4 marzo 1855. Oschiri: l’ingegnere Camoni ucciso a fucilate. Il paese posto sotto stato d’assedio.

= L’omicidio Camoni, Oschiri, 4 marzo 1855 =

Il 9 aprile 1855 Vittorio Emanuele II di Savoia inflisse a Oschiri lo stato d’assedio – mantenuto fino al 19 luglio dello stesso anno -, affidando il governo del Comune al comandante dei carabinieri della vicina città di Ozieri. Ciò che aveva spinto il re a prendere una così drastica decisione era stato l’omicidio dell’ingegnere Giovanni Camoni, occorso nelle strade del paese il 4 marzo dello stesso anno per mano probabilmente di un solo sicario.
La vittima si trovava a Oschiri in qualità di supervisore dei lavori stradali avviati tra quel centro e Berchidda, nell’ambito del più vasto progetto di viabilità nato al fine di collegare la cittadina di Ozieri con l’odierna Olbia. Per aprire il cantiere, ritenuto di fondamentale importanza, si era proceduto a vari espropri, circostanza che aveva suscitato il malcontento di molti pastori delle aree interessate. L’ingegnere, inoltre, si era fatto dei nemici per alcune sue posizioni in merito alla valutazione economica dei lotti. Più in generale, le autorità e le istituzioni nazionali accusavano i sardi di essere ostili al progresso e alla realizzazione delle grandi opere pubbliche. Il crimine, secondo gli inquirenti, era quindi maturato per simili ragioni. In paese voci concordanti affermano però che l’ingegnere si era reso insensibile alla richiesta di un allevatore, il quale aveva manifestato la necessità di avere una proroga dell’esproprio sul proprio terreno, per poter raccogliere il seminato, con cui avrebbe potuto sfamare il suo bestiame. Questa ingiustizia avrebbe quindi indotto l’uomo a commettere l’omicidio.
In seguito all’editto delle chiudende, emanato da Vittorio Emanuele I di Savoia il 6 ottobre 1820, ma pubblicato soltanto il 14 aprile 1823, e che sovvertiva la tradizione locale dell’uso collettivo dei campi e stabiliva la liceità della proprietà privata, è tuttavia da tener presente che «Oschiri era stato in Sardegna il primo paese che aveva chiuso i suoi terreni, abolita la pastorizia vagante, e fatto qualche cosa in opere stradali» (tutte le citazioni a seguire provengono da “Le leggi eccezionali e le Due Sicilie”, in «Il Dovere», anno I, n. 20, 22 agosto 1863), da cui risulta l’assenza di fondamento dell’accusa, quindi del tutto strumentale (per quanto riguarda i fatti conseguenti alle Chiudende, un’altra figura fondamentale da ricordare e rivalutare è quella dell’Arcivescovo di Oristano, originario di Oschiri, Giovanni Maria Bua).

Il primo a scagliarsi contro gli “inurbani” abitanti dell’isola era stato il ministro dell’Interno, Urbano Rattazzi, che «calunniava gli Oschiresi ed i Sardi, come avversi alle strade, e come selvaggi ai quali era necessario imporre la civiltà colla forza». Era stato lui a sollecitare il rigido provvedimento del re contro il Comune, anche perché – a detta sua – gli operai, dopo l’omicidio, avevano sospeso i lavori per paura di cadere a loro volta vittime di qualche agguato. Del resto, la dura posizione del politico, largamente condivisa dai colleghi, era emblematica della considerazione riservata, al tempo, alla popolazione locale: «nel Parlamento subalpino in ogni sessione, sino alla nausea, si parlava della mancanza di pubblica sicurezza in Sardegna, si narravano fatti da rabbrividire, s’imploravano provvedimenti».

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Vittorio Emanuele II

L’episodio smascherò quindi il razzismo della maggioranza dei debutati, quei «beati fratelli continentali», che «ridevano, o sbadigliavano, od interrompevano [gli interventi, ndr] con riso ironico con gli oh oh! Od uscivano dalla Camera brontolando sarcasmi. Né fu desiderato fra gli aventi maggior fama di amore italiano e democratico, l’uomo che osasse dire cinicamente: “Vendiamo questa maledetta Sardegna, e paghiamo i debiti”».
Di tanto rumore, infine, passò alla storia solo la militarizzazione della zona: provvedimento inutile, dal momento che i lavori stradali proseguirono senza ulteriori sintomi di ribellione. A quel punto, però, fu chiara la natura privata del delitto Camoni, ma l’assassino dell’ingegnere non venne mai catturato. Qualcuno sostenne inoltre che l’omicida scappò nel Continente e si arruolò con i garibaldini, e tempo dopo inviò alla sua famiglia una foto dove scrisse di stare bene.

Nel resoconto stenografico dei lavori alla Camera dei Deputati del 18 febbraio 1856 – quando ormai lo stato d’assedio era revocato da circa sette mesi – è riportato per intero lo scontro avvenuto fra il Governo, rappresentato dal ministro dell’Interno Urbano Rattazzi e il deputato Giorgio Asproni, tra le massime figure della storia moderna sarda, grande autonomista e incrollabile repubblicano, e alcuni suoi compagni di partito.

