Diocesi di Castro. Ipotesi per l’anonimo destinatario della missiva di Innocenzo IV

La raccolta di fonti edite per la storia delle istituzioni ecclesiastiche medievali della Sardegna, sono fondamentalmente due: il Codice ecclesiastico per le relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, edizione curata da Dionigi  Scano, del 1940 (Arti Grafiche, Cagliari) e il  Codice diplomatico della Sardegna, edizione curata da Pasquale Tola e riedita dalla Carlo Delfino Editore nel 1984.

Da esse però spesso si ricavano notizie discordanti, o addirittura contraddittorie, segno evidente che necessiterebbero di una revisione profonda, con la verifica di ogni singolo documento riportato.

Una terza fonte fondamentale sono le Monumenta Germaniae Historica (MGH), una serie completa di fonti attentamente preparate e pubblicate per lo studio dei popoli germanici e, più ampiamente, dell’Europa; comprendono un periodo di tempo che va dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente al XVI secolo circa. Queste fonti non si riferiscono tanto alla storia della Germania (che tra il VI e il XVI secolo ancora non esisteva come nazione), quanto piuttosto ai popoli germanici e ai regni romano-barbarici sorti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente.

Ebbene, spesso capita che a un incrocio di dati, testi e citazioni, le discordanze tra le MGH e le due fonti precedentemente citate (CRSsS, CDS) siano purtroppo riscontrabili. In un’epoca lontana com’è il medioevo, poter fare storia con la certezza delle fonti è di capitale importanza, specie poi se ci si trova davanti a istituzioni, quali quelle come la diocesi di Castro, la cui storia ancora è molto nebulosa, per la quale sussistono lacune severe che tentiamo, passo dopo passo, di colmare.

Fatta questa breve premessa, riporto un caso a prima vista minimale di discordanza tra fonti, ovvero la differenza di un giorno nella datazione tra le MGH e le CRSsS e CDS.

Nell’ottobre 1248 papa Innocenzo IV scrive a un anonimo vescovo di Castro, ordinandogli di provvedere al versamento di 100 lire genovesi a favore del vescovo di Ploaghe, reso oggetto di violenti soprusi da parte degli ufficiali di re Enzo di Sardegna, riferendosi molto verosimilmente a Michele Zanche, vicario dell’Hohenstaufen, che per anni governò il Logudoro con poteri assoluti.

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MGH, Epistolae Selectae, 1248, p. 425. 

Non sappiamo come la questione si risolse, ma la nomina, nel giugno del 1249, di un nuovo Legato Pontificio per la Sardegna, fa sospettare che le condizioni politiche non fossero favorevoli alla Chiesa, la quale delegò al proprio rappresentante nell’Isola facoltà straordinarie, con l’incarico di difendere i religiosi perseguitati dall’Imperatore Federico II di Svevia, e di predicare la crociata contro di lui.

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Il cosiddetto Palazzo del Vescovo, nella cittadella di Castro.

La questione che riguarda da vicino la diocesi di Castro, oltre questi fatti generali, è riferita al destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV, quella di ottobre. Ebbene, sulle MGH la data riportata è il 21 ottobre 1248, mentre sulle altre due fonti viene riportato il 22 ottobre 1248. Il Turtas (1999) pone come data di morte dell’anonimo vescovo proprio il 21 ottobre 1248.

Attorno al 1248 ruotano almeno due vescovi: Torgotorio (ante 1231- post 1237) e Marzocco (ante 1259 – post 1269), con un arco cronologico davvero molto ampio, di massimo venti anni. In questo lasso di tempo il papa si rivolge a un eletto castrense, quindi nel 1248 la sede non è vacante; ciò nonostante la sospetta concomitanza tra la data apposta sulla missiva e la data di morte presunta del presule sussiste. In assenza di notizie ulteriori, è possibile posticipare la fine del regno di Torgotorio fino al 1248, proprio a quel 21 ottobre, ma rimane il fatto che non fu lui a ricevere la missiva; l’anno di insediamento di Marzocco, come già detto, non è noto, ma pare difficile anticiparlo di almeno undici anni dalla prima notizia che, ad oggi, ci è nota, e la sua particolare levatura intellettuale lo pone decisamente nelle condizioni di essere ampiamente documentabile.

Allora potrebbe essere verosimile che Torgotorio abbia retto la diocesi di Castro fino al 21 ottobre 1248, essendo lui il destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV che ignorava la sua morte, e che da quel momento, fino alla nomina di Marzocco, la sede castrense sia rimasta vacante. Ciò sarebbe giustificato anche dalla particolare situazione politica che attraversava la Sardegna, e specialmente la parte settentrionale, stretta com’era tra gli interessi pisani, imperiali, genovesi e vaticani.

