Ottana: cronotassi e brevi cenni storici

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La cattedrale di San Nicola di Ottana

 

La diocesi di Ottana ha il suo primo vescovo attestato nel 1112, nella persona del camaldolese Zanetti. Dalla cronotassi riportata dal Turtas risulta di origine spagnola soltanto un vescovo: Giovanni Perez, parroco in diocesi di Cuenca, eletto nel 1501, ultimo titolare della diocesi di Ottana prima del trasferimento ad Alghero della sede.

Se la cronotassi si limita a fornirci un solo nominativo di origine spagnola, molto più importante è leggere le lettere che Fernando scrisse al papa, dove fa appello al suo diritto di nomina, ma che in questo caso sembra non trovare il favore della Sede apostolica.

Leggiamo quanto scrive Fernando e poi sottolineeremo alcune particolarità:

  1. XI. 1482. – Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea del obispado de Ottana, en Cerdeña, a fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique, lugarteniente en Cataluña. […] habemus Deo inmortali graciam, quod neminem hactenus Beatitudini Vestre ad episcopatum presentauimus, qui illo non esset dignissimus. Idem modo in ecclesia Esanensi, que sine pastore est, faciemus. Est diuque fuit illustri patruelis nostri confessor, frater Guillermus Oller, vir vite admodum religiose et erudicionis ad regendas animas necessarie, nobis quoque fidelis et gratus. Hunc virum suplicamus Beatitudini Vestre ut Osenensis ecclesie preficiat; nam et vite integritate ad exemplum et litteris proderit ad doctrinam, fide quoque in nos sua diocesanos suos fideliores nobis efficiet, quod est ad regnorum pacem perquam necessarium. Et quoniam sine jactura animarum diu sine pontifice ecclesie esse non possunt, suplicamus ut promocionem non differat Beatitudo Vestra… L. Gonçales, secretarius.[1]

 

La prassi è sempre la stessa: patrocinare un prelato e suffragare la sua nomina con alcune notazioni di particolare rettitudine morale del candidato e di certezza della sua fedeltà (al Re, non principalmente al Papato, né tampoco alla Sardegna). Anche qui, come accadde per la richiesta di spostamento del vescovo castrense Jover, la richiesta del Re non verrà accolta da Sisto iv, il quale nominerà alla cattedra ottanense il canonico di Sassari Domenico de Milia (1483-ante 23 lug. 1501).

Leggiamo ancora tra la corrispondenza del Re Ferdinando:

  1. XI. 1482. Madrid – Fernando ordena al virrey de Cerdeña no admita otras bulas para el obispado de Ossana, vacante por muerte de fray Luis Camanyes, si no vienen a favor de fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique.   Don Fernando, etcetera. Al spectable, magnifich, amat conseller e camarlench nostre, mossen Eximen Perez scriua de Romani, visrey nostre en lo regne de Serdenya, salut e dilectio. Per quant nos lo dia present e infrascrit, a suplicacio del illustre infant don Enrich, nostre molt car e molt amat cosingerma e loctinent general en lo principat de Cathalunya, rene de Mallorques e illas a aquell adjacents, hauem feta promesa del bisbat de Ossaua, que ara nouament ha vacat en aqueix regne, per mort de fra Luis Camanyes, ultimo posseydor de aquell, en persona del amat nostre fra Guillem Oller, een fauor de aquell hauem scrit a nostre Sant Pare li atorgue les bulles necessaries, e sia nostra ferma voluntat que lo dit fra Guillem Oller, e non alta persona alguna, haia e obtenga lo dit bisbat, vos diem e manam stretament, ab tenor de les presents, de nostra certa sciencia e consulta, a pena de mil florins d or, que, si bulles o prouisions algunes apostoliques vos seran presentades del dit bisbat, de aquelles no atorgueu exequtories, ni doneu loch que, en virtud de aquelles, se prenga la possessio del dit bisbat, fins en tant les bulles del dit fra Guillem sien vengudes; les quals vistes, de continent atorareu a aquell les exequtories necessaries, e li manareu liurar la possesio del dit bisbat, segons os, en virtud de les presnts, ara per llauors, li atorgam e li inuestim aquell, fahent li respondre e acudir dels fruyts, rendes e emoluments del dit bisbat; e entretant quel es dites bulles tardan en venír, per major seguretat del dit fra Guillem, possareu en sequestre les dites rendes, fruyts e emolumnts del dit bisbat, fins a tant lo dit fra Guillem haja obtessa la possessio de aquell. E no façau lo contrari, en manera alguna, si nostra gracia haueu cara, e la pena sobredita desijau euivar; car nos, per contemplacio del dit illustre Infante, e perque grans dies ha li tiniem promes lo primer bisbat que en aquex regne vacaria per lo dit frare, volem aquell e no altre lo haja… Ludouico Gonçales.[2]                                                             .

