Mons. Filippo Bacciu, araldo del Signore.

Filippo Bacciu nasce a Buddusò il 24 Febbraio 1838, ordinato Sacerdote nell’Agosto 1863, nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri nel 1875, preconizzato Vescovo di Bisarcio il 1896; morto il 13 Marzo 1914. Ha fondato l’Ordine di San Filippo Neri di Ozieri.

Conosciamo la vita del vescovo Bacciu dal racconto appassionato fattoci da Mons. Giovanbattista De Melas, nel libro L’operaio Evangelico. Mons. Filippo Bacciu, vescovo di Ozieri.

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Giovanni Battista Demelas

Ripercorriamo la vita del presule ozierese nei momenti salienti.

Laureatosi all’Università di Sassari in Sacra Teologia il 20 luglio 1863, Filippo un mese dopo salì all’altare fra l’esultanza del popolo. II Vicario Capitolare della sede di Ozieri, rimasta vacante per 25 anni, dalla morte del cappuccino Mons. Carchero di Guglieri (31-3.-1847) fino all’assunzione alla sede di Mons. Gorrias di Domusnovas Ganales (18-2.-1872), ebbe modo di conoscere il Teologo Bacciu, e tra i molti segni della sua stima e benevolenza gli diede pure la facoltà d’insegnamento e l’ufficio tanto faticoso quanto delicato di confessore dei seminaristi. Dal 1866 al 1875 fu professore di belle lettere nel Ginnasio Comunale di Ozieri e direttore spirituale degli studenti di quell’istituto.

Nel 1875, in seguito a concorso, venne nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri.

A Terranova Pausania, l’odierna Olbia, appartenente alla diocesi di Tempio-Ampurias, prese parte attiva alla conciliazione amichevole di una terribile controversia sorta tra due famiglie. All’incontro organizzato per sancire la pace tra le due famiglie erano presenti, oltre un numero straordinario di persone, il canonico Bacciu e tre vescovi sardi: Mons. Diego Marongiu presule di Sassari, Mons. Serafino Corrias vescovo di Ozieri, e Mons. Filippo Campus vescovo di Tempio, tutti e tre preconizzati da Pio IX nel concistoro del 34 novembre 1871.

Fu veramente un fatto meraviglioso il vedere uniti insieme, in una sola mente ed in un solo cuore, uomini già divisi tra loro da, odi inveterati, da intestine discordie e da furibonde inimicizie, pronte a scoppiare in vendette. Oh quanti apostoli di pace della sua tempra occorrerebbero per ristabilire e consolidare nel mondo la vera pace, dopo l’attuale tragico e decisivo sconvolgimento.

L’Operaio Evangelico, p. 7.

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Mons. Bacciu

Quando i raggi del sole dai riflessi d’oro mandavano il primo bacio alle marcate cuspidi dei monti Sa Pianedda e Ololviga, e incominciavano a illuminare l’immensa distesa delle campagne popolate di roveri, elci, sugherie e di nuraghi appollaiati come nidi d’ aquile, sulle ruppi scoscese, la notizia gli pervenne per telegrafo a Buddusņ, ove si trovava in seno alla famiglia, per un breve periodo di riposo. I compaesani improvvisarono calorose e sentite dimostrazioni di affetto.

L’Operaio Evangelico, p. 8.

Nella Cattedrale, parata a festa e gremita di fedeli, ricevette la consacrazione episcopale da Mons Antonio Maria Contini, Vescovo di Ampurias e Tempio, il giorno 4-4-1897. Presero parte alla funzione, come consacranti, per dispensa della Santa Sede, i canonici Pietro Maria Campus, Arciprete del Capitolo e Giovanni Maria Virdis, canonico seniore, che poi succedette al Campus nella dignità dell’Arcipretura.