Dalla fonte si ricava la notizia che il Governo aveva inviato un “drappello di bersaglieri” e aveva predisposto l’aumento del numero di Carabinieri Reali della locale stazione. Questo, ovviamente, causò dei costi per il mantenimento della truppa, e il governo pensò be

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Urbano Rattazzi

ne di accollare tale spesa alla municipalità oschirese.

Così si esprimeva il ministro Rattazzi: «[…] Prego la Camera di avvertire che le spese alle quali si trattava di soddisfare, ed a cui diede luogo lo stato d’assedio, si dovettero fare unicamente pel maggior nerbo di forza che fu mestieri mandare nel comune di Oschiri, cioè per l’aumento dei carabinieri e per la spedizione di un drappello di bersaglieri. A tenore dei regolamenti, i carabinieri, quando debbono traslocarsi dal punto della loro stazione di servizio ad un altro, hanno diritto ad avere un soprassoldo e ad essere alloggiati nel luogo ove sono spediti; e così pure i militari, quando sono costretti a postarsi straordinariamente in una data località, hanno diritto a un soprassoldo. L’ammontare delle spese necessarie, sia per procurare l’alloggio ai carabinieri ed ai bersaglieri che furono inviati ad Oschiri, sia pel soprassoldo, deve in definitiva cadere sopra gli autori del reato, in conseguenza del quale lo stato d’assedio ebbe luogo. Ma intanto, siccome non sono ancora noti precisamente gli autori di questo fatto e non esiste condanna, e dovendosi necessariamente far fronte a queste spese, il Governo ha creduto che il comune di Oschiri fosse in debito di provvedervi provvisoriamente, non parendo che potesse ragionevolmente dubitarsi che l’obbligazione del pagamento provvisorio anticipato avesse da ricadere sul comune. […] Ma vi era una ragione di più, perché si dovesse questa spesa provvisoriamente mettere a carico del comune di Oschiri, ed è che la spedizione delle truppe era stata fatta nell’interesse stesso di Oschiri: imperocché era impossibile che gli agenti stradali, gli impiegati del Genio civile e gli impresari potessero essere tranquilli, e rimanersi colà, salvoché fossero stati assistiti da una forza maggiore».

Il Presidente Bon-Compagni passa la parola al deputato Asproni, il quale

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Giorgio Asproni

argomenta in maniera serrata e vigorosa le ragioni proprie e quindi degli Oschiresi:

«[…] io mi ricordo che l’impresario stesso della strada aveva protestato solennemente contro l’ordine di sospensione dei lavori dato dal signor ministro dei lavori pubblici dopo la morte inflitta in Oschiri al copianto ingegnere Camoni, e che lo stesso impresario aveva dichiarato che domanderebbe una indennità per la sospensione dei lavori, dacché egli, l’impresario, diceva di non avere difficoltà a continuarli, e di non avere mai avuto motivo di dolersi degli oschiresi».

E continuava:

«[…] Dopo l’ingiuria e la vergogna si vorrebbe ancora condannare il comune di Oschiri al danno, cioè al pagamento delle spese fatte per lo stato d’assedio. Ma io domando alla Camera, domando alla coscienza di tutti, se è giusto che un paese, perché nel suo territorio si è commesso un crimine, sia condannato alle spese di una misura eccezionale, improvvida, avventata, presa a suo riguardo. […] Questo ci ricorda i tempi del più feroce dispotismo, nei quali, quando si consumava un crimine, il comune, sul cui territorio erasi commesso, era condannato a tutte le spese, a meno che non sapesse indicare l’autore del reato.

[…] Spettava al Governo [nel caso di Oschiri, ndr] anticipare le spese, e se non aveva fondi nel suo bilancio, doveva venire al Parlamento a chiedere un credito supplementare. Ma Oschiri non doveva per niun conto sottostare a siffatte spese; Oschiri non doveva essere messo alla berlina con un virulento decreto reale; Oschiri non doveva essere sottoposto allo stato d’assedio, tanto più che non si sapeva se l’autore del misfatto era un oschirese. E, dato e non concesso, dovevano tutti i buoni scontare la colpa di un solo?»

La discussione proseguì ancora, con gli interventi di vari deputati, tra i quali Ambrogio De La Chenal, ma alla fine si raggiunse l’intesa e il comune di Oschiri fu sollevato dall’onere del pagamento delle spese di mantenimento dei militari, somma posta in carico al Governo.

«PRESIDENTE: Metto ai voti la risoluzione proposta dal deputato Valerio, la quale è così concepita: “La Camera, rimandando la petizione al Ministero, coll’invito che le spese dello stato d’assedio di Oschiri siano rimborsate a quel comune, passa all’ordine del giorno”. (La Camera approva)».

Bontà loro…