 Anche se in queste occasioni il diritto al patrocinio del Re non viene rispettato, e questo può portare a ritenere che in realtà la chiesa non vedesse di buon grado queste ingerenze, è pacifico che a tutto ciò faccia da imponente contraltare l’inconfutabile provenienza spagnola di almeno diciassette vescovi della nuova sede titolare dei territori delle soppresse Castro, Bisarcio e Ottana: Alghero.

Non è il compito che ci siamo proposti quello di analizzare ogni nomina, sia essa ecclesiastica o civile, nelle istituzioni amministrative del nord Sardegna, ma riteniamo che, per come si presenta la realtà e per le evidenze documentali, la concessione di diritti di investitura ecclesiastica fu un istituto di cui la Corona d’Aragona fece largo utilizzo, e le motivazioni sono già state esposte.

 

Alcune notizie sulla chiesa cattedrale di San Nicola di Ottana:

L’imponente chiesa di S. Nicola domina da un’altura l’abitato di Ottana e s’impianta su una chiesa preesistente, ad aula mononavata con abside a est, individuata nel corso dei restauri del 1973-76 e forse altomedioevale, intitolata al santo vescovo di Mira, e mantenuta poi nella dedicazione all’edificio attuale. L’edificio divenne cattedrale della diocesi di Ottana e fu ricostruito entro il 1160, quando venne consacrato dal vescovo Zaccaria, come tramanda l’epigrafe in una striscia di pergamena, che si conservava dentro un astuccio metallico rinvenuto all’interno dell’altare.

L’impianto romanico è a croce commissa, con abside orientata, bracci del transetto voltati a botte, aula mononavata con copertura lignea. La fabbrica si svolse in due tempi: al primo spettano la costruzione dell’abside, del transetto e del fianco settentrionale, al secondo la facciata e il fianco meridionale, dove la linea di sutura s’individua lungo i conci di ammorsatura del campanile a canna quadrata, che non superò la fase progettuale.

Il carattere unitario della fabbrica è provato dall’uniformità dei paramenti murari in cantoni trachitici di media pezzatura; le differenze sono dovute al cambiamento di forme e ritmi delle archeggiature, che nell’abside e nel fianco nord sono a doppia ghiera tagliata a filo, mentre nel fianco sud e nella facciata hanno ghiere modanate e raccordano coppie di lesene; nel frontone est e nelle testate orientali del transetto sono interpretate con piccoli archetti semicircolari dove si aprono rispettivamente una luce cruciforme e monofore centinate a doppio strombo; è quindi un susseguirsi quasi ipnotico di variazioni sul tema dell’archetto, che in questo straordinario monumento raggiunge molteplici declinazioni.

La facciata al primo ordine è tripartita con l’apertura, nello specchio mediano, del portale architravato con l’arco di scarico e ai lati arcatelle che delimitano gli specchi con losanghe a più incassi; il secondo ordine è ancora tripartito con la riproposizione delle losanghe e nello specchio centrale una bifora; infine, nel terzo ordine le arcatelle sono cinque e gli specchi ospitano bacini ceramici di colore verde con venature gialle.

Nel braccio nord del transetto si conserva l’importante dipinto trecentesco conosciuto come Pala di Ottana. Si tratta di un polittico a tempera su tavola, attribuito al Maestro delle tempere francescane. Rappresenta nel trittico inferiore i Santi Nicola e Francesco e storie della loro vita. Grazie ai personaggi identificati dall’iscrizione dipinta e rappresentati ai piedi della Madonna col Bambino nella tavola superiore il vescovo francescano Silvestro di Ottana e il donnicello (erede al trono giudicale) riconosciuto come il giovane Mariano iv d’Arborea si può datare tra il 1339 e il 1343[3].