Il neo eletto scelse per stemma: due angeli svolazzanti in atto di baciarsi con fraternitą d’intenti, e impugnanti con le destre, uno l’emblema della giustizia: la spada, l’altro quello della pace: il ramoscello d’olivo, con il moto: Justitia et pax osculata sunt (la giustizia e la pace si sono baciate). Psalmus 84 II

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Le visite pastorali

Qua di seguito riporto l’elenco che il Demelas fa dei paese della diocesi di Ozieri visitati dal Vescovo, unendo una cronaca sommaria della visita. Sarebbe edificante poter raccogliere dai registri parrocchiali le relazioni delle Visite Apostoliche, per poterne fare un volume dal quale trarne numerose notizie storiche.

Ad Alà dei Sardi il suo arrivo segnò un indimenticabile avvenimento Il parroco, parato a festa, il Sindaco con la sciarpa, il Comandante la stazione dei Reali Carabinieri in alta uniforme, i confratelli col baldacchino, le società religiose, maschili e femminili, con vessilli e stendardi, le scolaresche con i rispettivi insegnanti e una fiumana di popolo tumultuante, lo ricevette con entusiastiche grida di evviva. Ovunque passasse Si ripeteva la stessa scena suggestiva, indimenticabile

Ad Ardara si vuotò il paese per andargli incontro. Venne accolto da una vibrante e filiale dimostrazione di devoto omaggio. Nel paese dovettero intervenire i convisitatori difenderlo dall’indiscreta devozione della folla che, con tensione nervosa, allungava entrambe le braccia baciargli l’anello.

A Bantine lo ricevettero in ginocchio, ne sollecitavano la benedizione e osannavano al loro pastore: i suoi dipendenti.

A Benetutti fu accolto da una fiumana di fedeli che facevano alta sentire la giuliva espressione dei cuori.

A Berchidda un’inondazione di gente, che sbucava da ogni via, non cessava di tributar lodi al venerato Pastore.

A Bono tanto era l’afflusso dei fedeli che si stentò a poter penetrare in chiesa.

A Bottidda venne ricevuto con grandissima accoglienza e con straordinaria dimostrazione di affetto.

Buddusò, sua patria, era logico gli riserbasse accoglienze ancor più grandiose. Anche i fanciulli, agitanti ramoscelli dalle foglie verdi, sprigionavano dai teneri loro cuori, sentimenti di amore e di venerazione, con festevoli grida di osanna.

A Bultei era una meraviglia veder il concorso e la devozione di quella gente.

A Burgos gli fecero un’accoglienza delle più festose.

A Esporlatu anche i vecchi vollero andare in processione per riceverlo all’estremità del paese, ove si degnò di rivolgere ai presenti la sua preziosa parola.

Ad Illorai le accoglienze furono più imponenti.

Ad Ittireddu le dimostrazioni di stima e di venerazione furono calorose.

A Monti, tra l’ondeggiare della folla ci volle del bello e del buono per liberarlo dalle strette dei fedeli, desiderosi di baciargli l’anello.

A Nughedu una fiumana di uomini e donne, di vecchi e bambini, ne implorava la pastorale benedizione.

A Nule l’affluenza divenne tale che non può facilmente descriversi: Tutti vollero, con nobile gara, tributargli una testimonianza del loro amore imperituro.

Ad Oschiri, oltre alla moltitudine dei soci, appartenenti alle Società religiose, maschili e femminili, che andarono a riceverlo a circa un chilometro dal paese, una grande quantità di bambini gli erano di impedimento al procedere innanzi, poiché tutti lo volevano vedere, toccare e ricevere carezze e benedizioni.

Ad Ossida venne accolto con vivissima commozione, con entusiastica gratitudine e con manifestazioni di filiale omaggio. Sebbene a cavallo non poteva procedere innanzi che a grande stento, poiché gli uomini prendevano la briglia della bestia impaziente e la fermavano.

Ed ad Ozieri? Per gli Ozieresi, Mons. Bacciu era tutto: Vescovo, padre, fratello, consigliere, guida, benefattore, nunzio di pace ecc. Ozieri era la sua patria di adozione, vi aveva dimorato più che nel paese di origine, e gli ozieresi lo veneravano con un amore che non aveva limiti.

A Pattada il concorso fu si notevole che non ebbe precedenti. Dovettero essere adibiti alcuni uomini a guardia della porta della canonica affinché la calca del popolo non irrompesse dentro.

