la divinità sarà in tutte le anime e tutto sarà in tutti”… ecco come risponde padre Federico:

«anche qui si vede come la cultura umanistica, la riflessione di Scalfari non si trovi sempre a suo agio in campo biblico-teologico, perché qui evidentemente si tratta del fraintendimento di una risposta che il Papa gli aveva dato nel colloquio, in cui proprio alla domanda sulla fine della realtà di questo mondo, il Papa faceva riferimento al capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, versetto 28, che è un luogo molto famoso della Scrittura, in cui si parla delle ultime realtà e in cui si dice che “Dio sarà tutto in tutti”. Quando tutto sarà stato sottomesso a Dio Padre dal Figlio, allora Dio sarà tutto in tutti. E questo diventa invece, nella lettura di Scalfari, una realtà invece di tipo panteistico. Egli scrive: “La divinità sarà in tutte le anime e tutto sarà in tutti”. Questo certamente non è quanto la Scrittura ha in mente, né il Papa aveva in mente».

Però, a leggere la notizia che Scalfari da della dichiarazione di p. Federico, pare quasi che il gesuita ne abbia tessuto abbondanti lodi!

Se non bastasse quanto letto sopra, chiudo con le ultime parole di p.Federico, il quale rileva un altro errore commesso dall’illustre presuntuoso:

«Un’altra inesattezza evidente in questo articolo è che Scalfari dice che il Papa ha canonizzato Sant’Ignazio di Loyola e, invece, come tutti sappiamo, nei giorni scorsi ha canonizzato Pietro Favre, che era il primo compagno di Sant’Ignazio di Loyola e Ignazio di Loyola era già Santo della Chiesa da diversi secoli. Quindi, credo che bisogna stare attenti a continuare un dialogo, ma ad approfondirlo in modo tale che non ci siano degli equivoci e ci si capisca veramente».

 

ALLA PROSSIMA PUNTATA!Image

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Contro il sensazionalismo di Eugenio Scalfari. Ovvero Scalfari e la sua mania di volerci spiegare chi è Papa Francesco.

Oramai è un po’ di tempo che non leggo più i panegirici del vecchio di Repubblica, Eugenio Scalfari: ebbi la spiacevole occasione di conoscerlo qualche anno fa, alla presentazione del suo brutto libro “L’uomo che non credeva in Dio”, spiacevole in quanto manifestò tutta la sua arroganza e presunzione tacciando ogni domanda del pubblico di inadeguatezza, prima ancora che essa venisse posta!

Ora Scalfari pare aver trovato una nuova occupazione: Papa Francesco. Sinceramente, conoscendo l’uomo Scalfari, trovo veramente difficile leggere le parole di questo pseudo-filosofo radical-chic e non intravvedervi una sorta di continua provocazione ai cristiani, che hanno fino a oggi retto il confronto con gente come lui, che non ha mai creduto in Dio, salvo poi avere su di Lui una parola in più di un parroco durante l’omelia domenicale.

Mi viene in mente un pensiero ricorrente tra i tanti che mi affollano la mente: in Italia abbiamo il dono di essere onniscenti: in Italia tutti allenatori di calcio, tutti arbitri, tutti medici, tutti archeologi, tutti di tutto! Ogni mattina, oltre al caffè, prepariamo la dose quotidiana di lingua da ficcare in ogni argomento, per dare la più giusta e definitiva sentenza sulla qualunque. Quando il Papa, nel suo Magistero, dava la sua definizione in una controversia religiosa, teologica o liturgica, si diceva che quell’argomento non potesse considerarsi più “libere disputata”, in quanto bisognava, e bisogna sottostare al detto papale. L’esempio che ho appena fatto non è casuale (o causale?). Scalfari, quando parla, pare che abbia la supremazia magisteriale in ogni argomento.

In un ultimo pistolotto, pubblicato ogni domenica (omelia?) dal quotidiano di de Benedetti, Scalfari usa un titolo che è davvero degno del peggior rotocalco scandalistico:

“LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO HA ABOLITO IL PECCATO”

e porta a testimoniare questa frase assolutamente priva di fondamento, lo stesso Santo Padre, il quale pare abbia annunciato questa notevole rivoluzione addirittura all’interno dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, del novembre scorso.

Non mi dilungo in una serie di considerazioni per definire i vaneggiamenti di questo signore, che arriva a collocare l’apice della contabilità del peccato umano nelle pagine dell’Antico Testamento, contrapposto all’amore compassionevole e misericordioso di Dio nel Nuovo Testamento. Chi ha mai avuto modo di discutere con un ateo, sa perfettamente che questa è la classica argomentazione di chi contesta le supposte incongruenze nella Bibbia e però non l’ha mai neanche sfogliata.

Un paio di cose però volevo sottolinearle:

chi ha mai aperto il vangelo di Giovanni, al capitolo 20, versetto 23, troverà Gesù  che dice: «a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Di per sé basterebbe questo a far capire quanto sia ridicolo e pretestuoso il titolo sensazionalistico di Scalfari.

