Castro: diocesi medievale sarda.

Il potere attraverso le nomine episcopali – prima parte

Una fonte importante per la comprensione della dinamica del potere, che in questo contesto va sotto il termine di “iberizzazione”[1] all’interno delle istituzioni come quella che stiamo analizzando, è senz’altro quanto riportano le cronotassi dei vescovi, così come le cronologie dei giudici, in questo caso della diocesi di Castro e del giudicato di Torres. Per la completezza del quadro storico verranno analizzate brevemente, in articoli successivi, anche le cronotassi degli episcopati di Ottana e Bisarcio, diocesi limitrofe alla nostra, le quali subiranno il medesimo trattamento di dissoluzione, nella politica di riorganizzazione delle circoscrizioni ecclesiastiche della Sardegna decretate da papa Giulio II nel 1503.

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La chiesa cattedrale di Castro, sede della diocesi medievale

In un contesto che consideri l’evolversi in tal senso della realtà politica della società sarda, la prima premessa da fare è che la storia della dominazione spagnola in Sardegna risale alla prima metà del XIV secolo quando, con la conquista dei territori pisani appartenuti ai Giudicati di Cagliari e di Gallura, insieme a quelli dell’ex-Repubblica di Sassari, nel 1324 si realizzò concretamente il primo nucleo del Regno di Sardegna e Corsica a dominazione catalano-aragonese, voluta da Bonifacio VII nel 1297, e che si protrasse fino al 14 gennaio 1479, dieci anni dopo il matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia. I centocinquanta anni che caratterizzarono tale periodo rappresentarono per l’Isola un brusco regresso, a causa della guerre fra catalano-aragonesi, repubbliche marinare e arborensi, e per le violente epidemie che caratterizzarono questo periodo. Questo pose fine al processo di rinnovamento economico e culturale che Pisa, Genova, i Giudicati e la Chiesa stessa con i suoi ordini monastici, avevano portato avanti per tre secoli[2]. In questo speciale contesto la ricerca tenderà a rintracciare le caratteristiche del processo che abbiamo chiamato “iberizzazione”, laddove si crearono le condizioni tali per cui la Corona estese, con il benestare del Papato, il suo potere all’interno dei centri dell’amministrazione, sia ecclesiastica che civile.

La seconda premessa necessaria è quella di approfondire quanto già accennato circa i rapporti che il Papato, specialmente nella persona dello spagnolo Alessandro VI, aveva con Ferdinando II di Aragona, detto il Cattolico[3].

La forza che la corona aragonese acquisì, anche nella diocesi di Castro, con le nomine episcopali degli ultimi decenni del Quattrocento, risulta lampante, come dicevamo, dalla cronotassi dei vescovi.

Analizzando questa importante fonte storica, sebbene la vicenda spagnola abbia inizio in Sardegna dal 1297, terremo conto del periodo tra la fine del quarto decennio del Quattrocento circa, e il 1503 con l’ultimo vescovo, Antonio de Toro, minore e maestro di teologia, ritroviamo ben quattro vescovi di origine spagnola, concentrati nel periodo tra il 1477 e il 1501; essi saranno:

  • 1447-ante 11 lug. 1455 Giovanni Gasto, minore;
  • 1455 Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet;
  • 1464-ante 14 ott. 1478 Lorenzo de Moncada, minore, maestro di teologia;
  • 1483-1490 Bernardo Jover, di Tarragona;
  • 1493-1496 Melchiorre de Tremps (Lleida);
  • 1496-1501 Giovanni, benedettino di Gerona.
  • 1501-1509 Antonio, di Toro, minore, maestro di teologia[4].

Le cronache riportano notizie molto scarse riguardo queste figure appena citate, le quali si alterneranno con vescovi “italiani” negli anni 1458-1464 con Leonardo, abate di S. Michele di Salvennor, nel 1478-1483 con Cristoforo Mannu[5], canonico di Sassari e nel 1490-1493 con Giovanni Crespo, degli eremitani di S. Agostino.

Codice diplomatico delle relazioni...