L’Operaio Evangelico, p. 9.

Tramonto Luminoso

Inizia a questo punto il racconto degli ultimi giorni di vita di Filippo Bacciu. Un racconto davvero commovente, che raccoglie tutta la pietà popolare e ne incanala l’amore e la devozione verso il doloroso momento. Non commenterò la cronaca del Demelas.

Mos. Bacciu, durante la sua esistenza, ripeteva a sé stesso: ricordati che devi morire e per richiamare alla mente questa grande verità, aveva sempre davanti agli occhi, sulla scrivania, un teschio umano modellato sul gesso. La morte quindi lo colse d’improvviso ma non impreparato.

La mattina del giorno 8 maggio 1914, seconda domenica di quaresima, Mons. Bacciu, aveva assistito alla Messa solenne e ascoltata la predica quaresima­lista.

Il celebrante, vestito degli abiti di penitenza, con voce chiara lesse l’introito: «Ricordati, o Signore, delle tue misericordie che sono eterne, affinché i nostri nemici non abbiano mai a dominarci: liberaci, o Dio d’Israele, da tutte le nostre afflizioni».

Il suddiacono intona: «Vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, avendo da noi appreso in qual modo dobbiate diportarvi per piacere a Dio, così vi diportiate, affinché progrediate sempre più».

Il diacono canta: «In quel tempo, Gesù presi con se Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò in loro presenza, e il suo viso risplendé come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la neve».

I cantori intonavano: «Le tribolazioni del mio cuore si sono moltiplicate: deh! o Signore, liberami dai miei affanni. Beati quelli che osservano la legge ed in ogni tempo praticano la giustizia. Signore, visitaci con la tua salvezza».

Il predicatore declama: «Che importa all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima?».

Tutta la liturgia del giorno aveva tonalità profetica.

Il Vescovo, ritto sulla sua persona, alzò gli occhi in alto, distese le braccia con ampio gesto, come se volesse stringere in paterno affetto, tutti i diocesani presenti e lontani, e impartì l’ultima solenne benedizione con una tenerezza vasta come la Provvidenza.

Quando il degno presule, ancor profumato d’incenso, uscì dalla cattedrale, una luce dolcissima lo baciò in fronte e la brezza che passava con la tenuità di un sospiro, sembrava che gli dicesse: addio!

Le prime rondini, senza garriti, svolazzavano in alto, su per il cielo dalle iridescenze lievissime, opaline, evanescenti in un azzurro chiaro. Dai casolari si alzava un leggero pennacchio chiaro-oscuro come soffice cirro di nuvolette, i tocchi delle campane si perdevano lontano come una nenia materna. I fanciulletti gli si facevano incontro, aggruppatisi come pulcini sotto le ali protettrici della chioccia.

In episcopio, dopo un pranzo, come al solito frugale, consumato con la solita gioiosa armonia in uno coi suoi prediletti, si ritirò in camera, per attendere, sereno, ai doveri del suo ministero.

Al pendolo scoccarono le 13. Quei flebili rintocchi sembravano che volessero annunziare lo strazio dell’agonia di una persona cara.

Mons.Vescovo si senti venir meno, le forze si affievolirono lentamente, sentì un fremito come scosso da mano invisibile e pervaso da tremiti e rannuvolamenti, si accasciò prima sulla scrivania poi cadde pesantemente sul duro pavimento. Una paralisi cardiaca lo sorprese d’improvviso, così, come la belva alla preda.

Nelle sue membra percosse serpeggiava la morte.

Dai suoi famigliari ebbe le prime amorevoli cure. Lo raccolsero trepidanti di spavento e tra lacrime e singulti, lo portarono sulle braccia in camera e lo adagiarono sul letto.

Qualche lieve insensibile miglioramento non lasciava adito a speranze, e le ricadute e i battiti irregolari del cuore accrescevano le angustie.

Il medico, chiamato d’urgenza, constatò subito gravità del pericolo.

Il paziente immobile come un tronco abbattuto dal fulmine, però con piena facoltà di mente, invocò il suo vecchio maestro di Spirito al quale chiese la carità di «raccogliere la sua ultima confessione».