L’Evangelii Gaudium traccia la linea del percorso che Papa Francesco intende imprimere alla Chiesa universale; è permeata dalla prima all’ultima pagina, di quella spiritualità gesuitica che solo chi conosce realmente i Gesuiti può cogliere. Chi invece rimane limitato ai soliti luoghi comuni, partorisce idee senza senso. In ogni pagina si trova una visione “nuova” della Chiesa: una visione che è figlia di quel Vaticano II di cui Papa Francesco è assoluto continuatore, assieme ai suoi predecessori! Così come fu per Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Papa Francesco si colloca in assoluta continuità con quanto è stato pensato, scritto, elaborato e innovato in quella grande fucina di rinnovamento che aprì una grande stagione per la Chiesa Cattolica, e che continua ancora oggi. Continua grazie a uomini come Francesco e i papi che ho sopra nominato; grazie a tutti quegli uomini che interpretano sinceramente la “rivoluzione” del CVII.

Leggete dunque Scalfari: ma leggetelo con occhio fortemente critico. 

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Il Mistero di Dio e della Rivelazione. Un paio di concetti, espressi indegnamente.

Per non ingannarci qui sul pensiero dei primi secoli cristiani, dobbiamo ricordarci che il loro punto di vista era generalmente molto poco intellettualista. (Henri de Lubac – Catholicisme, Paris 1938, 5° ed., 1952, p. 217.)

Ci sono, infatti due modi di incontrare il Mistero: metterglisi di fronte come fosse un Oggetto; oppure realizzare un’intimità da soggetto a Soggetto. Il primo modo è razionalistico, speculativo, scientifico, «intellettualista»; il secondo è morale e religioso. I filosofi credenti hanno cercato di venire incontro ai non credenti maggiorando la filosofia naturale con qualche pizzico di dati rivelati, mimetizzati però il più possibile. Dicevano, anzi, di far filosofia «neutra», pre-cristiana, da «puri» filosofi! Ne è venuta fuori la teodicea, pronta – o aperta come si dice – al connubio fra Ragione e Rivelazione cristiana! Connubio legittimo, perché compiuto fra entità della stessa specie, cioè razionali.

            D’altra parte i «teologi» hanno cercato di ripensare il Mistero cristiano con categorie filosofiche, in modo da adeguarlo alla mentalità naturalistica, di chi non ha «gli occhi della Fede». Fatto tale enorme sforzo, la Teologia è passata in penombra, stanca e svigorita; più, in realtà, per il distacco dalla linfa delle Sorgenti, che per lo sforzo compiuto. Il suo compito, in tal modo, fu assunto dalle due sue figlie, floride ormai, e di grandi speranze, ed anche di maggiori… attrattive agli occhi del mondo filosofico-scientifico: la Teodicea e l’Apologetica! Si arrivò così a «dimostrazioni rigorose», ad «esposizioni scientifiche» della Religione cristiana!

            Di fronte a tale strana situazione, il P. de Lubac confessa che realmente, l’uomo moderno, dopo le rivoluzioni di Copernico e di Kant, si trova in difficoltà a credere al Mistero cristiano, ma con logica biblica, prosegue: «Era duro per un ebreo monoteista – Ascolta, Israele! Il tuo Dio è unico! – credere alla divinità d’un uomo! Era duro per un uomo ragionevole credere nel Cristo risuscitato, e a tutte queste storie che non soffrono di essere allegorizzate. I nostri Padri son passati oltre, la loro fede ha vinto tutti gli ostacoli… Il loro atteggiamento sarà, dunque, il nostro»[1].

            In questo dunque c’è tutto il P. de Lubac. In sostanza i suoi intenti saranno: far tornare «religiosa» la filosofia cristiana, far tornare «biblica» la teologia cattolica.

            Si parla molto di «ritorno alle Sorgenti», di ressourcement! Ebbene, per il P. de Lubac la premessa per ogni ritorno alle Sorgenti è il «ritorno al Mistero», nella sua autentica natura e nella sua inesauribile ricchezza: cioè, alla Rivelazione cristiana.

«Il Mistero è ciò che non può essere conosciuto che attraverso la Rivelazione»[2].

J. Maritan ha ben dimostrato che «la scienza degli antichi partecipava della filosofia, la loro fabbrica di immagini scientifiche era una fabbrica di immagini pseudo-ontologiche e, in conseguenza, vi era una specie di continuità fra la loro conoscenza del mondo fisico e la loro conoscenza di Dio. Quest’ultima appariva il culmine della prima, un culmine da scalare per i molteplici sentieri delle relazioni causali in gioco col mondo sublunare e nelle sfere celesti»[3]. E ci eravamo abituati, anche noi cristiani, a tale clima artificiale, creato da una certa mentalità prescientifica. Il Mistero di Dio e della Rivelazione veniva così affrontato metafisicamente, in ristretta analogia con il fondo fisico pur superandolo con una ragione dalle sorprendenti risorse nell’uso del suo «macchinario logico». Il cristianesimo, realmente, ha conosciuto tali periodi, reputati fortunati, in cui «la fede cristiana era considerata come la cosa più ovvia del mondo, e bisognava proprio essere un tipo originale ed avere un temperamento di rivoluzionario per non credere come tutti»[4].