Notizie riguardanti i vescovi di origine iberica possiamo trovarli senz’altro nel Codice Diplomatico delle Relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, come nel documento CXI, del 24 agosto 1447, quando Papa Nicolò V, in una lettera a Giacomo Perez de Lugar, chierico della diocesi di Saragozza, dà notizia di aver appreso della vacanza della sede dopo la morte del vescovo Francesco, camaldolese e già priore di Bonarcado, e nominerà il suo successore nella persona del frate minore Giovanni Gasto[6]. Dal documento CXI, inoltre, ricaviamo informazioni circa la disposizione del pontefice di assegnare a un “cubiculario” del papa, tale Antonio Cerdam canonico di Maiorca e maestro di teologia a Roma, la commenda dei frutti del monastero di S. Zeno di Bonarcado[7]. Per tale motivo risultavano non più sufficienti i redditi della diocesi per il sostentamento della mensa del vescovo Giovanni, il quale, mancandogli il beneficio extradiocesano, tentò di supplirvi con una serie di provvedimenti nei confronti dei benefici diocesani. Dal documento CXLII leggiamo che Nicolò V si informava presso i vescovi di Sassari e Sorres circa la notizia che Giovanni avesse effettivamente ceduto parte delle decime della parrocchia di Santa Sabina di Pattada (per altro questa è la citazione più antica di questa parrocchia), in cambio di tutti i frutti, redditi e proventi della chiesa parrocchiale di S. Michele della villa di Bono, al canonico di Castro Giovanni Vargiu, rettore di quel villaggio. Erano movimenti economici di non poco conto, già in uso nei secoli precedenti e riscontrabili in tutte le diocesi della Sardegna.

Dopo il vescovo Giovanni abbiamo il suo immediato successore, il catalano Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet, dove si trova uno dei più importanti complessi monastici di Spagna, il Monastero di Santa Maria. Il francescano e storico tedesco Konrad Eubel, nel libro Hierarchia Catholica Medii Aevi[8], lo chiama Giliberto de Populeto. Il casato suggerisce una sua probabile origine nobiliare[9].

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Monastero di Santa Maria di Poblet

Lorenzo de Moncada (1464-ante 14 ottobre 1478), preceduto da Leonardo abate di S. Michele di Salvennero (1458-1464), veniva nominato da papa Paolo il II con bolla del 5 novembre 1464. Lorenzo era professo dell’ordine dei Frati Minori di San Francesco e maestro di teologia, e quella dei Muncada era tra le più illustri famiglie di Spagna, di Sardegna e di Sicilia. Veniva annoverato anche in questa nobile famiglia Guglielmo Raimondo, feudatario di Bosa e Marmilla, al quale il Re Alfonso V di Aragona, nel 1445, elargiva alcune concessioni a proposito del Castello del Goceano, a pochi chilometri da Castro. Dal documento n. CCXXI del CDR apprendiamo il suo stato di figlio illegittimo, situazione emendata dallo stesso Paolo II, il quale lo eleverà alla dignità episcopale, dispensandolo dall’impedimento dell’anomalia dei natali[10]. Le notizie successive sono riferibili alla normale vita amministrativa di un vescovo medievale, con designazioni a ruolo di giudice in controversie economiche, consacrante nelle chiese della diocesi, e nelle visite ad limina che compiva alla Santa Sede. A questo riguardo, la periodicità della visita era determinata per ogni triennio, ma sappiamo che erano molti i vescovi che inviavano dei sostituti, principalmente per evitare il viaggio oneroso, sia economicamente che dal punto di vista della sicurezza, e così accadde anche per il vescovo castrense Lorenzo, il quale nel 1475 ricevette procura dall’arcivescovo di Oristano Giovani Dessì, per compiere la visita ad limina per i quattro trienni successivi.