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Quelle che possono apparire come questioni secondarie, come dicevo all’inizio di questo articolo, sono invece tasselli fondamentali per una ricostruzione storiograficamente perfetta di qualunque istituzione, sia essa civile o religiosa.

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Gli Stamenti del Parlamento Sardo.

Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti.

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Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento:

In lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi…

Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese).

Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in
Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte.

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Pietro IV d’Aragona, detto il Cerimonioso

Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro IV il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVIII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV.

Nel corso del Quattrocento questo importante organo ebbe modo di far sentire la propria voce anche in merito alla presenza ingombrante della corona aragonese, specialmente per la pretesa di re Ferdinando il Cattolico di nominare egli stesso i vescovi della Sardegna, nel tentativo di far presidiare il territorio da uomini fedeli alla corona e in questo modo ingraziarsi lo stesso popolo sardo.

Anche nella storia di Castro accaddero fatti che richiamarono l’attenzione degli Stamenti del Parlamento Sardo: infatti re Ferdinando si spendeva non poco per fornire il supporto necessario alla accettazione della nomina dei vescovi a lui graditi. In una lettera del 1482, il re scrive a papa Sisto IV, supplicandolo di approvare la nomina del tarragonese Bernardo Jover, “prior in Oristanni, meus capellanus“, adducendo a buona prova la sua età, la sua gravitas, ovvero la sua autorità, e non ultima la sua erudizione. Bernardo Jover  veniva quindi eletto il 14 febbraio e 1483 e sarebbe rimasto vescovo fino al 1490.

Fatti simili sono davvero numerosi. Li analizzeremo a breve.

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Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico

 

Prime attestazioni dell’episcopato castrense

Condague de sa Abadia de sa SS. Trinidade de Saccargia, instituida et fundada dae su Sereniss. Constantinu de Laccon, Ree, et Juyghe qui fuit de Logudoro, cum sa Illustriss. Donna Marcusa de Gunale mugiere sua.

Inizia così il condaghe di solenne consacrazione della chiesa abbaziale della Santissima Trinità di Saccargia, databile al 1116.

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Basilica della SS. Trinità di Saccargia

È in questo lungo documento che ritroviamo la prima attestazione dell’esistenza dell’episcopato a Castro, importante diocesi del nord Sardegna, confinante a est con i territori sottoposti alla diretta tutela della Santa Sede, quelli delle diocesi di Civita e Galtellì, a nord con i territori di Ampurias e ancora di Civita, a ovest con la piccola Bisarcio e a sud con Ottana.

Nel documento oggetto di questo breve articolo, il vescovo di Castro è citato in forma anonima nella lista dei concelebranti la consacrazione della nuova basilica, assieme ad altri numerosi presuli.

Hue, vistu su sanctu Padre qui sa dimanda issoro fuit manna et justa, pro salude de sas animas cumandait a totu sos Prelados de Sardigna, qui vennerent a consecrare sa dicta ecclesia de sa Trinidade, et innivi ponnerent grande perdonu pro salvassione de sos christianos. Quales fuerunt su donnu de su Archiepiscopu de Turres, su donnu de su archiepiscopu de Oristanis, su donnu de su archiepiscopu de Calaris, misser Albertu episcopu de Sorra, misser Pedru episcopu de Bisarchiu, misser Pedru episcopu de Bosa, su episcopu de Sulcis, su episcopu de Castra, su episcopu de Flumen, su episcopu de Pioaghe, su episcopu de Ortilen, et ateros episcopos, abades, propres, canonigos, preideros, et ateros religiosos cum multitudine de gente et luminaria manna, cum devotas oraciones et oficios.

Il testo è da alcuni considerato di dubbia attendibilità, dato che fu compilato nel XVI o XVII secolo, anche se, forse, si basa su materiali genuini.

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Possiamo immaginare comunque la magnificenza della funzione di consacrazione di un così importante luogo di culto e di amministrazione del territorio, com’era l’imponente basilica di Saccargia, tanto che appunto papa Pasquale II ordinò a tutti gli ecclesiastici di Sardegna di partecipare alla celebrazione.

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Chiesa cattedrale di Nostra Signora di Castro

Una fonte sicuramente certa dell’esistenza della diocesi di Castro risale al 3 settembre 1127, quando il vescovo Adamo sottoscriveva la cessione in usufrutto della chiesa di San Michele di Plaiano a favore dei Vallombrosani, da parte dei canonici Santa Maria di Pisa.
Altre notizie su Castro riguardano, come anche nella fonte precedentemente analizzata, l’ordinaria amministrazione della diocesi, con notizie sui movimenti diplomatici, come quando, nel 1176 il vescovo Attone si univa agli altri prelati della provincia turritana nel riconoscere all’arcivescovo pisano Villano il titolo di primate e legato pontificio in Sardegna.

