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La cronotassi è un elenco ordinato cronologicamente di persone succedutesi in una carica, ed è usato specialmente nelle successioni dei vescovi.

Conoscere la cronotassi dei vescovi di Castro – o di Ottana, o di Bisarcio, o di Ampurias, o di qualunque altra diocesi della Sardegna o del mondo cristiano in genere – non è solo un esercizio erudito, ma è un modo per entrare nelle pieghe della Storia, vedere come le dinamiche di potere riuscivano ad interessarsi anche all’amministrazione di un territorio povero come quello della diocesi di Castro tra l’XI e il XVI secolo.

Una veloce lettura della cronotassi dei vescovi di Castro suggerisce subito un dato: molti furono gli ecclesiastici spagnoli che ressero la cattedra in questa antica diocesi.

Analizzando questa importante fonte storica, sebbene la vicenda spagnola abbia inizio in Sardegna dal 1297, si può notare che tra la fine del quarto decennio del Quattrocento circa, e il 1503 con l’ultimo vescovo, Antonio di Toro, minore e maestro in teologia, ritroviamo ben sette vescovi di origine spagnola, concentrati nel periodo tra il 1477 e il 1501; essi saranno:

  • Giovanni Gasto, minore, 1447-ante 11 lug. 1455;
  • Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet, 1455;
  • Lorenzo de Moncada, minore, maestro in teologia, 1464-ante 14 ott. 1478;
  • Bernardo Jover, di Tarragona, 1483-1490;
  • Melchiorre de Tremps (Lleida), 1493-1496;
  • Giovanni, benedettino di Gerona, 1496-1501;
  • Antonio, di Toro, minore, maestro in teologia, 1501-1509.

Le cronache riportano notizie molto scarse riguardo queste figure appena citate, le quali si alterneranno con vescovi “italiani” negli anni 1458-1464 con Leonardo, abate di S. Michele di Salvennor, nel 1478-1483 con Cristoforo Mannu, canonico di Sassari e nel 1490-1493 con Giovanni Crespo, degli eremitani di S. Agostino, che tra l’altro sarebbe nominato nell’epigrafe di Santo Stefano a Oschiri.

In questa sede vorrei prendere brevemente in esame la figura del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. L’Amadu, nel libro “La diocesi medievale di Castro” suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504, e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

Anno M(illesimo) (Quingenti) (Quarto), (viginti quinque) Aprilis. Ego Antonius Dethoro Episcopus Castrensis consecravi ecclesiam et altare hoc in honorem Sancti Stefani. Et reliquias Beatorum martirum Narboris et Felicis et Laurentii in eo inclusi. Singulis Christifidelibus hodie unum annum. et in die anniversario consecracionis XL dies de vera indulgencia concedens in forma Ecclesiae.

Anno 1504, 25 aprile. Io, Antonio Dethoro, vescovo di Castro, consacro la chiesa e l’altare in onore di Santo Stefano, e le reliquie del beato martire Narborio e Felice e Lorenzo in esso custoditi. Per i fedeli in Cristo, per un anno, e nell’anniversario della consacrazione, concediamo cinquanta giorni di vera indulgenza, secondo le forme della Chiesa.

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali.

Di seguito, una galleria di immagini sui collegamenti tra Castro e le diverse realtà religiose spagnole.

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