 

[1] De la Torre A., a cura di, 1949, Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catolicos. 1, 1479-1483. 1479-1483 . Barcellona, vol. I, p. 282.

[2] Ibid., cit., vol. I, p. 282.

[3] Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Illisso, Nuoro, 2000.

Bisarcio: cronotassi e brevi cenni storici

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La diocesi di Bisarcio ha la sua prima attestazione col vescovo Nicodemo, citato dal Besta come risalente a prima del 1082.

Il primo vescovo di origine spagnola citato dalla cronotassi riportata nella Storia della Chiesa di Sardegna[1] è il catalano Francesco (1350-ante 3 giuno 1366), minore e guardiano di Castellón de Ampurias (dioc. Gerona), nominato da Clemente vi il 26 novembre. Amadu afferma che “se Giovanni [predecessore di Francesco] era stato il primo dei francescani [tra i vescovi di Bisarcio], il suo successore inizia la serie appunto degli spagnoli” [2] nominati vescovi in questa sede. È una constatazione di fatto: la nomina degli spagnoli alle cariche ecclesiastiche è un fenomeno che si riscontra a partire dal XIV secolo.

Da lungo tempo ormai i Doria cercavano di ottenere dai Re di Aragona e di Sardegna le regioni di Bisarcio, Nurcara, Anglona e altre terre a titolo feudale: non avendo ottenuto questo privilegio con le preghiere e le suppliche, tentarono di acquisire tali diritti sul campo di battaglia, venendo comunque pesantemente sconfitti ad Ardara dal Re Pietro. Arriveremo al 1350 con la cessione dei Doria della città di Alghero agli spagnoli, i quali in cambio concessero in feudo le terre testé nominate. Il Re però non mancò di ricordare le circostanze che poterono concorrere a tale decisione e che in definitiva la Sardegna apparteneva a lui. Sarà quindi un’estensione del potere spagnolo, sia con la supervisione dei funzionari aragonesi sull’amministrazione civile, sia con gli ecclesiastici, sempre spagnoli, sulle realtà diocesane.

In quello stesso anno, Re Pietro ottenne dal Papa la nomina di Francesco a vescovo di Bisarcio: la provenienza dalla diocesi di Gerona, dalla quale proveniva anche il vescovo di Galtellì Arnaldo de Billasis[3] testimonia l’importanza e la riconoscenza che i Re aragonesi dovevano avere per il clero di quella diocesi, che tanto aveva aiutato il Re Giacomo ii nella conquista della Sardegna.

In un salto temporale di 119 anni, nel 1485 viene eletto alla sede bisarcense il minorita Michele López de Lasorra. Non è certa la sua provenienza, ma tutto concorre a crederlo spagnolo; in tal caso si potrebbe avanzare anche il dubbio che non abbia mai preso possesso della sua diocesi, facendola governare da un Vicario. La nomina del suo successore avverrà soltanto dieci mesi dopo e quindi si può presupporre che il suo regno effettivo durò anche meno di questo periodo[4]. Il 29 marzo 1486 veniva nominato vescovo di Rubicon, nelle Isole Canarie. Importante avvenimento che ebbe luogo durante l’episcopato del López è la chiusura del Parlamento Sardo, con una conseguente politica di tassazione, di donazioni e tributi a carico di coloro che vi avevano partecipato. Anche questo creò non pochi malumori, trovandosi l’Arcivescovado Turritano a dover dividere con i suoi suffraganei 14.000 lire da pagare in dieci anni. Probabilmente questa cifra spropositata era dovuta alla comminazione di una pena per non aver risposto all’invito loro rivolto sulla determinazione dei fuochi, sui quali applicare la tassazione per la chiusura del Parlamento Sardo.

