Gli Stamenti del Parlamento Sardo.

Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti.

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Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento:

In lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi…

Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese).

Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in
Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte.

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Pietro IV d’Aragona, detto il Cerimonioso

Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro IV il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVIII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV.

Nel corso del Quattrocento questo importante organo ebbe modo di far sentire la propria voce anche in merito alla presenza ingombrante della corona aragonese, specialmente per la pretesa di re Ferdinando il Cattolico di nominare egli stesso i vescovi della Sardegna, nel tentativo di far presidiare il territorio da uomini fedeli alla corona e in questo modo ingraziarsi lo stesso popolo sardo.

Anche nella storia di Castro accaddero fatti che richiamarono l’attenzione degli Stamenti del Parlamento Sardo: infatti re Ferdinando si spendeva non poco per fornire il supporto necessario alla accettazione della nomina dei vescovi a lui graditi. In una lettera del 1482, il re scrive a papa Sisto IV, supplicandolo di approvare la nomina del tarragonese Bernardo Jover, “prior in Oristanni, meus capellanus“, adducendo a buona prova la sua età, la sua gravitas, ovvero la sua autorità, e non ultima la sua erudizione. Bernardo Jover  veniva quindi eletto il 14 febbraio e 1483 e sarebbe rimasto vescovo fino al 1490.

Fatti simili sono davvero numerosi. Li analizzeremo a breve.

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Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico

 

Un portale dimenticato…

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Foto Google 2016 ©

Sulle sponde oschiresi del lago Coghinas, nella parte a nord, si trovano i poveri resti della chiesa detta di San Giorgio, in quello che era il villaggio di Balanotti, già noto da fonti come le Rationes Decimarum Italiae Sardinia.

Le notizie sul villaggio sono veramente poche, e da quelle che abbiamo possiamo trarre la conclusione che esso si svuoti attorno al XV secolo, a favore forse del villaggio di Castro, sede di diocesi dal XII al XVI secolo, che dista solo 6 km in linea d’aria; altri centri minori come Otti e Sas Ruinas (nome significativo, forse assegnato dopo l’abbandono del sito) seguirono la stessa sorte di Balanotti, a favore del centro già allora di maggiori dimensioni, ovvero Oschiri. Voglio inoltre sottolineare il fatto che anche l’intitolazione della chiesa a San Giorgio non è, ad oggi, suffragata da prove documentali, per cui sarà utile, a tal scopo, rinvenire negli archivi diocesani di Ozieri o di Alghero, notizie al riguardo.

L’unico elemento di notevole interesse è il portale, che risulta anche pericolosamente in bilico, e potrebbe crollare da un momento all’altro, causando ulteriore danno alla storia di questa chiesa e del villaggio medievale che la circondava. Il portale potrebbe effettivamente essere un’aggiunta posteriore (anche di secoli) alla fase d’impianto dell’edificio, di cui possiamo solo supporre la struttura, costituita sicuramente da una navata semplice di una ventina di metri circa, con un’addizione sul lato meridionale. Nel fregio su cui poggia il timpano è presente un’iscrizione di semplice lettura, ma di difficile interpretazione, almeno nella seconda parte:

HOC. OPVS. FECIT. FIERI. K. OPERARIVs (IHS) SANO. IGOZ. MROSMAG. EC. IGVIPAPORILGI  /  ALE.

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La sua decifrazione potrebbe esser utile per datare almeno il portale: sembra in ‘capitale latina’ quindi databile a partire dal Rinascimento, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di un’aggiunta posteriore alla realizzazione del portale. Al momento si può solo affermare che gli elementi e i decori che connotano il portale non rientrano negli ornamenti introdotti dal ‘classicismo’ rinascimentale e anche le proporzioni sembrano molto particolari. Forse varrebbe la pena cercare qualche fonte documentale che permetta di articolare un ragionamento di datazione.

