La Sardegna ne “La pratica della mercatura”, di Francesco Balducci Pegolotti.

Francesco Balducci Pegolotti, mercante fiorentino (m. 1347 circa) era membro della compagnia dei Bardi almeno dal 1310, dal 1318 ne diresse la filiale di Londra fino al 1321. Per conto della compagnia compì molti viaggi nel Mediterraneo e in Asia. In patria ricoprì più volte incarichi pubblici ed ebbe parte nella liquidazione della bancarotta dei Bardi (1337). È autore di una Pratica della mercatura, giuntoci in copia del 1471, che descrive le vie del commercio internazionale, fornendo indicazioni su prodotti, monete e misure dei diversi paesi.

Per chi si volesse dedicare alla storia dei commerci nel Mediterraneo, questo libro è di fondamentale importanza, perché condensa ogni sorta di notizia su baratti, su corrispondenze monetarie e merceologiche tra i vari mercati d’Italia, parte dell’Europa (Spagna, Francia, Schiavonia, Croazia, etc.) e del Nord Africa.

Ecco quanto riporta, all’inizio del paragrafo riguardante la Sardegna, a pag. 110 del manoscritto e pag. 119 della copia del 1471:

Ispendesi in Sardigna, spetialmente in Castello di Castro, una moneta d’argento che si chiamano anfrusini, che sono di lega d’once 11 d’ariento fine per libbra, ed entrane in uno marchio di Castello com’escono della zecca 72 de’ detti grossi anfrusini a conto, e spendesi in Castello per denari 18 piccioli anfrosini l’uno. Ed e’ detti anfrosini priccini sono di lega d’once. . . d’ariento fine per libbra, ed entrane in uno marchio a peso soldi. . . di detti piccioli a conto.

Di Sardigna non s’osa trarre argento in piatte però che tutto si conviene mettere nella zecca del signore per battere la moneta del signore, ed è pena capitale a chi sbolzonasse la muneta di là, cioè nel paese di Sardigna.

Ma ancora “Spese che si fanno a chi vuole trarre grano fuori dall’isola di Sardigna“, oppure “Spese che si fanno per trarre sale di Sardigna“, o ancora “Come il piombo si vende in Sardigna e che spesa v’àe a trarlo fuori di Sardigna o dell’isola“. Molti aspetti sono sondati nel commercio da e per l’isola, con le conversioni nella valuta corrente del mercato di destinazione rispetto a quello di provenienza.

Curioso notare poi come sia annotata la presenza di un commercio con il mercato di Pisa di diversi prodotti di Sardegna, tra i quali spiccano i di daini:

Lana sardesca agnellina e legata, denari 4 per centinaio.

Formaggio sardesco bianco, chi vende soldi 3 per pondo.

Danii sardeschi, chi vende soldi 1 del centinaio.

Salta subito agli occhi la quantità di daini venduti per soldi 1.  il “centinaio“, però, potrebbe essere una misura diversa dalle dieci decine che la parola, nel significato odierno, rappresenta. Infatti nel principio del paragrafo sul Principato di Napoli leggiamo la precisazione che segue:

In Napoli si vende avere di peso secondo che è, cioè a migliaio e a cantare e a centi e a libbra e oncie.

L’intento di questa breve notizia sul testo della Pratica della Mercatura di Pegolotti, è quello di rendere più consapevole la ricerca storica, su un periodo, quello tardo medioevale e moderno, il quale si è spesso arenato in concetti più spinti verso il militarismo e l’autoreferenzialità, senza considerare lo spessore e la quantità di notizie nascoste tra le pagine dei libri che parlano di Sardegna e di realtà quotidiane. Conoscere oggi come i Sardi conducevano i loro mercati, leggere dell’importanza che il prodotto sardo nel XIV secolo aveva per gli altri mercati italiani, spagnoli, francesi, nord africani, et cetera, da la misura con la quale si dovrebbe riaprire l’orizzonte di studio, rivalutando oggi quelle fonti documentali che, visto che non parlano di azioni di lotta contro il nemico, ma che parlano di vita quotidiana, di misure di peso, di monetazione, forse sono meno galvanizzanti, ma posso assicurare che assolutamente non portano a noia.

