Lettera di Onorio III al Legato pontificio Bartolomeo sulla situazione della diocesi di Castro (1220)

Nel 1220 papa Onorio III da notizia delle difficoltà economiche della Diocesi castrense. Questo documento di Onorio III, con il quale il papa dava istruzioni affinché il legato pontificio Bartolomeo intervenisse nel caso in cui avesse verificato l’effettiva penuria di mezzi della diocesi, era stato scritto in conseguenza di una lettera che il papa aveva ricevuto proprio dal vescovo di Castro. La lettera di Onorio III a Bartolomeo:

Laterano 16 novembre 1220. Bartholomeo Capellano nostro Apostolice sedis legato. Venerabilis frater noster … … … castrensi episcopus nobis humiliter supplicavit, ut cum ecclesia sua tanta paupertate laboret quod non potest eam ut convenit ordinare, eius faculttes inspici faceremus et secundum eas ipsam ecclesiam ordinari. Quocirca dispositioni tue per apostolica scripta mandamus quatenus facultatibus ipsis provida deliberatione pensatis super ordinatione ipsus ecclesie statuas quod secundum Deum videris statuendum. Datum Laterani XVI Kalendas Decembris Pontificatus nostri anno quinto.   Ex Arch. Vatic. – Vol. 11, f. 35 v, Ep. 176 (HONOR. III).

Contenuto nel Codice diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, vol. I, pag.52-53, doc.LXXVIII

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Alcune relazioni fra la Santa Sede e la Diocesi medievale di Castro nel XIII secolo.

Ciò di cui voglio parlare in questo articolo, che segue quello sul sinodo della diocesi di Castro, del 1420, si colloca, dal punto di vista temporale, non lontano da quanto trattato già trattato: ci troviamo nella prima metà del XIII secolo, quando il Legato pontificio inviato in Sardegna per un giro di ispezione nelle diocesi isolane era Raimondo (1220). La diocesi di Castro non poteva aver pace, e per le continue difficoltà economiche, e per il difficile quadro della crisi della provincia turritana, la quale sede vescovile era vacante, come ci consta da una lettera di Innocenzo IV del 21 maggio 1247, proveniente da Lione e diretta all’arcivescovo di Arborea Torgotorio De Muru (1224-1253), proprio in merito alla situazione di Castro. Infatti leggiamo:

Electionem de dilecto filio… … … electo Castrensi ecclesie, olim ab ipsius Capitulo Canonice celebratam, tu auctoritate mandati nostri, Turritana sede vacante, sicut accepimus confirmasti […]

Codice diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, I vol., pag. 106, doc. CLXIII

Qua leggiamo infatti che dopo un’ulteriore vacanza assai prolungata della sede vescovile, il Capitolo Cattedrale di Castro era riuscito a eleggere un nuovo prelato. Il Papa dava quindi all’arcivescovo di Arborea, l’incarico di consacrare il neoeletto, assieme a due o tre vescovi della Provincia turritana.

Quasi due anni dopo l’elezione del detto vescovo di Castro, il 22 ottobre 1248, gli veniva indirizzata da Innocenzo IV un’altra lettera, dove possiamo leggere “cum igitur venerabilis frater noster episcopus Plovacensis ab officialibus et fautoribus Hentii nati F. quondam imperatoris a sede propria sicut asserit, miserabiliter sit ejectus et bonis suis omnibus spoliatus, […] congruo remedio subveniri” ovvero l’ordine di venire incontro alle necessità del vescovo di Ploaghe (episcopus Plovacensis), che gli ufficiali e i fautori di Enzo (officialibus et fautoribus Hentii), avevano scacciato dalla sua sede, spogliandolo di ogni suo avere.

Con tutta probabilità, comunque, il vescovo castrense non aveva avuto la possibilità di condurre a termine il suo mandato, perché nel giugno del 1249 il Papa nominava un nuovo Legato Pontificio in Sardegna, dandogli numerose facoltà straordinarie, con l’incarico di difendere i religiosi perseguitati dall’Imperatore e di predicare la crociata contro di lui. Ben diciotto sono infatti le lettere di Innocenzo IV inviate il 10 giugno 1249 all’eletto turritano Legato pontificio di Sardegna e ai dignitari ecclesiastici dell’isola in occasione di tale legazione. Si era, in quel tempo, in piena guerra tra i Comuni aderenti al Papa e l’Imperatore Federico II di Svevia, e anche nel Logudoro doveva fervere violenta la lotta fra le opposte fazioni. 