Con devozione, fede e sospiri di amore e con affettuosa aspirazione, si preparò a ricevere la visita del Dio del Tabernacolo che venne a portargli la caparra dell’eterna salvezza. Dai suoi occhi sgorgarono lacrime. Però nessuna parola. L’amore non parla.

Col Diletto ogni discorso avviene nell’interno dell’anima. Con le mani incrociate sul petto, egli ricevette il Santo Viatico. Stette un po’ in silenzio poi con voce debole ma chiara pronunziò: o Gesù, Voi siete tutto mio; ancora un poco, ed io sarò tutto vostro, per sempre! All’Arcivescovo Mons. Cleto Cassarti accorso da Sassari, il Vescovo morente rivolse parole di ringraziamento per essere venuto «a dare l’ultimo saluto al suo confratello sull’orlo della tomba» E rispose con piena riconoscenza alle belle e sante esortazioni dell’Arcivescovo, e dopo averne ricevuta Ia benedizione, con affetto paterno, alzò la sua mano stanca a benedire tutti i canonici, sacerdoti e famigliari presenti alla commoventissima scena.

All’Arciprete Canonico Virdis che gli domandò, lacrimante e premuroso, del suo stato di salute disse: «siamo tuttora sulla terra». In queste parole echeggiava la nota evidente della nostalgia anelante alla felicità eterna.

Il respiro intanto si faceva sempre più affannoso e una sete atroce – la sete della morte – lo tormentava: assaporava stilla a stilla l’agonia.

Seguì, mentre era ancora nella più perfetta lucidità di mente e di giudizio, l’Estrema Unzione.

Per procurargli di qualche giorno la vita, gli furono praticati, secondo i metodi del tempo, alcuni salassi, ai quali il Vescovo si sottomise, benché la cosa gli ripugnasse. Tutto venne accolto da lui con rassegnazione e pazienza.

Durante giorni della malattia mai uscì dal suo labbro una parola di lamento o di sconforto. In perfetta conformità ai divini voleri, guardò in faccia la morte con occhio sereno.

Come un padre sul letto delle sue agonie ama circondarsi dei suoi figli per rivolger loro l’ultima parola e per dare ad essi l’estrema benedizione, così il maestro e l’educatore acconsentì, ben volentieri, a ricevere i sacerdoti che gli erano discepoli e figli spirituali.

Parlare non poteva, ma il cuore si spalancava ancora per accoglierli tutti dentro, e quella serenità che gli si leggeva negli occhi spenti, era la sua ultima predica.

Era sulla soglia dell’eternità. Ripeté più volte «Gesù mio misericordia», volle baciare ancora il crocefisso e dopo di aver implorata la grazia della perseveranza finale, mandò un sospiro e la sua anima spiccò il volo verso il trono di Dio, mentre il sole mandava l’estremo saluto nel crepuscolo d’oro.

Nella camera alto regnava il silenzio: gli astanti versavano lacrime di cordoglio, era un pianto tacito, benefico: quel pianto invece di soffocare libera, invece di acuire la pena la stempera e la placa.

L’operaio evangelico doveva cogliere il frutto delle fatiche, sostenute nella vigna del Signore.

Le prime ore della sera calavano sopra Ozieri. Più nessuna luce nel cielo, che acquistava quella tinta grigia piena di malinconia, e che stendendosi sulla città, sulla cerchia dei monti, toglieva a tutto ogni rilievo, e in una bruna uniformità di aspetto fondeva tutte le sfumature del paesaggio.

La morte del buon Vescovo, caduto sulla breccia con le armi in pugno come una sentinella vigile, fin dalle prime ore del mattino, prese un carattere di un avvenimento pubblico. S’erano chiuse le botteghe, sospeso il commercio e tutti si erano portati all’episcopio che fu invaso in un istante e al di fuori la folla manifestava clamorosamente la sua impazienza di entrarvi. Tutta la popolazione poté soddisfare la sua devozione ed apportare il suo tributo di pietà alla memoria dell’estinto.