Ho condensato in un unico fascitolo le notizie sulla Sardegna presenti in questo importante documento, e l’impressione che se ne può trarre è quella di un mercato comunque avviato, ma che forse poteva soffrire di un deficit commerciale, dovuto alla univocità del rapporto mercantile, che vedeva la Sardegna impegnata in uno scambio di materie prime per il prodotto finito. Ma rimane comunque molto interessante lo studio di questo ambito. Mi spenderò affinché questa particolare letteratura venga rivalutata negli ambienti di lavoro di ricerca storica, e perché la loro esistenza possa essere resa di più ampio dominio pubblico.

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Notizie oschiresi sulle Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Sardinia

Edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana nell’anno 1945, e a cura di Pietro Sella, la collana delle Rationes Decimarum Italiae riporta notizie sulle decime pagate dal clero locale alla Sede apostolica, con citazioni precise di parrocchie con i relativi suoi rettori, le chiese o enti gli religiosi presenti sul territorio nel XIII e XVI secolo. Il volume 113, con quasi tremila notazioni, si occupa di tutta la Sardegna, ecclesiasticamente divisa all’epoca nella Provincia Turritana, nei diocesi di Civita, dipendente dalla Santa Sede, nella Provincia Arborense e in quella Cagliaritana. Della Provincia Turritana faceva parte anche l’antica diocesi di Castro: essa è nominata spesso in questo importante documento, e oltre a citare parroci e parrocchie di buona parte della diocesi, cita, ovviamente, uno dei maggiori villaggi, sede di rettoria: Oschiri, ovvero Oscari, Osquerii.

Sono infatti le notazioni numero 1722 e 2055 a parlare di Oscari, e riportano entrambi la notizia di Hugolino Vilaus, canonico e rettore di Oschiri et GolomeiGolonici, che versa nella prima otto libbre, e nella seconda una libbra di censo alla Santa Sede.

La notazione 2710 riporta stringatamente:

2710.          Item pro ecclesia de Osquerii dicte diocesis III lib. Restant ad solvendum VII lib.

Le prime due sono del periodo tra il 1346 e il 1350, mentre questa risale al 1358, per cui la parrocchia potrebbe essere stata retta ancora dal medesimo Hugolino Vilaus, ma se nelle prime due si dava conto dell’avvenuto pagamento, nella terza si da notizia di un ammanco di sette libbre di censo. 

Nel complesso le Rationes Decimarum Italiae – Sardinie danno un quadro quasi completo della composizione del territorio delle diocesi. Castro compresa.

Ma qual’era la monetazione dell’epoca? La fonte parla ripetutamente di alfonsinorum:

903.          […] Leonardo Palas rectore de Lexanis gisarcensis diocesis alfonsinorum lib. VIIII.

Il  vocabolario generale della moneta di E. Martinori parla dell’Alfonsino, Alphonsinus di argento, Anfruxino, come moneta grossa coniata in Sardegna da Alfonso V d’Aragona (1416-1458). L’incongruenza che salta subito agli occhi è che se nel Martinori è affermato che l’alfonsino è coniato da Alfonso V di Aragona, Sicilia e Sardegna, titolo che acquista dal 1416 fino al 1458, anno in cui muore, com’è possibile che esso compaia citato nelle decime e censi dell’anno 1341? Può essere che, in una ricompilazione successiva di tali documenti, la monetazione dell’epoca possa aver subito una conversione nella valuta corrente? Questa ipotesi non va al di là della semplice provocazione, perché sarebbe inutile, ed estremamente faticoso convertire in valuta corrente elenchi di decime e censi di qualche secolo prima, affrontando quindi tutta una serie di calcoli e di ridefinizioni di pesi, valori e altri parametri.

La domanda è posta. Perché nelle Rationes Decimarum di XIII e XIV secolo compare citata una moneta che il Martinori assegna ad Alfonso V, re di Sardegna dal 1416?

Non ignoriamo che l’Alfonsino è anche moneta grossa ricordata in Sardegna da Pegolotti (1335-1343; v.. Martinori, s.v. anfruxino). Ma non ci riteniamo soddisfatti. 

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Se sia Fascista o Antifascista io? Parliamone… se ci riusciamo.