Della chiesa sappiamo che la tradizione la vorrebbe “aragonese”, quindi di fondazione nel periodo che intercorre tra il 1297 e il 1479 circa; recentemente, da alcune fotografie dell’architrave, è stata letta una data completamente fuori da questi estremi cronologici, ovvero il 1608, ma altri epigrafisti non hanno confermato la presenza di questa data, la quale entrerebbe in conflitto anche con quanto detto sul fenomeno di abbandono del villaggio: avrebbe senso la costruzione di una chiesa in un villaggio disabitato? È pur vero che di chiese campestri abbonda il territorio, ma il sito dove insistono i miseri resti di San Giorgio è stato abitato fino al XV secolo, e non avrebbe senso una costruzione ex post.

Una pericolosa indifferenza avvolge questo luogo, e ha portato al suo quasi completo annientamento: il portale è l’ultima vestigia di un’epoca storica, il medioevo, che dovrebbe essere rivalutata, e aspettare il crollo di ciò che resta della chiesa, per poi magari veder sparire i conci lavorati che magari andrebbero ad abbellire le case di taluni, è veramente intollerabile. Un semplice intervento di prima tutela potrebbe essere quello di mettere in sicurezza l’area, con un’opera di puntellamento del portale: poi si deciderà cosa farne, se trasportarlo ad Oschiri e musealizzarlo, oppure lasciarlo in loco e valutare se ricostruire la chiesa.

 

In questa sorta di appello si sentano tutti coinvolti, non solo gli organi preposti alla tutela del patrimonio storico, culturale ed artistico, ma anche ogni singolo cittadino, che dovrebbe sempre vigilare affinché i siti di interesse siano adeguatamente custoditi e valorizzati.

Ottana: cronotassi e brevi cenni storici

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La cattedrale di San Nicola di Ottana

 

La diocesi di Ottana ha il suo primo vescovo attestato nel 1112, nella persona del camaldolese Zanetti. Dalla cronotassi riportata dal Turtas risulta di origine spagnola soltanto un vescovo: Giovanni Perez, parroco in diocesi di Cuenca, eletto nel 1501, ultimo titolare della diocesi di Ottana prima del trasferimento ad Alghero della sede.

Se la cronotassi si limita a fornirci un solo nominativo di origine spagnola, molto più importante è leggere le lettere che Fernando scrisse al papa, dove fa appello al suo diritto di nomina, ma che in questo caso sembra non trovare il favore della Sede apostolica.

Leggiamo quanto scrive Fernando e poi sottolineeremo alcune particolarità:

  1. XI. 1482. – Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea del obispado de Ottana, en Cerdeña, a fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique, lugarteniente en Cataluña. […] habemus Deo inmortali graciam, quod neminem hactenus Beatitudini Vestre ad episcopatum presentauimus, qui illo non esset dignissimus. Idem modo in ecclesia Esanensi, que sine pastore est, faciemus. Est diuque fuit illustri patruelis nostri confessor, frater Guillermus Oller, vir vite admodum religiose et erudicionis ad regendas animas necessarie, nobis quoque fidelis et gratus. Hunc virum suplicamus Beatitudini Vestre ut Osenensis ecclesie preficiat; nam et vite integritate ad exemplum et litteris proderit ad doctrinam, fide quoque in nos sua diocesanos suos fideliores nobis efficiet, quod est ad regnorum pacem perquam necessarium. Et quoniam sine jactura animarum diu sine pontifice ecclesie esse non possunt, suplicamus ut promocionem non differat Beatitudo Vestra… L. Gonçales, secretarius.[1]

 

La prassi è sempre la stessa: patrocinare un prelato e suffragare la sua nomina con alcune notazioni di particolare rettitudine morale del candidato e di certezza della sua fedeltà (al Re, non principalmente al Papato, né tampoco alla Sardegna). Anche qui, come accadde per la richiesta di spostamento del vescovo castrense Jover, la richiesta del Re non verrà accolta da Sisto iv, il quale nominerà alla cattedra ottanense il canonico di Sassari Domenico de Milia (1483-ante 23 lug. 1501).