Un portale dimenticato…

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Foto Google 2016 ©

Sulle sponde oschiresi del lago Coghinas, nella parte a nord, si trovano i poveri resti della chiesa detta di San Giorgio, in quello che era il villaggio di Balanotti, già noto da fonti come le Rationes Decimarum Italiae Sardinia.

Le notizie sul villaggio sono veramente poche, e da quelle che abbiamo possiamo trarre la conclusione che esso si svuoti attorno al XV secolo, a favore forse del villaggio di Castro, sede di diocesi dal XII al XVI secolo, che dista solo 6 km in linea d’aria; altri centri minori come Otti e Sas Ruinas (nome significativo, forse assegnato dopo l’abbandono del sito) seguirono la stessa sorte di Balanotti, a favore del centro già allora di maggiori dimensioni, ovvero Oschiri. Voglio inoltre sottolineare il fatto che anche l’intitolazione della chiesa a San Giorgio non è, ad oggi, suffragata da prove documentali, per cui sarà utile, a tal scopo, rinvenire negli archivi diocesani di Ozieri o di Alghero, notizie al riguardo.

L’unico elemento di notevole interesse è il portale, che risulta anche pericolosamente in bilico, e potrebbe crollare da un momento all’altro, causando ulteriore danno alla storia di questa chiesa e del villaggio medievale che la circondava. Il portale potrebbe effettivamente essere un’aggiunta posteriore (anche di secoli) alla fase d’impianto dell’edificio, di cui possiamo solo supporre la struttura, costituita sicuramente da una navata semplice di una ventina di metri circa, con un’addizione sul lato meridionale. Nel fregio su cui poggia il timpano è presente un’iscrizione di semplice lettura, ma di difficile interpretazione, almeno nella seconda parte:

HOC. OPVS. FECIT. FIERI. K. OPERARIVs (IHS) SANO. IGOZ. MROSMAG. EC. IGVIPAPORILGI  /  ALE.

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La sua decifrazione potrebbe esser utile per datare almeno il portale: sembra in ‘capitale latina’ quindi databile a partire dal Rinascimento, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di un’aggiunta posteriore alla realizzazione del portale. Al momento si può solo affermare che gli elementi e i decori che connotano il portale non rientrano negli ornamenti introdotti dal ‘classicismo’ rinascimentale e anche le proporzioni sembrano molto particolari. Forse varrebbe la pena cercare qualche fonte documentale che permetta di articolare un ragionamento di datazione.

Della chiesa sappiamo che la tradizione la vorrebbe “aragonese”, quindi di fondazione nel periodo che intercorre tra il 1297 e il 1479 circa; recentemente, da alcune fotografie dell’architrave, è stata letta una data completamente fuori da questi estremi cronologici, ovvero il 1608, ma altri epigrafisti non hanno confermato la presenza di questa data, la quale entrerebbe in conflitto anche con quanto detto sul fenomeno di abbandono del villaggio: avrebbe senso la costruzione di una chiesa in un villaggio disabitato? È pur vero che di chiese campestri abbonda il territorio, ma il sito dove insistono i miseri resti di San Giorgio è stato abitato fino al XV secolo, e non avrebbe senso una costruzione ex post.

Una pericolosa indifferenza avvolge questo luogo, e ha portato al suo quasi completo annientamento: il portale è l’ultima vestigia di un’epoca storica, il medioevo, che dovrebbe essere rivalutata, e aspettare il crollo di ciò che resta della chiesa, per poi magari veder sparire i conci lavorati che magari andrebbero ad abbellire le case di taluni, è veramente intollerabile. Un semplice intervento di prima tutela potrebbe essere quello di mettere in sicurezza l’area, con un’opera di puntellamento del portale: poi si deciderà cosa farne, se trasportarlo ad Oschiri e musealizzarlo, oppure lasciarlo in loco e valutare se ricostruire la chiesa.

 

In questa sorta di appello si sentano tutti coinvolti, non solo gli organi preposti alla tutela del patrimonio storico, culturale ed artistico, ma anche ogni singolo cittadino, che dovrebbe sempre vigilare affinché i siti di interesse siano adeguatamente custoditi e valorizzati.

Castro: diocesi medievale sarda.

Il potere attraverso le nomine episcopali – seconda parte

Bernardo Jover (1483-1490), di Tarragona, successore del canonico sassarese Cristoforo Mannu (1478-1483), veniva eletto il 14 febbraio 1483[11]. Bernardo è la figura responsabile del percorso di ricerca che si è voluto intraprendere in questo lavoro di tesi, perché la sua nomina venne particolarmente patrocinata dal Re Ferdinando II il Cattolico, che chiese al Papa la nomina di Jover a vescovo di Castro, e ciò dimostra, meglio di ogni speculazione e di ogni lettura delle fonti, la pesante ingerenza che la corona aragonese poté esercitare sulla Sardegna, attraverso e con il beneplacito della Santa Sede.