Antifascista? Perché dovrei esserlo? Volendo essere retorico, rifacendomi alla Retorica “ῥητορική”, ovvero l’arte del parlare e dello scrivere in modo ornato ed efficace, mi domando quanti oggi, fra quelli che urlano a chiunque il loro antifascismo, conoscono veramente la Storia? Ma non parlo della storia revisionista, di quella che scarica le responsabilità politiche e morali di una valanga di errori commessi dal Fascismo, sulle condizioni dell’epoca, sul contesto contemporaneo: io parlo di quella Storia, fatta di una miriade di occasioni in cui il Fascismo, la politica italiana dell’epoca, ha saputo interpretare il cambiamento dei tempi e ha dato alla società una caratterizzazione che ancora oggi innerva ogni aspetto di essa.
Non sono antifascista, così come non sono fascista. Non sento di appartenere a nessuna di queste categorie perché sarei anacronistico e antistorico definendomi in tal maniera: sarebbe come, ancora oggi, associare l’anticlericalismo al ghibellinismo, e il clericalismo al guelfismo. Termini di un’epoca trascorsa, che hanno segnato la vita di un momento storico a sé stante, ma che ha generato altri momenti, successivi, non succedanei!

Il Fascismo ideologico ha dato spazio a innovazioni politiche, tutelari, previdenziali, sanitarie, d’istruzione e di innovazione tecnologica che non si sono ripetute in altre parti dell’Europa dell’epoca: men che meno in paesi vasti più di cinquanta volte l’Italia, e mi riferisco alla Russia, dove a privare della libertà il popolo c’era un’ideologia agli antipodi di quella fascista, anche se non meno socialista.
Solo sul versante culturale mi vengono in mente l’Enciclopedia Treccani; la rifondazione della Scuola Normale di Pisa; gli scritti di Giovanni Gentile, ministro dell’Istruzione Pubblica, ucciso dai terroristi nel 1944, ma che ha comunque potuto varare una riforma della scuola, sostituita solo negli anni 2000 dall’aborto di riforma che porta il nome di Berlinguer (fradile); le scuole archeologiche con, per esempio, i restauri fatti a Leptis Magna; Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Luigi Pirandello, orgogliosamente fascisti e noi orgogliosi di loro; il ministro Giuseppe Bottai, autore della legge 1089 del 1939 sulla tutela del patrimonio artistico, con la quale abbiamo difeso i nostri Beni Culturali in tutto il dopoguerra italiano. L’elenco sarebbe ancora molto lungo, ma penso che ciò basti e soverchia l’ignoranza di molti che ora storceranno il naso leggendo queste poche righe.

L’Antifascismo reale era quello di Giovanni Amendola, Filippo Turati, Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti, Enrico de Nicola, Luigi Einaudi, Don Sturzo, Alcide de Gasperi, il magistrato Mauro del Giudice, e tantissimi altri… Senza arrivare a sognar mai di avere una classe politica di tal specie, sarebbe però almeno auspicabile che chiunque, tra quelli che ancora oggi macchiano la vera ideologia antifascista di quegli uomini che in quegli anni di lotta persero anche la vita, ma guadagnarono la Storia, almeno conoscessero non solo di nome questi veri Antifascisti, ma che ne conoscesse anche il pensiero, la trasversalità degli indici ideali, che non disgiunsero mai la volontà di opporsi a un regime che ha privato l’Italia della libertà, da un vero senso di appartenenza a quella stessa Italia che vedevano in grave pericolo, ma che mai avrebbero pensato che un giorno sarebbe stata consegnata nelle mani di chi ha usurpato cosi volgarmente il titolo di Antifascista, privandolo di quello spessore culturale e ideale, trascinandolo in quel vortice di ignoranza e di colpevolezza che vediamo oggi.

La riflessione sarebbe ancora lunga, ma la faziosità di uomini e donne che oggi si sentono gli italiani dei distinguo, gli italiani antifascisti per moda e non per consapevolezza, che non hanno ancora digerito la storia e sbraitano perché venga ritirata la cittadinanza onoraria a Mussolini anche da paesetti sconosciuti, soffocherebbe sul nascere qualunque discussione serena, che solo chi ha fatto veramente atto di conoscenza del proprio passato può fare, e non chi ancora ha la mente e l’armadio popolati di fantasmi e scheletri.

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