Leggiamo ancora tra la corrispondenza del Re Ferdinando:

  1. XI. 1482. Madrid – Fernando ordena al virrey de Cerdeña no admita otras bulas para el obispado de Ossana, vacante por muerte de fray Luis Camanyes, si no vienen a favor de fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique.   Don Fernando, etcetera. Al spectable, magnifich, amat conseller e camarlench nostre, mossen Eximen Perez scriua de Romani, visrey nostre en lo regne de Serdenya, salut e dilectio. Per quant nos lo dia present e infrascrit, a suplicacio del illustre infant don Enrich, nostre molt car e molt amat cosingerma e loctinent general en lo principat de Cathalunya, rene de Mallorques e illas a aquell adjacents, hauem feta promesa del bisbat de Ossaua, que ara nouament ha vacat en aqueix regne, per mort de fra Luis Camanyes, ultimo posseydor de aquell, en persona del amat nostre fra Guillem Oller, een fauor de aquell hauem scrit a nostre Sant Pare li atorgue les bulles necessaries, e sia nostra ferma voluntat que lo dit fra Guillem Oller, e non alta persona alguna, haia e obtenga lo dit bisbat, vos diem e manam stretament, ab tenor de les presents, de nostra certa sciencia e consulta, a pena de mil florins d or, que, si bulles o prouisions algunes apostoliques vos seran presentades del dit bisbat, de aquelles no atorgueu exequtories, ni doneu loch que, en virtud de aquelles, se prenga la possessio del dit bisbat, fins en tant les bulles del dit fra Guillem sien vengudes; les quals vistes, de continent atorareu a aquell les exequtories necessaries, e li manareu liurar la possesio del dit bisbat, segons os, en virtud de les presnts, ara per llauors, li atorgam e li inuestim aquell, fahent li respondre e acudir dels fruyts, rendes e emoluments del dit bisbat; e entretant quel es dites bulles tardan en venír, per major seguretat del dit fra Guillem, possareu en sequestre les dites rendes, fruyts e emolumnts del dit bisbat, fins a tant lo dit fra Guillem haja obtessa la possessio de aquell. E no façau lo contrari, en manera alguna, si nostra gracia haueu cara, e la pena sobredita desijau euivar; car nos, per contemplacio del dit illustre Infante, e perque grans dies ha li tiniem promes lo primer bisbat que en aquex regne vacaria per lo dit frare, volem aquell e no altre lo haja… Ludouico Gonçales.[2]                                                             .

 Anche se in queste occasioni il diritto al patrocinio del Re non viene rispettato, e questo può portare a ritenere che in realtà la chiesa non vedesse di buon grado queste ingerenze, è pacifico che a tutto ciò faccia da imponente contraltare l’inconfutabile provenienza spagnola di almeno diciassette vescovi della nuova sede titolare dei territori delle soppresse Castro, Bisarcio e Ottana: Alghero.

Non è il compito che ci siamo proposti quello di analizzare ogni nomina, sia essa ecclesiastica o civile, nelle istituzioni amministrative del nord Sardegna, ma riteniamo che, per come si presenta la realtà e per le evidenze documentali, la concessione di diritti di investitura ecclesiastica fu un istituto di cui la Corona d’Aragona fece largo utilizzo, e le motivazioni sono già state esposte.

 

Alcune notizie sulla chiesa cattedrale di San Nicola di Ottana:

L’imponente chiesa di S. Nicola domina da un’altura l’abitato di Ottana e s’impianta su una chiesa preesistente, ad aula mononavata con abside a est, individuata nel corso dei restauri del 1973-76 e forse altomedioevale, intitolata al santo vescovo di Mira, e mantenuta poi nella dedicazione all’edificio attuale. L’edificio divenne cattedrale della diocesi di Ottana e fu ricostruito entro il 1160, quando venne consacrato dal vescovo Zaccaria, come tramanda l’epigrafe in una striscia di pergamena, che si conservava dentro un astuccio metallico rinvenuto all’interno dell’altare.

L’impianto romanico è a croce commissa, con abside orientata, bracci del transetto voltati a botte, aula mononavata con copertura lignea. La fabbrica si svolse in due tempi: al primo spettano la costruzione dell’abside, del transetto e del fianco settentrionale, al secondo la facciata e il fianco meridionale, dove la linea di sutura s’individua lungo i conci di ammorsatura del campanile a canna quadrata, che non superò la fase progettuale.