CONTINUA…

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NOTE

[1] Il termine “Iberizzazione” lo riferiamo alla realtà delle cronotassi dei vescovi principalmente di Castro e, di riflesso e per completezza d’insieme, anche a quelli di Bisarcio e Ottana, sebbene in forma limitata alla compilazione di una lista brevemente commentata. La politica di espansione aragonese in Sardegna inizia nel 1297, ma prima della nomina a vescovo di Castro di Giovanni Gasto, nel 1447, non ci saranno situazioni di palese ingerenza nel governo locale della Chiesa da parte aragonese.
[2] Putzolu, Evandro, La società in Sardegna nei secoli. Il periodo aragonese. Ed. Rai, Torino, 1967. pp. 139-140.
[3] Per risalire a un altro pontefice spagnolo bisogna arrivare al 1455, quando era stato eletto papa Callisto III, valenciano di Xàtiva, al quale succederanno poi personalità provenienti da regioni tutt’altro che ininfluenti per la vita delle istituzioni sarde.
[4] Turtas, Raimondo, Storia della Chiesa in Sardegna, p. 878. Ed. Città Nuova, 1999 Roma.
[5] Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna (CDR), vol. II, pp. 208, doc. n. CCLXXV.
[6] Ibid., vol. II, pp. 84-85, doc. n. CVIII: Roma 3 luglio 1447. Dilecto filio Johanni Gusco alias Leutsol Electo Castrensi salutem etc. Il pontefice Nicolò v prepone al governo della chiesa di Castro, vacante per la morte dell’ultimo vescovo Francesco, il minorita Giovanni Gusco, detto anche Leutsol.
[7] Ibid., vol. II, pp. 86-87, doc. n. CXI: […] prioratum Sancti Ceni de Bonarcato Camaldulensis Arborensis diocesis obtinebat ecclesie Castrensi tunc pastore carenti providisset ei quod etiam post provisionem huiusmodi et postquam ipse pacificam possessionem vel quasi regiminis et administrationis dicte ecclesie assecutus foret sibique munus consecrationis impedi obtinuisset prioratum predictum cuius vacatio quo ad hoc suspensa remaneret una cum prefacta Castrensi ecclesia retinere valeret duxit indulgendum prout in ipsius inde confectis literis plenum continetur.
[8] Eubel Konrad, Hierarchia Catholica Medii Aevi, voll. 2, Munster 1898-1900.
[9] Riportiamo, con la dovuta prudenza, il dato citato dall’Amadu in “La diocesi medievale di Castro”, ed. cit., p. 120, che collega il vescovo Tommaso a un certo cavaliere P. Gilabert, venuto in Sardegna al seguito del re Giacomo ii di Aragona, e anche un Jofre Gilibert che, nel 1330, reclamava dal Comune di Sassari la somma di 20.000 soldi barcellonesi, per danni subiti in occasione della ribellione dei sassaresi nel luglio 1325. Tutti elementi che conducono sempre la ricerca delle origini delle figure che hanno condotto e caratterizzato la vita dell’istituzione castrense in Spagna. Il collegamento stabilito tra il prelato e i due uomini pare sostenuto solo dalla somiglianza del Gilibert/Gilabert, ma pare un po’ poco per stabilire alcuna connessione.
[10] CDR, vol. II, p. 179, doc. n. CCXXI

La chiesa di Santo Stefano e l’altare rupestre

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La chiesa si inserisce in contesto campestre a circa 2 km dal paese, in un ambiente tipico per flora e fauna mediterranea, ma assolutamente particolare per l’isolamento acustico che, fatto salvo una stradina interpoderale che costeggia il podere entro il quale si colloca l’area archeologica in questione, circonda surrealisticamente il tutto. Superato il cancello che chiude la via d’accesso al sito si raggiunge la chiesetta che si trova dirimpetto a ciò che viene comunemente chiamato “Altare”, per la sua conformazione, con tutte le sue figure geometriche ed i simboli pre-cristiani.

La chiesa riporta sulle facciate due volti umani stilizzati di trachite e un’iscrizione datata 1492, mentre la pergamena scoperta durante i lavori di restauro riporta la data di consacrazione, officiata dal vescovo di Castro De Toro, al 1504. All’interno la chiesa si presenta in forme estremamente semplici, con un ambiente originariamente mononavato, al quale venne poi affiancata una navatella sul lato sinistro, che è separata da quella principale tramite tre ampi archi. Di particolare interesse sono i capitelli in stile aragonese all’interno della chiesa, riposizionati in epoca recente e probabilmente provenienti da altro luogo. La statua del santo, lignea e di fattura comune, è stata anch’essa restaurata in tempi recenti, ed è ora protetta all’interno di una teca di legno e vetro.

Il sito di Santo Stefano è, sin dai tempi più remoti, un centro di intensa spiritualità, e per questo è semplice ritrovarvi reperti certamente riconducibili ai culti precristiani. Anche all’interno della chiesa, infatti, è possibile trovare un piccolo betilo, riadattato ad acquasantiera. Nelle immediate vicinanze alla collinetta dove sorge la chiesa sono riconoscibili, all’occhio dell’attento osservatore, i resti di un tempio nuragico e nel circondario sono presenti 5-6 sepolture ipogee, impropriamente dette domus de janas, (case delle fate), che di fiabesco avevano ben poco, ma che nella cultura popolare si narra ospitassero spiriti maligni, le janas appunto.