Il re Fernando si spendeva non poco per fornire alla sua causa il più ampio consenso possibile. Vedremo, nei documenti riportati qua di seguito, la lettera che il Cattolico invia a Sisto IV e quella scritta al vescovo di Barcellona, Gonzalo Fernandez de Heredia. In Appendice sono presentati anche i due documenti inerenti il medesimo sistema di sollecitazione del Re al Papa per la nomina del vescovo di Ottana, e altre questioni.

XI. 1482. Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea el obispado de Castro, en Cerdeña, vacante por muerte del último posesor, a Bernardo Jover, prior de Oristany, y su capellán, con retención de los beneficios que poseía.

Sepe alias Beatitudini Vestre supplicaui, ut in his regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dignitatesque conferret; neque enim aliter, absete rege, res publice servuarii possunt, que si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum Bernardus Jouer, prior Oristanni, meus sit capellanus, et felicis memorie serenissimi regis dominici ac parentis mei pientissimi [sic] alumpnus, totamque vitam in mea et ipsius domo seruitute ingenti consumpsit; quo quidem et etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Nam superioribus diebus Christoforus Mainius, eiusdem suplico ut, meo respectu quetis quoque illius insule intuytu, eam dignitatem illi conferat; et preter id, quoniam ea tenuis est et exilis neque alendo pontiffici sufficiens supplex, oro ut facultatem retinendorum beneficciorum suorum, que possidet, illi tribuat. Erit enim id michi gratissimum et summi muneris loco ascribet…[12].

Era prassi consuetudinaria quella di avere lettere di accreditamento o di patrocinio per la nomina a particolari uffici, ma ciò che risulta interessante è la sollecitudine con la quale Ferdinando perora la sua causa, affermando che la etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Un endorsement tutt’altro che disinteressato.

XI. 1482. Madrid – Fernando al obispo de Barcelona, Gonzalo Fernández de Heredia, recomendándole el asunto del obispado de Castro, de los documentos anteriores.

A nuestro muy Santo Padre y a nuestro compadre el cardenal vicecanciller scriuo sobrel obispado de Castro, en el mi reyno de Serdenya, suplicando a Su Santidad que le quiera conferir a mossen Bernal Jouer, prior de Oristany, mi capellan, y rogando al dicho cardenal que en este nogocio entreuenga. Persona es desto y de mayor cosa mercedora, assi por su edat y buenas costumbres, como pro los muchos seruicios que al rey a mi señor, que Dios haya, y a mi ha fecho. Yo vos ruego y mando trebageys en esto con todas vuestras fuerças, y sobretodo que se le de con retencion de sus beneficios, por quanto aquella dignidat es de muy poca renta, y no es conuenible ni iusta cosa tal dignidat no tener con que se sostenga. Y en esto me seruireys muy mucho. E porque mejor sepays el negocio y forma que screuimos a Su Santidat y al dicho cardenal, os embio dentro las presentes traslados de las dichas letras. quel es fago… L. Gonçales, secretarius.[13].

Come già detto, la richiesta del Cattolico venne soddisfatta, e non era la prima volta che ciò accadeva, o quantomeno che il re avesse insistito presso il Papa perché i vescovi della Sardegna fossero suoi sudditi fedeli ed a lui legati per particolari vincoli di gratitudine, anche con lo scopo di attirare sempre maggior consenso agli aragonesi presso il popolo di Sardegna, sebbene ciò non dovette verificarsi, non fosse altro che per la concorde richiesta degli stamenti[14] perché alle sedi vescovili sarde non fossero più promossi degli stranieri.

Di Bernardo abbiamo notizie anche precedenti all’episcopato castrense, ma quasi tutte sono di carattere economico patrimoniale. Alcune risalgono al 1470, quando è data notizia dell’appropriazione di alcune terre da parte dello Jover, le quali erano ritenute senza proprietario, che invece era l’arcivescovo di Pisa. Quando la faccenda venne posta al vaglio dell’arcivescovado pisano, si decise per assolvere lo Jover dal rifondere il legittimo proprietario dei frutti arretrati, goduti in passato, e che da quel momento avrebbe dovuto versare la somma di 4 fiorini d’oro fino ogni anno. Decisamente un gesto di clemenza tutt’altro che diffuso, specie in riferimento alla difesa dei poteri economici di istituzioni potenti e territorialmente molto estese come l’arcidiocesi di Pisa.

Siamo alle soglie del momento in cui Ferdinando ii prenderà il titolo di re di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 al 1516. Sicuramente, e ora lo vedremo, continuando ad analizzare la cronotassi castrense, Ferdinando aveva fatto in modo di prepararsi una buona accoglienza istituzionale in Sardegna.