Adelasia di Torres, abbandonata ogni contesa, trascorreva in ritiro gli ultimi anni della sua tormentata vita nel Castello di Gosiano, oggi chiamato Goceano, dopo essere stata abbandonata e dimenticata da suo marito il Re Enzo, il figlio prediletto di Federico. Ma di questo ne parleremo un’altra volta.

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Il sinodo della diocesi di Castro. (1420)

Il 9 marzo del 1420 si concludeva il Sinodo della diocesi di Castro, convocato a Bono dal vescovo Leonardo nella chiesa parrocchiale di San Michele. Quello celebrato da Leonardo non era certamente il primo sinodo di questa diocesi. Anzi negli atti della riunione se ne parla come di una consuetudine annuale.

Gli atti di questo sinodo non sono soltanto i più antichi che ci siano rimasti per la diocesi di Castro, ma sono anche, cronologicamente, i primi in senso assoluto per tutta la Sardegna. Il testo degli atti sinodali di Castro venne pubblicato per la prima volta dal Tola, nel Codex Diplomaticus Sardiniae, al tomo II, pagg. 54-57, doc. n. 20., e nella redazione sarda proveniva da una copia del codice originale già esistente nella chiesa parrocchiale di Bono, sede del sinodo. Il fatto che tale documento sia redatto in lingua logudorese non deve stupire, perché ancora alla fine dell’Ottocento in molte circolari dei Vescovi possiamo vedere la nota con cui si imponeva ai Parroci di leggere “in sardo” tali lettere al popolo, buona parte del quale non comprendeva l’italiano; mentre era prassi normale anche nei primi decenni del Novecento che la predicazione al popolo fosse fatta in sardo.

Le disposizioni sinodali di Castro trattano dalla disciplina del Clero ai sacramenti e la vita cristiana, dai benefici, cura d’anime e amministrazione parrocchiale ai beni e al Foro ecclesiastici. Si da disposizione ai chierici che alle feste dell’Annunciazione e dell’Assunta essi siano presenti, e questo può suggerire la scarsa frequentazione del clero pur nella sede cattedrale della diocesi; si fa espresso divieto ai chierici di presentarsi in chiesa durante i divini uffici o davanti al prelato con speroni o armi, sotto pena di sequestro immediato di tali oggetti: ben più severa divenne in seguito tale norma. Il vicario generale capitolare di Alghero, Dr. Giovanni Marti, con decreto del 10 settembre 1639, rinnovava agli ecclesiastici della diocesi la proibizione di portare armi, “sot pena de dos ayns de galera”. Ordinava pure ai giudici secolari, qualora trovassero ecclesiastici armati, di catturarli senz’altro e di condurli in Episcopio. Nella Santuario mariano della Madonna della Salute (XV sec.) di Monteortone d’Abano Terme, in provincia di Padova, sulle porte laterali rispetto all’altare, all’ingresso del sacello dietro il presbiterio, è scritta la frase inequivocabile “NIUNO ARDISCA PORTAR ARME IN QUESTO SACELLO”.

Nella parte riguardante i “Sacramenti e Vita cristiana”, nella quarta disposizione, si trova scritto: “[…] sos curados siant tennidos de ammonire su populu, qui a sa morte siant confessados, cominigados, et hogiados, et fatant testamentu.” L’obbligo di fare testamento fu osservato in seguito regolarmente anche da coloro che avevano ben poco da testare; ne erano esenti solo quelli che non avessero assolutamente nulla. Ad esempio, nel Registro dei defunti di Tula, dal 1713 al 1733 troviamo frequente l’espressione “est mortu sença testamentu pro esser poveru de solennidade”: tanto povero cioè da non poter fare testamento solenne. Talora era il sacerdote che, in occasione della confessione, raccoglieva le ultime volontà di un morente; in tal caso si aveva il “testamento sacramentale”, la cui esecuzione era affidata alla coscienza del sacerdote. Molto interessante sarebbe uno studio accurato dei testamenti quali risultano dai registri dei defunti, studio interessante anche da un semplice punto di vista aneddotico; come non sorridere di fronte a lasciti testamentari, come “lasso s’arcabusu a su Santissimu Sacramentu”?

 

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fonti: “La diocesi medievale di Castro”, F. Amadu, Ozieri, Il torchietto, 1984