19 giugno 1969. A Pratobello si scrive una bellissima pagina di storia.

A Orgosolo, il 19 giugno di 47 anni fa, in località Pratobello, cominciò la protesta non-violenta delle popolazioni del centro barbaricino, le quali riuscirono ad ottenete la propria vittoria senza neanche sparare un colpo, senza riportare feriti, né causarne tra le forze dell’ordine.

In quanti conoscono questa storia? Alla domanda retorica bisognerebbe rispondere con una sana dose di curiosità, legata a fatti accaduti pochi anni fa e che è importante conoscere, per capire che la Sardegna, in quei luoghi tristemente famosi, ha il merito di farsi riconoscere anche per una grande battaglia di civiltà, che forse oggi qualche conterraneo pare aver dimenticato. Perché, se alla Maddalena “si stava meglio quando c’erano gli Americani”, o a Quirra – dove si trova il Poligono Sperimentale di Addestramento Interforze, il più grande d’Europa, luogo militare ceduto in fitto per milioni di euro a varie multinazionali per sperimentazioni belliche, coperte dal segreto di Stato, nonché da quello industriale – non si può fare a meno della presenza dell’Esercito, allora forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere su cosa potrebbe essere la Sardegna SENZA le basi di addestramento militare.

Per spingere a questa riflessione, da storico, ritengo che raccontare i fatti di Pratobello sia un modo assolutamente congeniale.

Lo faccio utilizzando “Soldati a Orgosolo” – la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro il poligono, curata dal Circolo giovanile del paese – e  un articolo comparso oggi nel sito http://www.sardiniapost.it, e completandolo con alcune informazioni, immagini e il video montato con una canzone dedicata ai fatti oggetto di questo breve pezzo.

I fatti cominciano nell’aprile del 1969, quando si diffonde in paese la notizia che nel villaggio abbandonato di Pratobello i militari abbiano intenzione di realizzare un poligono fisso per le esercitazioni. Ciò diventa certezza nel maggio successivo, quando arriva la ferale notizia: agli allevatori che utilizzano i pascoli comunali di Pratobello viene ordinato di sgomberare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Sgomberare tutto significa mobilitare  “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato da un circolo giovanile di Orgosolo.

Inizia così una serie di assemblee cittadine che coinvolgeranno l’intera popolazione.
Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Ma non era quello il reale terreno di scontro che da li a poco verrà calpestato.

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

Il giorno dopo, ovvero il 20 giugno, si ripete il picchetto e l’intera comunità si ritrova a Pratobello sin dalle prime luci dell’alba, nonostante il blocco stradale intentato dai poliziotti al bivio di Sant’Antioco. La reazione degli orgolesi non si fa attendere: donne e uomini iniziano a sollevare a mano le camionette. Chi in precedenza aveva aggirato la polizia pratica ora un blocco qualche centinaio di metri più avanti per impedire l’arrivo di altri blindati. Nel frattempo le donne incitano i bambini a tagliare i fili della linea telefonica. Una volta arrivati al poligono, almeno tremila orgolesi respingono fuori dal confine del territorio comunale la polizia e avanzano sino a pochi metri dalle tende dei militari.

Arrivano intanto gli onorevoli, che invitano i manifestanti a spostare l’assemblea sulla strada provinciale, lontano dal campo militare. In seguito alla trattativa degli onorevoli Dc, Pci e Psiup, il generale sospende le esercitazioni. Gli stessi onorevoli cercano poi il confronto con il prefetto di Nuoro, ma l’iniziativa si rivela infruttuosa. Il 21 e il 22 giugno sono giornate di tregua: durante il week-end non è prassi sparare. Intanto, in paese si diffonde la notizia dell’arrivo nuovi reparti di forze dell’ordine da tutte le maggiori città italiane. Il problema ora è l’isolamento di Orgosolo: Mamoiada e Fonni hanno infatti accolto di buon grado i militari, anche perché gli espropri decisi dal ministero della Difesa non ledono gli interessi di quelle comunità.

Già dalla notte del 22 alcuni pastori incominciano a portarsi in prossimità di Pratobello, ma dalle 4.30 l’accesso alla zona del poligono risulta bloccato da un ingente schieramento di poliziotti e carabinieri. Mentre il paese incomincia a mobilitarsi,“i baschi blu danno il via a una vera e propria caccia all’uomo”, si legge nel volume realizzato dal Circolo giovanile di Orgosolo. A gruppi di venti o trenta, come deciso nel corso dell’assemblea della notte precedente, gli orgolesi forzano le linee di demarcazione del poligono e si vanno a nascondere al suo interno per effettuare azioni di disturbo. Alcuni manifestanti riescono a dare fuoco ai bersagli che dovrebbero servire per le esercitazioni di tiro. Altri – circa 600 – vengono invece catturati e condotti al centro di raccolta allestito all’interno del poligono e poi rilasciati alla fine ella giornata. Circa ottanta manifestanti vengono poi trasportati alla questura di Nuoro, in due saranno processati per direttissima. Anche il 23 i mortai tacciono.