Oltre ai benefici della mensa vescovile di Castro, Bernardo nel 1479 era stato nominato dal re Giovanni ii di Trastámara Priore di San Salvatore di Oristano, con dodici cappellani beneficiati e una dotazione annua complessiva di 85 lire barcellonesi, di cui 25 assegnate al Priore ed il resto agli altri cappellani e per i bisogni della chiesa. Il 2 gennaio 1480 Ferdinando succedette al padre e confermò quanto da egli stabilito.

Al beneficio di San Salvatore, a quello del canonicato nel capitolo cattedrale di Cagliari, agli onorari come consigliere e cappellano di corte in Spagna, si aggiungevano pure altri benefici non meglio identificati, di cui poteva godere il possesso in Spagna, e per i quali il re, nella domanda per la promozione di Bernardo a Castro, pregava il pontefice perché gli venissero conservati.[15]

Dopo due anni dalla sua nomina a Castro però, lo Jover veniva nuovamente proposto dal Re Ferdinando per la sede di Usellus (Ales), resasi vacante per la morte del vescovo Giovanni de la Bona. Nella supplica al Papa il Re dichiarava di rinunciare al suo diritto di presentazione del nuovo titolare di Castro, bontà sua, lasciando però che a proporne il nominativo fosse il viceré di Sardegna:

12. VIII. 1484 – Cordoba – Fernando suplica al Papa la concesion de obispados en Cerdena a Bernardo Jover el de Ales, Usellensis, vacante por muerte de Juan de la Bona, renunciando el de Castro, con pensiòn a favor de Garcia Gonzàles, hijo de su secretario Luis Gonzàles. Para el obispado de Castro la persona que designe el virrey de Cerdeña. Para el de Terralba, Massullensis, vacante por muerte de Juan Pellís, a Ramón Ibarri, vicario de Santa María Magdalena de Zaragoza, con pensión para García Gonzáles.

Memini vestre Beatitudini sepe alias suplicasse ut, his in regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dinitatesque confferetur, neque eum aliter, absente rege, res publice seruari possunt, quam si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum venerabilis bernardu Jouer, episcopus Castrensis, meus sit capellanus, ac, felicis memorie, serenissimi regis domini et parentis mey pientissimi alumnus, totamque vitam in mea et ipsius seruitute consumpsit, quo quidem et etati gratuitate et erudicione vite quoque senctimonia in primis pollet dignus, michi visus est qui episcopatum Usselensis, vulgariter dicto de Ales, in prouincia Arborensis, regni mei Sardinie, preficeretur, ob eius episcopatus memorati Castrensis spontaneam recunciacionem, promocionem et traslacionem, nam superioribus diebus, Johannes de la Bona, eiusdem sedis Usselensis episcopus, mortem obiuit, cuius redditus ad summa ducatorum centum quinquaginta auri vel inde circa attingunt; cum annua tamen pensione ducatorum auri decem super eisdem, per vestram sanctitatem imponenda atque solui precipienda Garcie Goncales, filio dilecti consiliarii et secretarii nostri Ludouici Gonçalez, in adminiculum expensarum ac sustentationis studi ipsius, intuytu seruiciorum ab eius patre michi indesinenter impensorum. De ipso autem episcopatu Castrensi, ob renunciacionem, promocionem et traslacionem predictam, similibus quos dici respectibus, prouideretur dignum michi visum est in personam Sanctitati vestre nominandam per Guillermum de Peralta, viceregem in dicto meo Sardinie regno. Preterea in persona eciam Raymundi Euarii, perpetui vicarii ecclesie parrochialis beate Marie Magdalenes, ciuitatis Cesaguste, de episcopatu Massullensi, alias Terralbensi, obitu Johannis Pellis, nunc vacante; cum annua pensione ducatorum auri viginti super redditibus dicti vicariatus ut prefertur, inponenda, ace idem Garcie Goncales prima racione exsoluenda. Eamobrem Beatitudini vestre humiliter suplico ut meo respectu, quietis quoque illius insule intuitu, eisdem dignitatis cuilibet predictorum ut dictum est, cum pensionibus pretactis, conferre dignetur. Non obstante quaqunque forte contraria eleccione et pronunciacione. El preter id, quoniam ille tenus sunt et exilles, neque alendis pintifficibus sufficientes, supplex oro ut facultatem retinendorum benefficiorum, que possident, sicuti ipse Castrensi episcopus iam habet, unicuique eorum tribuat… L. Gonçales, secretarius[16].

Probabilmente, con questa mossa, il re tendeva a venire incontro, formalmente, alle sollecitazioni degli stamenti, che avevano richiesto che i vescovi fossero nominati tra i sardi; anche se poi, in pratica, sarebbe stato lui stesso a nominarlo, attraverso le sue istruzioni al viceré.