Nel lato meridionale della chiesa si apre l’ingresso secondario, reso però importante, quasi più del principale, dalla presenza di un architrave di trachite che reca un’incisione ancora oggetto di studi e di interpretazione. Le varie teorie spaziano dalla scrittura bizantina a un logudorese tardomedievale: in tutti i casi però, pare assolvere a valore testimoniale per la committenza. Una data tuttavia pare metta d’accordo tutti gli studiosi (pochi) che se ne sono interessati: il 1492, presente nell’iscrizione nella forma M°CCCCLXXXXII. In una conferenza del giugno 2008, svoltasi a Oschiri, l’epigrafista Gigi Sanna parlò di una tale donnai Masala[1], sua interpretazione della scritta epigrafica e che viene affermato sia colei che concesse la terra perché venisse edificata la chiesa: l’interpretazione di Sanna che vuole assegnare la parola donnai alle altre due molto simili di mammai e di babbai – quest’ultima utilizzata ancora oggi per definire uomini di grande prestigio, specialmente i sacerdoti – probabilmente non tiene conto di un’altra similitudine: quella con la parola donnikella o donnikellu, estrapolata dai documenti medievali come i condaghes e che era riferibile principalmente alla progenie dei giudici o comunque a figure potenti della nobiltà sarda. Un’altra precisazione che intendiamo fare riguarda un secondo nome che secondo il Sanna comparirebbe nell’epigrafe: quello di Alesio Allodu. A mio avviso ciò che si ritiene come cognome del tal Alesio, altro non è che la qualifica della persona. Mi riferisco infatti alla proprietà allodiale, ovvero quando essa era piena e definitiva, differenziandosi dal feudo o beneficio, con i quali si indicavano invece i beni ricevuti in concessione da un signore dietro prestazione di un giuramento di fedeltà (il cosiddetto omaggio feudale o vassallatico). Ciò non inficerebbe la teoria del Sanna, ma contribuirebbe a una maggiore definizione epigrafica, che in realtà non c’è.

A mio avviso però, l’interpretazione che ha maggior riscontro, anche documentale e dei nomi che comparirebbero nell’architrave, è quella di Gian Gabriele Cau, il quale afferma che la scrittura reciti quanto segue:

+ YhS[sus]

M°CCCCLXXXXII A[nno] D[omi]NI MA[st]R[u] B[ustian]U M[urr]AI

CUM E[piscopus] F[rater] A[gostinianu]S C[res]PO IOAN[nes] F[raig]U MA FATU

 

secondo l’autore da tradursi: “+ Nel nome di Gesù, nell’anno del Signore 1492, il maestro [da intendersi come capomastro muratore,Ndr] Sebastiano M(urr)ai, allorché (era) vescovo il frate agostiniano Crespo Giovanni, mi ha edificato [alla lettera: fabbrica mi ha fatto, Ndr]”[2].

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Il riscontro lo abbiamo dal nome di Giovanni Crespo, il quale fu vescovo di Castro dal 1490 al 1493, anche se poi la chiesa, come risulta nella pergamena chirografa, scritta con una spigolosa grafia tardogotica corsiveggiante, e ritrovata nell’altare durante gli ultimi restauri, riporta la data di consacrazione nel 1504, quando vescovo era De Toro[3].

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An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.