Lo stesso atteggiamento di contumacia, davvero molto diffuso tra i vescovi medievali, lo tenne anche il successore di López, il francescano Garcia Quixada, professore di Teologia[5]. Veniva probabilmente eletto nel marzo del 1486, ma non abbiamo nessun documento certo. Abbiamo però le prove che, a distanza di due anni dopo la sua elezione, non era ancora andato a Bisarcio: nel 1488 infatti veniva convocato il Capitolo Cattedrale nella Chiesa di Sant’Antioco dal Canonico Giorgio de Bertinelli Arciprete e Vicario Generale a nome del Rev.mo in Cristo Padre e Signore Garcia Quexada per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo di Bisarcio, durante il quale fu da tutti prestato giuramento sul Vangelo di osservare le Costituzioni sinodali della diocesi. Il suddetto Giorgio de Bertinelli venne anche nominato Vicario Generale e, da quel che risulta dagli Atti del Sinodo Diocesano, Quexada non aveva ancora giurato sulle Costituzioni sinodali.

Degli ultimi Vescovi, Galcerando e Giovanni risultano poche notizie, e comunque non concorrenti a supportare la presente tesi. Si sottolinea solo la provenienza, non la patria, del vescovo Galcerando, trasferito da Innocenzo viii il 1 maggio 1490 dalla diocesi di Leighlin, in Irlanda. E questo spostamento, una volta di più, dimostra che l’assenza dalla sede fosse per i vescovi di molte diocesi prassi abituale e comune.

[1] Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna, pp. 875-876.

[2] Amadu, La diocesi medievale di Bisarcio. p. 103. Carlo Delfino Editore, Sassari 2003

[3] Su questo nome c’è una certa discordanza tra le fonti: il sito internet http://www.gcatholic.org riporta per l’anno 1366 l’elezione di Arnaldo de Billasis; il testo di Turtas, cit., p. 832, nella cronotassi dei vescovi di Galtellì non menziona il vescovo de Billasis, e per gli anni 1348-ante 1365 riporta un Arnaldo, de Episcopali, carmelitano tedesco, per gli anni 1365-ante 1376 un Alberto, da Surmanem (sede sconosciuta).

[4] Amadu, cit., p. 136.

[5] cdr, ed. cit. vol. II, p. 222, doc. CCC Si potrebbe supporre che la qualifica di professor theologie implichi l’insegnamento effettivo; ma non è sempre così. Si tratta di un modo per indicare (specie nella documentazione papale e negli atti notarili) che il soggetto ha conseguito la laurea in teologia e può insegnare (professare) la materia, ma in potentia non actu. Per trovare l’Università (Studiorum) dove il Quixada si fosse laureato o avesse insegnato è estremamente difficile: ci sono elenchi e fonti specifiche, per Parigi, Bologna, Padova, Siena… ma, data la sua provenienza, potrebbe aver studiato a Salamanca o anche a Barcellona. La cosa importante è che si tratta di un francescano che ha percorso gli studi teologici e li ha completati ricevendo un titolo accademico (peraltro alcuni lo ottenevano per concessione papale o dai capitoli generali dell’ordine), dunque nella condizione di avere un grado accademico (in teologia o diritto), che sempre di più, dal sec. XV, diviene un requisito per la nomina episcopale. La condizione di doctor et magister gli permettevano di essere docente  nelle scuole universitarie del suo ordine, aggregate a qualche facoltà teologica ufficiale (allora erano davvero molte, anche nella penisola iberica: però in Sardegna fino all’epoca dei Savoia non ci sono Studi pubblici, anche se esisteva una serie di scuole teologiche presso i francescani e i domenicani) o semplicemente come maestro dei suoi confratelli in qualche convento importante.

Castro: diocesi medievale sarda.

Il potere attraverso le nomine episcopali – seconda parte

Bernardo Jover (1483-1490), di Tarragona, successore del canonico sassarese Cristoforo Mannu (1478-1483), veniva eletto il 14 febbraio 1483[11]. Bernardo è la figura responsabile del percorso di ricerca che si è voluto intraprendere in questo lavoro di tesi, perché la sua nomina venne particolarmente patrocinata dal Re Ferdinando II il Cattolico, che chiese al Papa la nomina di Jover a vescovo di Castro, e ciò dimostra, meglio di ogni speculazione e di ogni lettura delle fonti, la pesante ingerenza che la corona aragonese poté esercitare sulla Sardegna, attraverso e con il beneplacito della Santa Sede.

Il re Fernando si spendeva non poco per fornire alla sua causa il più ampio consenso possibile. Vedremo, nei documenti riportati qua di seguito, la lettera che il Cattolico invia a Sisto IV e quella scritta al vescovo di Barcellona, Gonzalo Fernandez de Heredia. In Appendice sono presentati anche i due documenti inerenti il medesimo sistema di sollecitazione del Re al Papa per la nomina del vescovo di Ottana, e altre questioni.