Ma se fu effettivamente questa la data in cui la lettera venne scritta, il 12 agosto del 1484, non si spiega come il Re potesse ignorare che già il 21 luglio Sisto IV avesse preposto «alla chiesa di Usellus, vacante per la morte del vescovo Giovanni, il maestro di teologia e di arti, Pietro Garcia, continuo commensale del cardinale Roderico, vescovo portuense e vicecancelliere della Santa Sede»[17]: al Re infatti spettava il diritto di patronato e di presentazione su tutti i vescovadi. Questa volta però, la richiesta non doveva avere esito felice: infatti, proprio il giorno in cui veniva spedita la lettera moriva il Pontefice Sisto iv, ed a lui succedeva Innocenzo viii che nonostante la petizione regale lasciava Jover a Castro fino alla morte.

A Bernardo succedette Giovanni Crespo (1490-1493) degli eremitani di S. Agostino; al suo trasferimento ad Ales il papa, forse accogliendo l’ennesima supplica del re aragonese, nominò un altro spagnolo, Melchiorre de Tremps (1493-1496), che non lascia memoria nel vescovado, e amministra per soli tre anni.

Giovanni Garcia (1496-1501) era un monaco benedettino del monastero di San Michele di Fluviano della diocesi di Girona, in Catalogna: anche di lui, come del precedente, sappiamo poco o nulla, oltre al nome. Il Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, nel doc. n. CCCXLVIII reca la notizia della visita ad limina del vescovo di Castro, compiuta per procura da Giovanni Gomez, prete della diocesi spagnola di Segorbe[18].

La sequenza dei vescovi medievali di Castro si esaurirà con la nomina del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. Amadu[19] suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504[20], e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

«An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.»

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali[21].

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NOTE

[11] Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, vol. II, p. 214, doc. nn. CCLXXXIII, XXLXXXIV.
[12] Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catòlicos, a cura di A. de la Torre, Barcellona 1949, vol. I, pp. 280-281
[13] Ibid., vol. I, p. 281.
[14] Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti. Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento: “in lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi, …”. Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese). Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte. Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro iv il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV. La definizione oggi è mutata: per l’Italia sono la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, per l’Inghilterra sono la House of Lord e la House of Commons, per la Francia sono l’Assemblée Nationale e il Sénat, e così via.
[15] CDR, vol. II, p. 215, doc. n. CCLXXXIV: «Dilecto filio Bernardo Electo Castrensi salutem etc. Il pontefice Sisto IV dà facoltà a Bernardo, eletto di Castro, di tenere benefici ecclesiastici in Spagna, perché possa sostenere con decenza la sua dignità episcopale».
[16] Documentos sobre relaciones…, cit., vol. II, pp. 76-77.
[17] CDR., vol. II, pp. 218, doc. n. CCXC.
[18] Ibid., vol. II, p. 245, doc. n. CCCXLVIII: Universis etc. Raphael etc. Universitati etc. quod cum R. P. D. Johannes episcopus Castrensis, Romana Curia citra montes existente, limina Beatorum Petri et Pauli apostolorum de Urbe singulis bienniis presenti et currenti per R. D. Johannem Gomez presbyterum Segobricensem honore etc. visitavit. Datum Rome anno 1500, die vero XXI.
[19] Amadu, La diocesi medievale di Castro, p.145, n. 1, Ed. Il torchietto, Ozieri, 1984
[20] Cfr. p. 96, nota 128.
[21] Eubel Konrad, Hierarchia Catholica Medii Aevi, II, p. 136.

La chiesa di Santo Stefano e l’altare rupestre

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La chiesa si inserisce in contesto campestre a circa 2 km dal paese, in un ambiente tipico per flora e fauna mediterranea, ma assolutamente particolare per l’isolamento acustico che, fatto salvo una stradina interpoderale che costeggia il podere entro il quale si colloca l’area archeologica in questione, circonda surrealisticamente il tutto. Superato il cancello che chiude la via d’accesso al sito si raggiunge la chiesetta che si trova dirimpetto a ciò che viene comunemente chiamato “Altare”, per la sua conformazione, con tutte le sue figure geometriche ed i simboli pre-cristiani.

La chiesa riporta sulle facciate due volti umani stilizzati di trachite e un’iscrizione datata 1492, mentre la pergamena scoperta durante i lavori di restauro riporta la data di consacrazione, officiata dal vescovo di Castro De Toro, al 1504. All’interno la chiesa si presenta in forme estremamente semplici, con un ambiente originariamente mononavato, al quale venne poi affiancata una navatella sul lato sinistro, che è separata da quella principale tramite tre ampi archi. Di particolare interesse sono i capitelli in stile aragonese all’interno della chiesa, riposizionati in epoca recente e probabilmente provenienti da altro luogo. La statua del santo, lignea e di fattura comune, è stata anch’essa restaurata in tempi recenti, ed è ora protetta all’interno di una teca di legno e vetro.