Finché non verrà effettuato unoaltare santo stefano oschiri scavo archeologico, che dovrà indagare anche la zona sottostante la chiesetta oltre che tutto il circondario, il maggior interesse nel sito è dato dal cosiddetto Altare rupestre, per la posizione frontale con la quale si presenta, decorato con una serie di incavi disposti su due registri: quello inferiore, che ne riporta dodici triangolari e quadrati; e quello superiore, con nove triangolari, quadrati e uno rotondo. Osservando frontalmente l’altare, sulla destra si può vedere una serie di coppelle disposte in cerchio in numero di dodici circolari racchiudenti una coppella centrale più grande e sormontate da una tredicesima coppella posta esattamente in corrispondenza del nord. Ancora più a destra una nicchia orizzontale perfettamente rettangolare è coronata da una serie di nove coppelle del diametro di circa 5-10 cm ciascuna. A sinistra dell’Altare si trova un’altra roccia che riporta ancora due nicchie triangolari e un bancone che, si pensa, sia stato utilizzato o per la deposizione di offerte votive o per espletare il rito dell’incubazione. A destra delle nicchie appena descritte, dietro l’Altare si trova una teoria di tre coppelle quadrate, disposte a scaletta da sinistra a destra per chi guarda. Tutto intorno il sito è disseminato di incisioni su roccia riportanti figure geometriche tra le quali losanghe, cerchi, quadrati, il più dei quali “cristianizzati” dalla giustapposizione della croce. In altri casi la croce invece è da datarsi allo stesso periodo dell’Altare. Riguardo a quest’ultimo dato, la datazione, le teorie più disparate vogliono destinare la realizzazione del sito in un arco di tempo che va dal periodo Neolitico, a quello bizantino o comunque successivo alla venuta di Cristo. La realtà di una necropoli ipogeica, presente come già detto in numero di 5, forse 6 tombe ipogeiche, denominate domus de janas, fornisce l’indizio di una frequentazione senz’altro inquadrabile cronologicamente nel Neolitico recente (cultura di Ozieri 3500-2700 a.C.) e nell’età del Rame (III millennio a.C.)[4]. La particolarità del area e l’attuale assenza di un lavoro di scavo e di indagine archeologica su un sito così particolare, definito unicum nel Mediterraneo, hanno fatto sì che le teorie interpretative più fantasiose venissero messe in circolazione; l’unico dato positivo che si riscontra è l’attuale interesse che questo monumento sta riscuotendo, anche nell’amministrazione comunale di Oschiri, oltre che in una tipologia di turismo colto[5].

[1] http://gianfrancopintore.blogspot.com/2008/06/astrade-macch-solo-donna-masala.html

[2] Cau Gian Gabriele, Scritture dal passato – L’epigrafe documentale dell’edificazione della chiesa di S. Stefano di Oschiri (1492), pp. 382-386, in Almanacco Gallurese, 2011.

[3] Un errore nel quale spesso si incorre riguardo le notizie su questa chiesa, è la data di consacrazione: l’Amadu infatti riporta in appendice al libro La diocesi medievale di Castro, la trascrizione della pergamena, datandola erroneamente al 1503. Da una semplice lettura dell’originale è però chiarissimo che la data è 1504. La differenza di un anno, in questo contesto, è importantissimo perché dimostra che De Toro, seppur la diocesi fosse formalmente soppressa nel 1503 dalla bolla Aequum Reputamus, ancora esercitava le sue funzioni episcopali. Inoltre non è secondaria la questione dello stile di datazione, ovvero la differenza tra il cosiddetto “stile ab incarnatione”, osservato a Pisa, e il cosiddetto “stile moderno”, detto anche “stile dell’Incarnazione al modo fiorentino”, impiegato in molte città dell’Italia medievale, come a Firenze e a Piacenza. Il primo si basava sul meccanismo di far iniziare l’anno il giorno 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine Maria, quindi dell’Incarnazione di Cristo), anticipandone di nove mesi e sette giorni l’inizio rispetto allo “stile moderno” o “stile della Circoncisione”, ancor oggi in uso, che indica il giorno 1 gennaio come primo dell’anno. Lo stile impiegato a Firenze, invece, indicava anch’esso il 25 marzo come primo giorno dell’anno, ma ne posticipava l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto all’uso moderno. Le date espresse secondo lo stile ab incarnatione e quelle secondo lo stile fiorentino, in entrambi i casi indicate nelle fonti dell’epoca con la formula “anno ab Incarnatione Domini”, differivano dunque di un anno esatto. Nel nostro caso però, la lettura della data nella pergamena di Santo Stefano non sarebbe ascrivibile al caso del diverso stile di datazione, quanto più a un errore di lettura.

[4] Sotgia Giovanni Daniel. Il sito archeologico di Santo Stefano, in comune di Oschiri, pp. 426-427 in “Arte e comunicazione nelle società pre-letterate”. Ed. Jaca Book, Milano, 2011.

[5] Mi sia consentito in questa sede ricordare l’impegno profuso in questa meritoria opera di valorizzazione dall’Ispettore Onorario per la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Sassari e Nuoro, nonché presidente dell’associazione culturale Su Furrighesu Giorgio Pala, il quale fa anche da guida in questi meravigliosi siti ed è, senza ombra di dubbio, una delle persone al quale mi sono rivolto con maggiore fiducia per reperire alcune notizie sul territorio.