Alle 20, l’assemblea decide di inviare a Roma una delegazione composta dagli onorevoli Ignazio Pirastu (Pci), CarloSanna (Psiup) e Gonario Gianoglio (Dc). Con loro, tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano, il presidente del Circolo giovanile. “La delegazione riceve il mandato di discutere, ascoltare, trattare, ma non di decidere”, riporta il verbale dell’assemblea.

“Anche se oggettivamente subordinata alla trattativa, la lotta continua il giorno successivo nelle stesse modalità del 23”, si legge in Soldati ad Orgosolo. Alla fine della giornata il bilancio sarà di 400 “sequestrati” e un arrestato. Intanto Pratobello diventa un caso politico: verso sera giunge la notizia del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Regione Del Rio.“Lussu è forse l’unico politico sardo a cogliere lo spirito della lotta”, così commentano gli orgolesi.

Così recita il telegramma del fondatore del Partito Sardo d’Azione.

Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini. Rimborso danni e premio in denaro è un offensivo palliativo che non annulla, ma aggrava l’ingiustizia. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei con loro”.

“Il 26 giugno, il banditore sveglia il paese con il solito disco di ballu tundu verso le sei del mattino”, riportano le cronache del tempo. Il poligono si trova però in un’altra zona rispetto al giorno precedente, e comprende alcuni costoni impervi. Questo significa che la polizia non potrà usare le camionette. Quando iniziano le operazioni a difesa delle esercitazioni,gli agenti trovano il poligono pieno zeppo di gente. Sarà questa una delle giornate di lotta più intensa: gli orgolesi riescono a tenere sotto scacco migliaia di baschi blu. Lungo i costoni scoscesi del Supramonte, questi ultimi, impossibilitati a usare le camionette, mostrano subito segni di stanchezza . Un gruppo di braccianti e di giovani pastori continuamente inseguiti da un centinaio di baschi blu lascia sul terreno dei volantini con scritto: “Quanto ti paga il tuo padrone Rovelli per inseguirci?”. I manifestanti, non appena avvistati, scompaiono tra gli alberi o, meglio, sopra gli alberi, nel folto dei lecci, visto che i baschi blu non controllano sopra la loro testa.

Nel frattempo fa ritorno in paese la delegazione partita due giorni prima alla volta di Roma. Così, alla spicciolata, i manifestanti fanno ritorno in paese, dove la delegazione rende note la posizione del ministro della Difesa Gui presentate dal sottosegretario Francesco Cossiga: il poligono è temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto; non vi è allo stato attuale nessuna decisione di trasformare il poligono in un’istituzione permanente, ogni eventuale decisione in merito per qualunque zona della Sardegna verrà adottata seguendo tutte le procedure ordinarie di legge, e in particolare sentendo il parere delle amministrazioni locali interessate, subordinando la scelta ai programmi e alle esigenze sociali di sviluppo, una commissione militare esaminerà in loco la possibilità di una riduzione dell’area del poligono, al fine di limitare per quanto possibile il disagio, i lavoratori della forestale avrebbero percepito la paga per i giorni di mancato lavoro, parte dei rifornimenti della Brigata Trieste sarebbero stati acquistati ad Orgosolo. L’assemblea si chiude con la ratifica del documento. Terminano così le sei giornate in cui Orgosolo tenne lo Stato sotto scacco a Montes, Funtana Bona, Duvilinò e Pratobello.

La vicenda si conclude quindi con una grande vittoria di popolo: senza che sia stato sparato un colpo di arma da fuoco, la popolazione è riuscita a far prevalere la propria volontà su quella dello Stato. Al processo tutti gli orgolesi denunciati per i fatti appena narrati vengono prosciolti.

Il link al video Orgosolo pro terra de bandidos, una poesia di Giuseppe Rubanu.

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Gli Stamenti del Parlamento Sardo.

Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti.

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Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento:

In lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi…

Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese).

Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in
Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte.

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Pietro IV d’Aragona, detto il Cerimonioso

Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro IV il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVIII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV.