Il sito di Santo Stefano è, sin dai tempi più remoti, un centro di intensa spiritualità, e per questo è semplice ritrovarvi reperti certamente riconducibili ai culti precristiani. Anche all’interno della chiesa, infatti, è possibile trovare un piccolo betilo, riadattato ad acquasantiera. Nelle immediate vicinanze alla collinetta dove sorge la chiesa sono riconoscibili, all’occhio dell’attento osservatore, i resti di un tempio nuragico e nel circondario sono presenti 5-6 sepolture ipogee, impropriamente dette domus de janas, (case delle fate), che di fiabesco avevano ben poco, ma che nella cultura popolare si narra ospitassero spiriti maligni, le janas appunto.

Nel lato meridionale della chiesa si apre l’ingresso secondario, reso però importante, quasi più del principale, dalla presenza di un architrave di trachite che reca un’incisione ancora oggetto di studi e di interpretazione. Le varie teorie spaziano dalla scrittura bizantina a un logudorese tardomedievale: in tutti i casi però, pare assolvere a valore testimoniale per la committenza. Una data tuttavia pare metta d’accordo tutti gli studiosi (pochi) che se ne sono interessati: il 1492, presente nell’iscrizione nella forma M°CCCCLXXXXII. In una conferenza del giugno 2008, svoltasi a Oschiri, l’epigrafista Gigi Sanna parlò di una tale donnai Masala[1], sua interpretazione della scritta epigrafica e che viene affermato sia colei che concesse la terra perché venisse edificata la chiesa: l’interpretazione di Sanna che vuole assegnare la parola donnai alle altre due molto simili di mammai e di babbai – quest’ultima utilizzata ancora oggi per definire uomini di grande prestigio, specialmente i sacerdoti – probabilmente non tiene conto di un’altra similitudine: quella con la parola donnikella o donnikellu, estrapolata dai documenti medievali come i condaghes e che era riferibile principalmente alla progenie dei giudici o comunque a figure potenti della nobiltà sarda. Un’altra precisazione che intendiamo fare riguarda un secondo nome che secondo il Sanna comparirebbe nell’epigrafe: quello di Alesio Allodu. A mio avviso ciò che si ritiene come cognome del tal Alesio, altro non è che la qualifica della persona. Mi riferisco infatti alla proprietà allodiale, ovvero quando essa era piena e definitiva, differenziandosi dal feudo o beneficio, con i quali si indicavano invece i beni ricevuti in concessione da un signore dietro prestazione di un giuramento di fedeltà (il cosiddetto omaggio feudale o vassallatico). Ciò non inficerebbe la teoria del Sanna, ma contribuirebbe a una maggiore definizione epigrafica, che in realtà non c’è.

A mio avviso però, l’interpretazione che ha maggior riscontro, anche documentale e dei nomi che comparirebbero nell’architrave, è quella di Gian Gabriele Cau, il quale afferma che la scrittura reciti quanto segue:

+ YhS[sus]

M°CCCCLXXXXII A[nno] D[omi]NI MA[st]R[u] B[ustian]U M[urr]AI

CUM E[piscopus] F[rater] A[gostinianu]S C[res]PO IOAN[nes] F[raig]U MA FATU

 

secondo l’autore da tradursi: “+ Nel nome di Gesù, nell’anno del Signore 1492, il maestro [da intendersi come capomastro muratore,Ndr] Sebastiano M(urr)ai, allorché (era) vescovo il frate agostiniano Crespo Giovanni, mi ha edificato [alla lettera: fabbrica mi ha fatto, Ndr]”[2].

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Il riscontro lo abbiamo dal nome di Giovanni Crespo, il quale fu vescovo di Castro dal 1490 al 1493, anche se poi la chiesa, come risulta nella pergamena chirografa, scritta con una spigolosa grafia tardogotica corsiveggiante, e ritrovata nell’altare durante gli ultimi restauri, riporta la data di consacrazione nel 1504, quando vescovo era De Toro[3].

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An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.