Il carattere unitario della fabbrica è provato dall’uniformità dei paramenti murari in cantoni trachitici di media pezzatura; le differenze sono dovute al cambiamento di forme e ritmi delle archeggiature, che nell’abside e nel fianco nord sono a doppia ghiera tagliata a filo, mentre nel fianco sud e nella facciata hanno ghiere modanate e raccordano coppie di lesene; nel frontone est e nelle testate orientali del transetto sono interpretate con piccoli archetti semicircolari dove si aprono rispettivamente una luce cruciforme e monofore centinate a doppio strombo; è quindi un susseguirsi quasi ipnotico di variazioni sul tema dell’archetto, che in questo straordinario monumento raggiunge molteplici declinazioni.

La facciata al primo ordine è tripartita con l’apertura, nello specchio mediano, del portale architravato con l’arco di scarico e ai lati arcatelle che delimitano gli specchi con losanghe a più incassi; il secondo ordine è ancora tripartito con la riproposizione delle losanghe e nello specchio centrale una bifora; infine, nel terzo ordine le arcatelle sono cinque e gli specchi ospitano bacini ceramici di colore verde con venature gialle.

Nel braccio nord del transetto si conserva l’importante dipinto trecentesco conosciuto come Pala di Ottana. Si tratta di un polittico a tempera su tavola, attribuito al Maestro delle tempere francescane. Rappresenta nel trittico inferiore i Santi Nicola e Francesco e storie della loro vita. Grazie ai personaggi identificati dall’iscrizione dipinta e rappresentati ai piedi della Madonna col Bambino nella tavola superiore il vescovo francescano Silvestro di Ottana e il donnicello (erede al trono giudicale) riconosciuto come il giovane Mariano iv d’Arborea si può datare tra il 1339 e il 1343[3].

 

[1] De la Torre A., a cura di, 1949, Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catolicos. 1, 1479-1483. 1479-1483 . Barcellona, vol. I, p. 282.

[2] Ibid., cit., vol. I, p. 282.

[3] Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Illisso, Nuoro, 2000.

La chiesa di Santo Stefano e l’altare rupestre

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La chiesa si inserisce in contesto campestre a circa 2 km dal paese, in un ambiente tipico per flora e fauna mediterranea, ma assolutamente particolare per l’isolamento acustico che, fatto salvo una stradina interpoderale che costeggia il podere entro il quale si colloca l’area archeologica in questione, circonda surrealisticamente il tutto. Superato il cancello che chiude la via d’accesso al sito si raggiunge la chiesetta che si trova dirimpetto a ciò che viene comunemente chiamato “Altare”, per la sua conformazione, con tutte le sue figure geometriche ed i simboli pre-cristiani.

La chiesa riporta sulle facciate due volti umani stilizzati di trachite e un’iscrizione datata 1492, mentre la pergamena scoperta durante i lavori di restauro riporta la data di consacrazione, officiata dal vescovo di Castro De Toro, al 1504. All’interno la chiesa si presenta in forme estremamente semplici, con un ambiente originariamente mononavato, al quale venne poi affiancata una navatella sul lato sinistro, che è separata da quella principale tramite tre ampi archi. Di particolare interesse sono i capitelli in stile aragonese all’interno della chiesa, riposizionati in epoca recente e probabilmente provenienti da altro luogo. La statua del santo, lignea e di fattura comune, è stata anch’essa restaurata in tempi recenti, ed è ora protetta all’interno di una teca di legno e vetro.

Il sito di Santo Stefano è, sin dai tempi più remoti, un centro di intensa spiritualità, e per questo è semplice ritrovarvi reperti certamente riconducibili ai culti precristiani. Anche all’interno della chiesa, infatti, è possibile trovare un piccolo betilo, riadattato ad acquasantiera. Nelle immediate vicinanze alla collinetta dove sorge la chiesa sono riconoscibili, all’occhio dell’attento osservatore, i resti di un tempio nuragico e nel circondario sono presenti 5-6 sepolture ipogee, impropriamente dette domus de janas, (case delle fate), che di fiabesco avevano ben poco, ma che nella cultura popolare si narra ospitassero spiriti maligni, le janas appunto.