XI. 1482. Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea el obispado de Castro, en Cerdeña, vacante por muerte del último posesor, a Bernardo Jover, prior de Oristany, y su capellán, con retención de los beneficios que poseía.

Sepe alias Beatitudini Vestre supplicaui, ut in his regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dignitatesque conferret; neque enim aliter, absete rege, res publice servuarii possunt, que si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum Bernardus Jouer, prior Oristanni, meus sit capellanus, et felicis memorie serenissimi regis dominici ac parentis mei pientissimi [sic] alumpnus, totamque vitam in mea et ipsius domo seruitute ingenti consumpsit; quo quidem et etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Nam superioribus diebus Christoforus Mainius, eiusdem suplico ut, meo respectu quetis quoque illius insule intuytu, eam dignitatem illi conferat; et preter id, quoniam ea tenuis est et exilis neque alendo pontiffici sufficiens supplex, oro ut facultatem retinendorum beneficciorum suorum, que possidet, illi tribuat. Erit enim id michi gratissimum et summi muneris loco ascribet…[12].

Era prassi consuetudinaria quella di avere lettere di accreditamento o di patrocinio per la nomina a particolari uffici, ma ciò che risulta interessante è la sollecitudine con la quale Ferdinando perora la sua causa, affermando che la etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Un endorsement tutt’altro che disinteressato.

XI. 1482. Madrid – Fernando al obispo de Barcelona, Gonzalo Fernández de Heredia, recomendándole el asunto del obispado de Castro, de los documentos anteriores.

A nuestro muy Santo Padre y a nuestro compadre el cardenal vicecanciller scriuo sobrel obispado de Castro, en el mi reyno de Serdenya, suplicando a Su Santidad que le quiera conferir a mossen Bernal Jouer, prior de Oristany, mi capellan, y rogando al dicho cardenal que en este nogocio entreuenga. Persona es desto y de mayor cosa mercedora, assi por su edat y buenas costumbres, como pro los muchos seruicios que al rey a mi señor, que Dios haya, y a mi ha fecho. Yo vos ruego y mando trebageys en esto con todas vuestras fuerças, y sobretodo que se le de con retencion de sus beneficios, por quanto aquella dignidat es de muy poca renta, y no es conuenible ni iusta cosa tal dignidat no tener con que se sostenga. Y en esto me seruireys muy mucho. E porque mejor sepays el negocio y forma que screuimos a Su Santidat y al dicho cardenal, os embio dentro las presentes traslados de las dichas letras. quel es fago… L. Gonçales, secretarius.[13].

Come già detto, la richiesta del Cattolico venne soddisfatta, e non era la prima volta che ciò accadeva, o quantomeno che il re avesse insistito presso il Papa perché i vescovi della Sardegna fossero suoi sudditi fedeli ed a lui legati per particolari vincoli di gratitudine, anche con lo scopo di attirare sempre maggior consenso agli aragonesi presso il popolo di Sardegna, sebbene ciò non dovette verificarsi, non fosse altro che per la concorde richiesta degli stamenti[14] perché alle sedi vescovili sarde non fossero più promossi degli stranieri.

Di Bernardo abbiamo notizie anche precedenti all’episcopato castrense, ma quasi tutte sono di carattere economico patrimoniale. Alcune risalgono al 1470, quando è data notizia dell’appropriazione di alcune terre da parte dello Jover, le quali erano ritenute senza proprietario, che invece era l’arcivescovo di Pisa. Quando la faccenda venne posta al vaglio dell’arcivescovado pisano, si decise per assolvere lo Jover dal rifondere il legittimo proprietario dei frutti arretrati, goduti in passato, e che da quel momento avrebbe dovuto versare la somma di 4 fiorini d’oro fino ogni anno. Decisamente un gesto di clemenza tutt’altro che diffuso, specie in riferimento alla difesa dei poteri economici di istituzioni potenti e territorialmente molto estese come l’arcidiocesi di Pisa.

