Mons. Filippo Bacciu, araldo del Signore.

Filippo Bacciu nasce a Buddusò il 24 Febbraio 1838, ordinato Sacerdote nell’Agosto 1863, nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri nel 1875, preconizzato Vescovo di Bisarcio il 1896; morto il 13 Marzo 1914. Ha fondato l’Ordine di San Filippo Neri di Ozieri.

Conosciamo la vita del vescovo Bacciu dal racconto appassionato fattoci da Mons. Giovanbattista De Melas, nel libro L’operaio Evangelico. Mons. Filippo Bacciu, vescovo di Ozieri.

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Giovanni Battista Demelas

Ripercorriamo la vita del presule ozierese nei momenti salienti.

Laureatosi all’Università di Sassari in Sacra Teologia il 20 luglio 1863, Filippo un mese dopo salì all’altare fra l’esultanza del popolo. II Vicario Capitolare della sede di Ozieri, rimasta vacante per 25 anni, dalla morte del cappuccino Mons. Carchero di Guglieri (31-3.-1847) fino all’assunzione alla sede di Mons. Gorrias di Domusnovas Ganales (18-2.-1872), ebbe modo di conoscere il Teologo Bacciu, e tra i molti segni della sua stima e benevolenza gli diede pure la facoltà d’insegnamento e l’ufficio tanto faticoso quanto delicato di confessore dei seminaristi. Dal 1866 al 1875 fu professore di belle lettere nel Ginnasio Comunale di Ozieri e direttore spirituale degli studenti di quell’istituto.

Nel 1875, in seguito a concorso, venne nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri.

A Terranova Pausania, l’odierna Olbia, appartenente alla diocesi di Tempio-Ampurias, prese parte attiva alla conciliazione amichevole di una terribile controversia sorta tra due famiglie. All’incontro organizzato per sancire la pace tra le due famiglie erano presenti, oltre un numero straordinario di persone, il canonico Bacciu e tre vescovi sardi: Mons. Diego Marongiu presule di Sassari, Mons. Serafino Corrias vescovo di Ozieri, e Mons. Filippo Campus vescovo di Tempio, tutti e tre preconizzati da Pio IX nel concistoro del 34 novembre 1871.

Fu veramente un fatto meraviglioso il vedere uniti insieme, in una sola mente ed in un solo cuore, uomini già divisi tra loro da, odi inveterati, da intestine discordie e da furibonde inimicizie, pronte a scoppiare in vendette. Oh quanti apostoli di pace della sua tempra occorrerebbero per ristabilire e consolidare nel mondo la vera pace, dopo l’attuale tragico e decisivo sconvolgimento.

L’Operaio Evangelico, p. 7.

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Mons. Bacciu

Quando i raggi del sole dai riflessi d’oro mandavano il primo bacio alle marcate cuspidi dei monti Sa Pianedda e Ololviga, e incominciavano a illuminare l’immensa distesa delle campagne popolate di roveri, elci, sugherie e di nuraghi appollaiati come nidi d’ aquile, sulle ruppi scoscese, la notizia gli pervenne per telegrafo a Buddusņ, ove si trovava in seno alla famiglia, per un breve periodo di riposo. I compaesani improvvisarono calorose e sentite dimostrazioni di affetto.

L’Operaio Evangelico, p. 8.

Nella Cattedrale, parata a festa e gremita di fedeli, ricevette la consacrazione episcopale da Mons Antonio Maria Contini, Vescovo di Ampurias e Tempio, il giorno 4-4-1897. Presero parte alla funzione, come consacranti, per dispensa della Santa Sede, i canonici Pietro Maria Campus, Arciprete del Capitolo e Giovanni Maria Virdis, canonico seniore, che poi succedette al Campus nella dignità dell’Arcipretura.

Il neo eletto scelse per stemma: due angeli svolazzanti in atto di baciarsi con fraternitą d’intenti, e impugnanti con le destre, uno l’emblema della giustizia: la spada, l’altro quello della pace: il ramoscello d’olivo, con il moto: Justitia et pax osculata sunt (la giustizia e la pace si sono baciate). Psalmus 84 II

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Le visite pastorali

Qua di seguito riporto l’elenco che il Demelas fa dei paese della diocesi di Ozieri visitati dal Vescovo, unendo una cronaca sommaria della visita. Sarebbe edificante poter raccogliere dai registri parrocchiali le relazioni delle Visite Apostoliche, per poterne fare un volume dal quale trarne numerose notizie storiche.