Il ferale annunzio, diffusosi con la velocità della folgore anche per tutta la Diocesi, era stato portato da tanti beneficati e suscitò dovunque un rimpianto generale e profondo. Fu un accorrere continuo di gente di ogni ceto che manifestavano coi segni del dolore più vivo, quelli della venerazione. Affluivano poveri, ricchi, semplici popolani, distinte persone, sacerdoti, fanciulli, a fine di rimirar per l’ultima volta la salma, rivestita degli abiti pontificali, esposta nella camera ardente, parata a lutto e adorna di luci.

Il popolo si prostrava ai piedi del catafalco, e implorava la protezione di colui del quale si spesso ne aveva sperimentata la bontà ed ammirata la virtù, poi nei trasporti di dolore e di fede, gli baciavano le mani, i piedi, l’abito, il crocefisso che teneva fra le mani, sul petto.

La sua fisionomia aveva un non so che di amabile soavità.

L’Operaio Evangelico, p. 20.

Mons. Becciu riposa ora nella parrocchia di Santa Anastasia di Buddusò.

Giovanni Maria Bua: un tratto d’unione tra Oschiri, Oristano e Nùoro. Brevi cenni.

Lo stemma episcopale del mons. G. M. Bua e lo stemma della Città di Nùoro

«D’azzurro alla campagna di verde con lo sfondo di una catena di montagne di tre cime; sulla campagna a destra un bue, pure al naturale passante; sul tutto un sole raggiante d’oro. Ornamenti esteriori da città.»

Questa è la descrizione araldica dello stemma della città di Nùoro. E cosa ha a che vedere la città di Nùoro con Oschiri?

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Giovanni Maria Bua

Nel 1828 papa Leone XII nomina Arcivescovo di Oristano il parroco di Oschiri Don Giovanni Maria Bua, e gli assegna anche l’amministrazione apostolica della diocesi di Nùoro-Galtellì, la quale era vacante a seguito dell’interdizione dal governo diocesano di Antonio M. Casabianca, avvenuta lo stesso anno. Il nuovo monsignore reggerà il governo della diocesi barbaricina fino alla sua morte, nel 1840. In questo lasso di tempo l’Arcivescovo intraprenderà una grande opera di riqualificazione e della città di Nuoro e di tutto il territorio diocesano. Nella sola città capoluogo costruirà il seminario Tridentino, inaugurato poi nel 1833, il quale poi fu di fatto la prima scuola pubblica nuorese; nel  1836 diede incarico per la costruzione della nuova cattedrale, terminata 13 anni dopo la morte del presule oschirese e darà nuovo impulso all’agricoltura con l’introduzione della coltivazione della patata. I forti legami di stima che ebbe ad intrattenere con la casa reale a Torino gli diedero gli strumenti utili per far elevare il comune di Nùoro al rango di città, a patto comunque che il carico delle imposte rimanesse invariato: oltre al centro barbaricino, nella stessa patente regia venne elevata al rango di città Ozieri e Tempio Pausania.

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Santa Maria della Neve (1853), Cattedrale di Nùoro
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Seminario Tridentino (1833), Nuoro

I nuoresi, per riconoscenza verso monsignor Bua, decisero allora di adottare come stemma cittadino il suo stemma episcopale: il bue, i monti e il sole raggiante.

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Patente regia di elevazione al rango di città dei comuni di Tempio, Ozieri e Nùoro, datata 10 settembre 1836

Giovanni Maria Bua, nato a Oschiri il 25 luglio 1773, muore a Nùoro il 24 ottobre 1840, a 67 anni. Le sue spoglie furono dapprima inumate dai nuoresi nella chiesa della Purissima, ma le forti proteste degli oristanesi fece in modo che, dopo il diretto intervento della Santa Sede, il presule fosse traslato nella cattedrale della diocesi arborense.

Ritengo opportuno che la figura di Giovanni Maria Bua, parroco di Oschiri per oltre trent’anni, e poi Arcivescovo di Oristano, vada assolutamente approfondita e divulgata, distinguendo cronologicamente le due fasi della vita del sacerdote, prima parroco e poi presule, ma tenendole strettamente collegate, in un’ottica di riappropriazione della memoria che riguarda tutti.