            Padrone ciascuno di farsi «un sistema»; anche le comodità intellettuali sono legittime. Ma il cristianesimo non è una filosofia, che sta di fronte al mondo come «un sistema di idee», intemporale, astratto. È invece un «messaggio di salvezza», che deve raggiungere e salvare le anime del mondo di oggi. E allora sorge spontanea la domanda: Si può oggi scrivere un testo di teologia, o costruire un sistema teologico, «situati» in un ambiente socio-psicologico d’altri tempi?

            Ci sono teologi che intendono far questo. Il loro scopo è generoso: hanno l’intenzione di render facile la «prova», di «problematizzare» il Mistero, di somministrare la «verità» religiosa con le categorie correnti. Accettano, insomma, di entrare nel campo del «buon senso». Un esempio: J. De Tonquédec pubblicava nel 1936 un opuscolo intitolato: Una prova facile dell’esistenza di Dio: l’ordine del mondo[5]. In base ad analogie pseudo-scientifiche vuol portare l’ateo alla seguente conclusione: «Un ordine così sapiente e così complicato non può trovare spiegazione sufficiente che nell’influenza d’un Costruttore intelligente e padrone dei suoi atti, nell’azione di qualche grande Operaio, i cui mezzi superano incomparabilmente i nostri. Costui noi chiamiamo Dio»[6]. Nella striscia pubblicitaria, che avvolge il volume di Cl. Tresmontant, Comment se pose aujourd’hui le problème de Dieu[7], sta scritto: «Come la conoscenza scientifica dell’universo ha trasformato il problema». E già! come J. Tonquedéc,, ci sono altri cristiani che sono addirittura «costernati», e «accusano il mondo di chiudere le orecchie al messaggio degli Evanteli. Raramente se la prendono con se stessi. Se il mondo vedesse dei cristiani meno mistificati, forse sarebbe più attento alla loro testimonianza»[8]. Infatti una teologia che ricorre a prove scientifiche superate o discusse dalla scienza, fa un doppio brutto servizio alla Rivelazione.

            Il Mistero non può venir semplificato o problematizzato mediante una dimostrazione scientifica, presa in prestito dalla scienza o dalla filosofia. «Sono venuti i tempi in cui più uno dirà, più uno mostrerà che è difficile, più gli uomini penseranno che questo è buon segno. Si è reso Dio così facile, che noi ci siamo sostituiti a Lui. Marx e Freud hanno buon gioco di demistificare questo dio. Nella misura in cui io scopro che Dio è mia opera o il prodotto della società in cui vivo, io lo rifiuto»[9]. Voler, quindi, fondare l’argomento dell’esistenza di Dio su tal filo di logica, significa esporre imprudentemente Dio ad una critica, che il buon Kant aveva sentito il bisogno di evitare alla radice. È un metodo che fortifica gli atei mediante argomenti, che altrimenti non potrebbero trovare così a buon mercato; e, d’altra parte, pone i «credenti» in una posizione di «incomprensione» verso gli atei. Per un ragionatore, come Tonquédec, l’ateo è un pazzo o un disonesto! Un teologo romano li qualificava addirittura come «manovali di Satana»!

            Il P. de Lubac si pone in una posizione ben diversa. Egli era convinto che non deve metterci paura tanto l’ateismo moderno, quanto il fatto che non possediamo ancora una teologia autenticamente rispondente ai problemi di oggi. Gli atei, in fondo, stanno uccidendo un dioidolo, creato in gran parte da una teologia scritta da «teofanti», più che da teologi. È non è male che lo facciano: «Dio è morto! È quello che sembra anche a noi… Ben presto lo ritroveremo vivente alla prossima svolta della strada»[10]; «bisogna… rifiutare gli dei, tutti gli dei» È proprio quello che hanno imparato a fare, fin dall’origine, i discepoli di Gesù. Se furono presi per atei, fu perché essi introducevano un altro Dio: perché annunziavano Colui che è tutto diverso dagli dei. Negavano dunque tutto ciò che gli uomini in essi ritenevano per divinità, tutto ciò che l’uomo, in ogni epoca, tende a divinizzare per adorare se stesso nei suoi dei. Soltanto il Vangelo è il vero «crepuscolo degli dei»[11]. E, in questa «dialettica di stimolazione», di cui parlava Le Senne, non poca parte e non poco merito, l’hanno gli atei!

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[1]La lumière du Christ, leon, 1941, pp. 22-23.

[2] J. Lacroix, Mystère et raison, in Le Mystère, Paris 1960, p. 146.

[3]Approches de Dieu, tr. it., Roma 1956, pp. 11-12.

[4] A. Dondeyne, Foi chrétienne et pensée contemporaine, Paris 1961, p. 219.

[5] Paris 1948, 8a ed.

[6]Ibidem, p. 10.

[7] Paris, 1966.

[8] J. Durandeaux, Question vivante à un Dieu mort, Paris 1967, p. 142.

[9]Ibidem, p 131, 133.

[10] H. de Lubac, Sur les chemins de Dieu, cit., p. 202.

[11]Ibidem, pp.. 205-206.