Nel lato meridionale della chiesa si apre l’ingresso secondario, reso però importante, quasi più del principale, dalla presenza di un architrave di trachite che reca un’incisione ancora oggetto di studi e di interpretazione. Le varie teorie spaziano dalla scrittura bizantina a un logudorese tardomedievale: in tutti i casi però, pare assolvere a valore testimoniale per la committenza. Una data tuttavia pare metta d’accordo tutti gli studiosi (pochi) che se ne sono interessati: il 1492, presente nell’iscrizione nella forma M°CCCCLXXXXII. In una conferenza del giugno 2008, svoltasi a Oschiri, l’epigrafista Gigi Sanna parlò di una tale donnai Masala[1], sua interpretazione della scritta epigrafica e che viene affermato sia colei che concesse la terra perché venisse edificata la chiesa: l’interpretazione di Sanna che vuole assegnare la parola donnai alle altre due molto simili di mammai e di babbai – quest’ultima utilizzata ancora oggi per definire uomini di grande prestigio, specialmente i sacerdoti – probabilmente non tiene conto di un’altra similitudine: quella con la parola donnikella o donnikellu, estrapolata dai documenti medievali come i condaghes e che era riferibile principalmente alla progenie dei giudici o comunque a figure potenti della nobiltà sarda. Un’altra precisazione che intendiamo fare riguarda un secondo nome che secondo il Sanna comparirebbe nell’epigrafe: quello di Alesio Allodu. A mio avviso ciò che si ritiene come cognome del tal Alesio, altro non è che la qualifica della persona. Mi riferisco infatti alla proprietà allodiale, ovvero quando essa era piena e definitiva, differenziandosi dal feudo o beneficio, con i quali si indicavano invece i beni ricevuti in concessione da un signore dietro prestazione di un giuramento di fedeltà (il cosiddetto omaggio feudale o vassallatico). Ciò non inficerebbe la teoria del Sanna, ma contribuirebbe a una maggiore definizione epigrafica, che in realtà non c’è.

A mio avviso però, l’interpretazione che ha maggior riscontro, anche documentale e dei nomi che comparirebbero nell’architrave, è quella di Gian Gabriele Cau, il quale afferma che la scrittura reciti quanto segue:

+ YhS[sus]

M°CCCCLXXXXII A[nno] D[omi]NI MA[st]R[u] B[ustian]U M[urr]AI

CUM E[piscopus] F[rater] A[gostinianu]S C[res]PO IOAN[nes] F[raig]U MA FATU

 

secondo l’autore da tradursi: “+ Nel nome di Gesù, nell’anno del Signore 1492, il maestro [da intendersi come capomastro muratore,Ndr] Sebastiano M(urr)ai, allorché (era) vescovo il frate agostiniano Crespo Giovanni, mi ha edificato [alla lettera: fabbrica mi ha fatto, Ndr]”[2].

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Il riscontro lo abbiamo dal nome di Giovanni Crespo, il quale fu vescovo di Castro dal 1490 al 1493, anche se poi la chiesa, come risulta nella pergamena chirografa, scritta con una spigolosa grafia tardogotica corsiveggiante, e ritrovata nell’altare durante gli ultimi restauri, riporta la data di consacrazione nel 1504, quando vescovo era De Toro[3].

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An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.