Finché non verrà effettuato unoaltare santo stefano oschiri scavo archeologico, che dovrà indagare anche la zona sottostante la chiesetta oltre che tutto il circondario, il maggior interesse nel sito è dato dal cosiddetto Altare rupestre, per la posizione frontale con la quale si presenta, decorato con una serie di incavi disposti su due registri: quello inferiore, che ne riporta dodici triangolari e quadrati; e quello superiore, con nove triangolari, quadrati e uno rotondo. Osservando frontalmente l’altare, sulla destra si può vedere una serie di coppelle disposte in cerchio in numero di dodici circolari racchiudenti una coppella centrale più grande e sormontate da una tredicesima coppella posta esattamente in corrispondenza del nord. Ancora più a destra una nicchia orizzontale perfettamente rettangolare è coronata da una serie di nove coppelle del diametro di circa 5-10 cm ciascuna. A sinistra dell’Altare si trova un’altra roccia che riporta ancora due nicchie triangolari e un bancone che, si pensa, sia stato utilizzato o per la deposizione di offerte votive o per espletare il rito dell’incubazione. A destra delle nicchie appena descritte, dietro l’Altare si trova una teoria di tre coppelle quadrate, disposte a scaletta da sinistra a destra per chi guarda. Tutto intorno il sito è disseminato di incisioni su roccia riportanti figure geometriche tra le quali losanghe, cerchi, quadrati, il più dei quali “cristianizzati” dalla giustapposizione della croce. In altri casi la croce invece è da datarsi allo stesso periodo dell’Altare. Riguardo a quest’ultimo dato, la datazione, le teorie più disparate vogliono destinare la realizzazione del sito in un arco di tempo che va dal periodo Neolitico, a quello bizantino o comunque successivo alla venuta di Cristo. La realtà di una necropoli ipogeica, presente come già detto in numero di 5, forse 6 tombe ipogeiche, denominate domus de janas, fornisce l’indizio di una frequentazione senz’altro inquadrabile cronologicamente nel Neolitico recente (cultura di Ozieri 3500-2700 a.C.) e nell’età del Rame (III millennio a.C.)[4]. La particolarità del area e l’attuale assenza di un lavoro di scavo e di indagine archeologica su un sito così particolare, definito unicum nel Mediterraneo, hanno fatto sì che le teorie interpretative più fantasiose venissero messe in circolazione; l’unico dato positivo che si riscontra è l’attuale interesse che questo monumento sta riscuotendo, anche nell’amministrazione comunale di Oschiri, oltre che in una tipologia di turismo colto[5].

[1] http://gianfrancopintore.blogspot.com/2008/06/astrade-macch-solo-donna-masala.html

[2] Cau Gian Gabriele, Scritture dal passato – L’epigrafe documentale dell’edificazione della chiesa di S. Stefano di Oschiri (1492), pp. 382-386, in Almanacco Gallurese, 2011.

[3] Un errore nel quale spesso si incorre riguardo le notizie su questa chiesa, è la data di consacrazione: l’Amadu infatti riporta in appendice al libro La diocesi medievale di Castro, la trascrizione della pergamena, datandola erroneamente al 1503. Da una semplice lettura dell’originale è però chiarissimo che la data è 1504. La differenza di un anno, in questo contesto, è importantissimo perché dimostra che De Toro, seppur la diocesi fosse formalmente soppressa nel 1503 dalla bolla Aequum Reputamus, ancora esercitava le sue funzioni episcopali. Inoltre non è secondaria la questione dello stile di datazione, ovvero la differenza tra il cosiddetto “stile ab incarnatione”, osservato a Pisa, e il cosiddetto “stile moderno”, detto anche “stile dell’Incarnazione al modo fiorentino”, impiegato in molte città dell’Italia medievale, come a Firenze e a Piacenza. Il primo si basava sul meccanismo di far iniziare l’anno il giorno 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine Maria, quindi dell’Incarnazione di Cristo), anticipandone di nove mesi e sette giorni l’inizio rispetto allo “stile moderno” o “stile della Circoncisione”, ancor oggi in uso, che indica il giorno 1 gennaio come primo dell’anno. Lo stile impiegato a Firenze, invece, indicava anch’esso il 25 marzo come primo giorno dell’anno, ma ne posticipava l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto all’uso moderno. Le date espresse secondo lo stile ab incarnatione e quelle secondo lo stile fiorentino, in entrambi i casi indicate nelle fonti dell’epoca con la formula “anno ab Incarnatione Domini”, differivano dunque di un anno esatto. Nel nostro caso però, la lettura della data nella pergamena di Santo Stefano non sarebbe ascrivibile al caso del diverso stile di datazione, quanto più a un errore di lettura.

[4] Sotgia Giovanni Daniel. Il sito archeologico di Santo Stefano, in comune di Oschiri, pp. 426-427 in “Arte e comunicazione nelle società pre-letterate”. Ed. Jaca Book, Milano, 2011.

[5] Mi sia consentito in questa sede ricordare l’impegno profuso in questa meritoria opera di valorizzazione dall’Ispettore Onorario per la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Sassari e Nuoro, nonché presidente dell’associazione culturale Su Furrighesu Giorgio Pala, il quale fa anche da guida in questi meravigliosi siti ed è, senza ombra di dubbio, una delle persone al quale mi sono rivolto con maggiore fiducia per reperire alcune notizie sul territorio.