Siamo alle soglie del momento in cui Ferdinando ii prenderà il titolo di re di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 al 1516. Sicuramente, e ora lo vedremo, continuando ad analizzare la cronotassi castrense, Ferdinando aveva fatto in modo di prepararsi una buona accoglienza istituzionale in Sardegna.

Oltre ai benefici della mensa vescovile di Castro, Bernardo nel 1479 era stato nominato dal re Giovanni ii di Trastámara Priore di San Salvatore di Oristano, con dodici cappellani beneficiati e una dotazione annua complessiva di 85 lire barcellonesi, di cui 25 assegnate al Priore ed il resto agli altri cappellani e per i bisogni della chiesa. Il 2 gennaio 1480 Ferdinando succedette al padre e confermò quanto da egli stabilito.

Al beneficio di San Salvatore, a quello del canonicato nel capitolo cattedrale di Cagliari, agli onorari come consigliere e cappellano di corte in Spagna, si aggiungevano pure altri benefici non meglio identificati, di cui poteva godere il possesso in Spagna, e per i quali il re, nella domanda per la promozione di Bernardo a Castro, pregava il pontefice perché gli venissero conservati.[15]

Dopo due anni dalla sua nomina a Castro però, lo Jover veniva nuovamente proposto dal Re Ferdinando per la sede di Usellus (Ales), resasi vacante per la morte del vescovo Giovanni de la Bona. Nella supplica al Papa il Re dichiarava di rinunciare al suo diritto di presentazione del nuovo titolare di Castro, bontà sua, lasciando però che a proporne il nominativo fosse il viceré di Sardegna:

12. VIII. 1484 – Cordoba – Fernando suplica al Papa la concesion de obispados en Cerdena a Bernardo Jover el de Ales, Usellensis, vacante por muerte de Juan de la Bona, renunciando el de Castro, con pensiòn a favor de Garcia Gonzàles, hijo de su secretario Luis Gonzàles. Para el obispado de Castro la persona que designe el virrey de Cerdeña. Para el de Terralba, Massullensis, vacante por muerte de Juan Pellís, a Ramón Ibarri, vicario de Santa María Magdalena de Zaragoza, con pensión para García Gonzáles.

Memini vestre Beatitudini sepe alias suplicasse ut, his in regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dinitatesque confferetur, neque eum aliter, absente rege, res publice seruari possunt, quam si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum venerabilis bernardu Jouer, episcopus Castrensis, meus sit capellanus, ac, felicis memorie, serenissimi regis domini et parentis mey pientissimi alumnus, totamque vitam in mea et ipsius seruitute consumpsit, quo quidem et etati gratuitate et erudicione vite quoque senctimonia in primis pollet dignus, michi visus est qui episcopatum Usselensis, vulgariter dicto de Ales, in prouincia Arborensis, regni mei Sardinie, preficeretur, ob eius episcopatus memorati Castrensis spontaneam recunciacionem, promocionem et traslacionem, nam superioribus diebus, Johannes de la Bona, eiusdem sedis Usselensis episcopus, mortem obiuit, cuius redditus ad summa ducatorum centum quinquaginta auri vel inde circa attingunt; cum annua tamen pensione ducatorum auri decem super eisdem, per vestram sanctitatem imponenda atque solui precipienda Garcie Goncales, filio dilecti consiliarii et secretarii nostri Ludouici Gonçalez, in adminiculum expensarum ac sustentationis studi ipsius, intuytu seruiciorum ab eius patre michi indesinenter impensorum. De ipso autem episcopatu Castrensi, ob renunciacionem, promocionem et traslacionem predictam, similibus quos dici respectibus, prouideretur dignum michi visum est in personam Sanctitati vestre nominandam per Guillermum de Peralta, viceregem in dicto meo Sardinie regno. Preterea in persona eciam Raymundi Euarii, perpetui vicarii ecclesie parrochialis beate Marie Magdalenes, ciuitatis Cesaguste, de episcopatu Massullensi, alias Terralbensi, obitu Johannis Pellis, nunc vacante; cum annua pensione ducatorum auri viginti super redditibus dicti vicariatus ut prefertur, inponenda, ace idem Garcie Goncales prima racione exsoluenda. Eamobrem Beatitudini vestre humiliter suplico ut meo respectu, quietis quoque illius insule intuitu, eisdem dignitatis cuilibet predictorum ut dictum est, cum pensionibus pretactis, conferre dignetur. Non obstante quaqunque forte contraria eleccione et pronunciacione. El preter id, quoniam ille tenus sunt et exilles, neque alendis pintifficibus sufficientes, supplex oro ut facultatem retinendorum benefficiorum, que possident, sicuti ipse Castrensi episcopus iam habet, unicuique eorum tribuat… L. Gonçales, secretarius[16].