Finché non verrà effettuato unoaltare santo stefano oschiri scavo archeologico, che dovrà indagare anche la zona sottostante la chiesetta oltre che tutto il circondario, il maggior interesse nel sito è dato dal cosiddetto Altare rupestre, per la posizione frontale con la quale si presenta, decorato con una serie di incavi disposti su due registri: quello inferiore, che ne riporta dodici triangolari e quadrati; e quello superiore, con nove triangolari, quadrati e uno rotondo. Osservando frontalmente l’altare, sulla destra si può vedere una serie di coppelle disposte in cerchio in numero di dodici circolari racchiudenti una coppella centrale più grande e sormontate da una tredicesima coppella posta esattamente in corrispondenza del nord. Ancora più a destra una nicchia orizzontale perfettamente rettangolare è coronata da una serie di nove coppelle del diametro di circa 5-10 cm ciascuna. A sinistra dell’Altare si trova un’altra roccia che riporta ancora due nicchie triangolari e un bancone che, si pensa, sia stato utilizzato o per la deposizione di offerte votive o per espletare il rito dell’incubazione. A destra delle nicchie appena descritte, dietro l’Altare si trova una teoria di tre coppelle quadrate, disposte a scaletta da sinistra a destra per chi guarda. Tutto intorno il sito è disseminato di incisioni su roccia riportanti figure geometriche tra le quali losanghe, cerchi, quadrati, il più dei quali “cristianizzati” dalla giustapposizione della croce. In altri casi la croce invece è da datarsi allo stesso periodo dell’Altare. Riguardo a quest’ultimo dato, la datazione, le teorie più disparate vogliono destinare la realizzazione del sito in un arco di tempo che va dal periodo Neolitico, a quello bizantino o comunque successivo alla venuta di Cristo. La realtà di una necropoli ipogeica, presente come già detto in numero di 5, forse 6 tombe ipogeiche, denominate domus de janas, fornisce l’indizio di una frequentazione senz’altro inquadrabile cronologicamente nel Neolitico recente (cultura di Ozieri 3500-2700 a.C.) e nell’età del Rame (III millennio a.C.)[4]. La particolarità del area e l’attuale assenza di un lavoro di scavo e di indagine archeologica su un sito così particolare, definito unicum nel Mediterraneo, hanno fatto sì che le teorie interpretative più fantasiose venissero messe in circolazione; l’unico dato positivo che si riscontra è l’attuale interesse che questo monumento sta riscuotendo, anche nell’amministrazione comunale di Oschiri, oltre che in una tipologia di turismo colto[5].

[1] http://gianfrancopintore.blogspot.com/2008/06/astrade-macch-solo-donna-masala.html

[2] Cau Gian Gabriele, Scritture dal passato – L’epigrafe documentale dell’edificazione della chiesa di S. Stefano di Oschiri (1492), pp. 382-386, in Almanacco Gallurese, 2011.

[3] Un errore nel quale spesso si incorre riguardo le notizie su questa chiesa, è la data di consacrazione: l’Amadu infatti riporta in appendice al libro La diocesi medievale di Castro, la trascrizione della pergamena, datandola erroneamente al 1503. Da una semplice lettura dell’originale è però chiarissimo che la data è 1504. La differenza di un anno, in questo contesto, è importantissimo perché dimostra che De Toro, seppur la diocesi fosse formalmente soppressa nel 1503 dalla bolla Aequum Reputamus, ancora esercitava le sue funzioni episcopali. Inoltre non è secondaria la questione dello stile di datazione, ovvero la differenza tra il cosiddetto “stile ab incarnatione”, osservato a Pisa, e il cosiddetto “stile moderno”, detto anche “stile dell’Incarnazione al modo fiorentino”, impiegato in molte città dell’Italia medievale, come a Firenze e a Piacenza. Il primo si basava sul meccanismo di far iniziare l’anno il giorno 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine Maria, quindi dell’Incarnazione di Cristo), anticipandone di nove mesi e sette giorni l’inizio rispetto allo “stile moderno” o “stile della Circoncisione”, ancor oggi in uso, che indica il giorno 1 gennaio come primo dell’anno. Lo stile impiegato a Firenze, invece, indicava anch’esso il 25 marzo come primo giorno dell’anno, ma ne posticipava l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto all’uso moderno. Le date espresse secondo lo stile ab incarnatione e quelle secondo lo stile fiorentino, in entrambi i casi indicate nelle fonti dell’epoca con la formula “anno ab Incarnatione Domini”, differivano dunque di un anno esatto. Nel nostro caso però, la lettura della data nella pergamena di Santo Stefano non sarebbe ascrivibile al caso del diverso stile di datazione, quanto più a un errore di lettura.

[4] Sotgia Giovanni Daniel. Il sito archeologico di Santo Stefano, in comune di Oschiri, pp. 426-427 in “Arte e comunicazione nelle società pre-letterate”. Ed. Jaca Book, Milano, 2011.

[5] Mi sia consentito in questa sede ricordare l’impegno profuso in questa meritoria opera di valorizzazione dall’Ispettore Onorario per la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Sassari e Nuoro, nonché presidente dell’associazione culturale Su Furrighesu Giorgio Pala, il quale fa anche da guida in questi meravigliosi siti ed è, senza ombra di dubbio, una delle persone al quale mi sono rivolto con maggiore fiducia per reperire alcune notizie sul territorio.