Nel corso del Quattrocento questo importante organo ebbe modo di far sentire la propria voce anche in merito alla presenza ingombrante della corona aragonese, specialmente per la pretesa di re Ferdinando il Cattolico di nominare egli stesso i vescovi della Sardegna, nel tentativo di far presidiare il territorio da uomini fedeli alla corona e in questo modo ingraziarsi lo stesso popolo sardo.

Anche nella storia di Castro accaddero fatti che richiamarono l’attenzione degli Stamenti del Parlamento Sardo: infatti re Ferdinando si spendeva non poco per fornire il supporto necessario alla accettazione della nomina dei vescovi a lui graditi. In una lettera del 1482, il re scrive a papa Sisto IV, supplicandolo di approvare la nomina del tarragonese Bernardo Jover, “prior in Oristanni, meus capellanus“, adducendo a buona prova la sua età, la sua gravitas, ovvero la sua autorità, e non ultima la sua erudizione. Bernardo Jover  veniva quindi eletto il 14 febbraio e 1483 e sarebbe rimasto vescovo fino al 1490.

Fatti simili sono davvero numerosi. Li analizzeremo a breve.

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Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico

 

Storia dalle fonti: il vescovo Antonio De Toro di Castro

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La cronotassi è un elenco ordinato cronologicamente di persone succedutesi in una carica, ed è usato specialmente nelle successioni dei vescovi.

Conoscere la cronotassi dei vescovi di Castro – o di Ottana, o di Bisarcio, o di Ampurias, o di qualunque altra diocesi della Sardegna o del mondo cristiano in genere – non è solo un esercizio erudito, ma è un modo per entrare nelle pieghe della Storia, vedere come le dinamiche di potere riuscivano ad interessarsi anche all’amministrazione di un territorio povero come quello della diocesi di Castro tra l’XI e il XVI secolo.

Una veloce lettura della cronotassi dei vescovi di Castro suggerisce subito un dato: molti furono gli ecclesiastici spagnoli che ressero la cattedra in questa antica diocesi.

Analizzando questa importante fonte storica, sebbene la vicenda spagnola abbia inizio in Sardegna dal 1297, si può notare che tra la fine del quarto decennio del Quattrocento circa, e il 1503 con l’ultimo vescovo, Antonio di Toro, minore e maestro in teologia, ritroviamo ben sette vescovi di origine spagnola, concentrati nel periodo tra il 1477 e il 1501; essi saranno:

  • Giovanni Gasto, minore, 1447-ante 11 lug. 1455;
  • Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet, 1455;
  • Lorenzo de Moncada, minore, maestro in teologia, 1464-ante 14 ott. 1478;
  • Bernardo Jover, di Tarragona, 1483-1490;
  • Melchiorre de Tremps (Lleida), 1493-1496;
  • Giovanni, benedettino di Gerona, 1496-1501;
  • Antonio, di Toro, minore, maestro in teologia, 1501-1509.

Le cronache riportano notizie molto scarse riguardo queste figure appena citate, le quali si alterneranno con vescovi “italiani” negli anni 1458-1464 con Leonardo, abate di S. Michele di Salvennor, nel 1478-1483 con Cristoforo Mannu, canonico di Sassari e nel 1490-1493 con Giovanni Crespo, degli eremitani di S. Agostino, che tra l’altro sarebbe nominato nell’epigrafe di Santo Stefano a Oschiri.

In questa sede vorrei prendere brevemente in esame la figura del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. L’Amadu, nel libro “La diocesi medievale di Castro” suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504, e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

Anno M(illesimo) (Quingenti) (Quarto), (viginti quinque) Aprilis. Ego Antonius Dethoro Episcopus Castrensis consecravi ecclesiam et altare hoc in honorem Sancti Stefani. Et reliquias Beatorum martirum Narboris et Felicis et Laurentii in eo inclusi. Singulis Christifidelibus hodie unum annum. et in die anniversario consecracionis XL dies de vera indulgencia concedens in forma Ecclesiae.

Anno 1504, 25 aprile. Io, Antonio Dethoro, vescovo di Castro, consacro la chiesa e l’altare in onore di Santo Stefano, e le reliquie del beato martire Narborio e Felice e Lorenzo in esso custoditi. Per i fedeli in Cristo, per un anno, e nell’anniversario della consacrazione, concediamo cinquanta giorni di vera indulgenza, secondo le forme della Chiesa.

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali.

Di seguito, una galleria di immagini sui collegamenti tra Castro e le diverse realtà religiose spagnole.

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