Probabilmente, con questa mossa, il re tendeva a venire incontro, formalmente, alle sollecitazioni degli stamenti, che avevano richiesto che i vescovi fossero nominati tra i sardi; anche se poi, in pratica, sarebbe stato lui stesso a nominarlo, attraverso le sue istruzioni al viceré.

Ma se fu effettivamente questa la data in cui la lettera venne scritta, il 12 agosto del 1484, non si spiega come il Re potesse ignorare che già il 21 luglio Sisto IV avesse preposto «alla chiesa di Usellus, vacante per la morte del vescovo Giovanni, il maestro di teologia e di arti, Pietro Garcia, continuo commensale del cardinale Roderico, vescovo portuense e vicecancelliere della Santa Sede»[17]: al Re infatti spettava il diritto di patronato e di presentazione su tutti i vescovadi. Questa volta però, la richiesta non doveva avere esito felice: infatti, proprio il giorno in cui veniva spedita la lettera moriva il Pontefice Sisto iv, ed a lui succedeva Innocenzo viii che nonostante la petizione regale lasciava Jover a Castro fino alla morte.

A Bernardo succedette Giovanni Crespo (1490-1493) degli eremitani di S. Agostino; al suo trasferimento ad Ales il papa, forse accogliendo l’ennesima supplica del re aragonese, nominò un altro spagnolo, Melchiorre de Tremps (1493-1496), che non lascia memoria nel vescovado, e amministra per soli tre anni.

Giovanni Garcia (1496-1501) era un monaco benedettino del monastero di San Michele di Fluviano della diocesi di Girona, in Catalogna: anche di lui, come del precedente, sappiamo poco o nulla, oltre al nome. Il Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, nel doc. n. CCCXLVIII reca la notizia della visita ad limina del vescovo di Castro, compiuta per procura da Giovanni Gomez, prete della diocesi spagnola di Segorbe[18].

La sequenza dei vescovi medievali di Castro si esaurirà con la nomina del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. Amadu[19] suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504[20], e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

«An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.»

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali[21].

Clicca per la prima parte.

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NOTE

[11] Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, vol. II, p. 214, doc. nn. CCLXXXIII, XXLXXXIV.
[12] Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catòlicos, a cura di A. de la Torre, Barcellona 1949, vol. I, pp. 280-281
[13] Ibid., vol. I, p. 281.
[14] Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti. Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento: “in lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi, …”. Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese). Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte. Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro iv il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV. La definizione oggi è mutata: per l’Italia sono la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, per l’Inghilterra sono la House of Lord e la House of Commons, per la Francia sono l’Assemblée Nationale e il Sénat, e così via.
[15] CDR, vol. II, p. 215, doc. n. CCLXXXIV: «Dilecto filio Bernardo Electo Castrensi salutem etc. Il pontefice Sisto IV dà facoltà a Bernardo, eletto di Castro, di tenere benefici ecclesiastici in Spagna, perché possa sostenere con decenza la sua dignità episcopale».
[16] Documentos sobre relaciones…, cit., vol. II, pp. 76-77.
[17] CDR., vol. II, pp. 218, doc. n. CCXC.
[18] Ibid., vol. II, p. 245, doc. n. CCCXLVIII: Universis etc. Raphael etc. Universitati etc. quod cum R. P. D. Johannes episcopus Castrensis, Romana Curia citra montes existente, limina Beatorum Petri et Pauli apostolorum de Urbe singulis bienniis presenti et currenti per R. D. Johannem Gomez presbyterum Segobricensem honore etc. visitavit. Datum Rome anno 1500, die vero XXI.
[19] Amadu, La diocesi medievale di Castro, p.145, n. 1, Ed. Il torchietto, Ozieri, 1984
[20] Cfr. p. 96, nota 128.
[21] Eubel Konrad, Hierarchia Catholica Medii Aevi, II, p. 136.