Ad Alà dei Sardi il suo arrivo segnò un indimenticabile avvenimento Il parroco, parato a festa, il Sindaco con la sciarpa, il Comandante la stazione dei Reali Carabinieri in alta uniforme, i confratelli col baldacchino, le società religiose, maschili e femminili, con vessilli e stendardi, le scolaresche con i rispettivi insegnanti e una fiumana di popolo tumultuante, lo ricevette con entusiastiche grida di evviva. Ovunque passasse Si ripeteva la stessa scena suggestiva, indimenticabile

Ad Ardara si vuotò il paese per andargli incontro. Venne accolto da una vibrante e filiale dimostrazione di devoto omaggio. Nel paese dovettero intervenire i convisitatori difenderlo dall’indiscreta devozione della folla che, con tensione nervosa, allungava entrambe le braccia baciargli l’anello.

A Bantine lo ricevettero in ginocchio, ne sollecitavano la benedizione e osannavano al loro pastore: i suoi dipendenti.

A Benetutti fu accolto da una fiumana di fedeli che facevano alta sentire la giuliva espressione dei cuori.

A Berchidda un’inondazione di gente, che sbucava da ogni via, non cessava di tributar lodi al venerato Pastore.

A Bono tanto era l’afflusso dei fedeli che si stentò a poter penetrare in chiesa.

A Bottidda venne ricevuto con grandissima accoglienza e con straordinaria dimostrazione di affetto.

Buddusò, sua patria, era logico gli riserbasse accoglienze ancor più grandiose. Anche i fanciulli, agitanti ramoscelli dalle foglie verdi, sprigionavano dai teneri loro cuori, sentimenti di amore e di venerazione, con festevoli grida di osanna.

A Bultei era una meraviglia veder il concorso e la devozione di quella gente.

A Burgos gli fecero un’accoglienza delle più festose.

A Esporlatu anche i vecchi vollero andare in processione per riceverlo all’estremità del paese, ove si degnò di rivolgere ai presenti la sua preziosa parola.

Ad Illorai le accoglienze furono più imponenti.

Ad Ittireddu le dimostrazioni di stima e di venerazione furono calorose.

A Monti, tra l’ondeggiare della folla ci volle del bello e del buono per liberarlo dalle strette dei fedeli, desiderosi di baciargli l’anello.

A Nughedu una fiumana di uomini e donne, di vecchi e bambini, ne implorava la pastorale benedizione.

A Nule l’affluenza divenne tale che non può facilmente descriversi: Tutti vollero, con nobile gara, tributargli una testimonianza del loro amore imperituro.

Ad Oschiri, oltre alla moltitudine dei soci, appartenenti alle Società religiose, maschili e femminili, che andarono a riceverlo a circa un chilometro dal paese, una grande quantità di bambini gli erano di impedimento al procedere innanzi, poiché tutti lo volevano vedere, toccare e ricevere carezze e benedizioni.

Ad Ossida venne accolto con vivissima commozione, con entusiastica gratitudine e con manifestazioni di filiale omaggio. Sebbene a cavallo non poteva procedere innanzi che a grande stento, poiché gli uomini prendevano la briglia della bestia impaziente e la fermavano.

Ed ad Ozieri? Per gli Ozieresi, Mons. Bacciu era tutto: Vescovo, padre, fratello, consigliere, guida, benefattore, nunzio di pace ecc. Ozieri era la sua patria di adozione, vi aveva dimorato più che nel paese di origine, e gli ozieresi lo veneravano con un amore che non aveva limiti.

A Pattada il concorso fu si notevole che non ebbe precedenti. Dovettero essere adibiti alcuni uomini a guardia della porta della canonica affinché la calca del popolo non irrompesse dentro.

L’Operaio Evangelico, p. 9.

Tramonto Luminoso

Inizia a questo punto il racconto degli ultimi giorni di vita di Filippo Bacciu. Un racconto davvero commovente, che raccoglie tutta la pietà popolare e ne incanala l’amore e la devozione verso il doloroso momento. Non commenterò la cronaca del Demelas.

Mos. Bacciu, durante la sua esistenza, ripeteva a sé stesso: ricordati che devi morire e per richiamare alla mente questa grande verità, aveva sempre davanti agli occhi, sulla scrivania, un teschio umano modellato sul gesso. La morte quindi lo colse d’improvviso ma non impreparato.

La mattina del giorno 8 maggio 1914, seconda domenica di quaresima, Mons. Bacciu, aveva assistito alla Messa solenne e ascoltata la predica quaresima­lista.

Il celebrante, vestito degli abiti di penitenza, con voce chiara lesse l’introito: «Ricordati, o Signore, delle tue misericordie che sono eterne, affinché i nostri nemici non abbiano mai a dominarci: liberaci, o Dio d’Israele, da tutte le nostre afflizioni».

Il suddiacono intona: «Vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, avendo da noi appreso in qual modo dobbiate diportarvi per piacere a Dio, così vi diportiate, affinché progrediate sempre più».

Il diacono canta: «In quel tempo, Gesù presi con se Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò in loro presenza, e il suo viso risplendé come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la neve».

I cantori intonavano: «Le tribolazioni del mio cuore si sono moltiplicate: deh! o Signore, liberami dai miei affanni. Beati quelli che osservano la legge ed in ogni tempo praticano la giustizia. Signore, visitaci con la tua salvezza».

Il predicatore declama: «Che importa all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima?».

Tutta la liturgia del giorno aveva tonalità profetica.

Il Vescovo, ritto sulla sua persona, alzò gli occhi in alto, distese le braccia con ampio gesto, come se volesse stringere in paterno affetto, tutti i diocesani presenti e lontani, e impartì l’ultima solenne benedizione con una tenerezza vasta come la Provvidenza.

Quando il degno presule, ancor profumato d’incenso, uscì dalla cattedrale, una luce dolcissima lo baciò in fronte e la brezza che passava con la tenuità di un sospiro, sembrava che gli dicesse: addio!

Le prime rondini, senza garriti, svolazzavano in alto, su per il cielo dalle iridescenze lievissime, opaline, evanescenti in un azzurro chiaro. Dai casolari si alzava un leggero pennacchio chiaro-oscuro come soffice cirro di nuvolette, i tocchi delle campane si perdevano lontano come una nenia materna. I fanciulletti gli si facevano incontro, aggruppatisi come pulcini sotto le ali protettrici della chioccia.

In episcopio, dopo un pranzo, come al solito frugale, consumato con la solita gioiosa armonia in uno coi suoi prediletti, si ritirò in camera, per attendere, sereno, ai doveri del suo ministero.

Al pendolo scoccarono le 13. Quei flebili rintocchi sembravano che volessero annunziare lo strazio dell’agonia di una persona cara.

Mons.Vescovo si senti venir meno, le forze si affievolirono lentamente, sentì un fremito come scosso da mano invisibile e pervaso da tremiti e rannuvolamenti, si accasciò prima sulla scrivania poi cadde pesantemente sul duro pavimento. Una paralisi cardiaca lo sorprese d’improvviso, così, come la belva alla preda.

Nelle sue membra percosse serpeggiava la morte.

Dai suoi famigliari ebbe le prime amorevoli cure. Lo raccolsero trepidanti di spavento e tra lacrime e singulti, lo portarono sulle braccia in camera e lo adagiarono sul letto.

Qualche lieve insensibile miglioramento non lasciava adito a speranze, e le ricadute e i battiti irregolari del cuore accrescevano le angustie.

Il medico, chiamato d’urgenza, constatò subito gravità del pericolo.

Il paziente immobile come un tronco abbattuto dal fulmine, però con piena facoltà di mente, invocò il suo vecchio maestro di Spirito al quale chiese la carità di «raccogliere la sua ultima confessione».

Con devozione, fede e sospiri di amore e con affettuosa aspirazione, si preparò a ricevere la visita del Dio del Tabernacolo che venne a portargli la caparra dell’eterna salvezza. Dai suoi occhi sgorgarono lacrime. Però nessuna parola. L’amore non parla.

Col Diletto ogni discorso avviene nell’interno dell’anima. Con le mani incrociate sul petto, egli ricevette il Santo Viatico. Stette un po’ in silenzio poi con voce debole ma chiara pronunziò: o Gesù, Voi siete tutto mio; ancora un poco, ed io sarò tutto vostro, per sempre! All’Arcivescovo Mons. Cleto Cassarti accorso da Sassari, il Vescovo morente rivolse parole di ringraziamento per essere venuto «a dare l’ultimo saluto al suo confratello sull’orlo della tomba» E rispose con piena riconoscenza alle belle e sante esortazioni dell’Arcivescovo, e dopo averne ricevuta Ia benedizione, con affetto paterno, alzò la sua mano stanca a benedire tutti i canonici, sacerdoti e famigliari presenti alla commoventissima scena.

All’Arciprete Canonico Virdis che gli domandò, lacrimante e premuroso, del suo stato di salute disse: «siamo tuttora sulla terra». In queste parole echeggiava la nota evidente della nostalgia anelante alla felicità eterna.

Il respiro intanto si faceva sempre più affannoso e una sete atroce – la sete della morte – lo tormentava: assaporava stilla a stilla l’agonia.

Seguì, mentre era ancora nella più perfetta lucidità di mente e di giudizio, l’Estrema Unzione.

Per procurargli di qualche giorno la vita, gli furono praticati, secondo i metodi del tempo, alcuni salassi, ai quali il Vescovo si sottomise, benché la cosa gli ripugnasse. Tutto venne accolto da lui con rassegnazione e pazienza.

Durante giorni della malattia mai uscì dal suo labbro una parola di lamento o di sconforto. In perfetta conformità ai divini voleri, guardò in faccia la morte con occhio sereno.

Come un padre sul letto delle sue agonie ama circondarsi dei suoi figli per rivolger loro l’ultima parola e per dare ad essi l’estrema benedizione, così il maestro e l’educatore acconsentì, ben volentieri, a ricevere i sacerdoti che gli erano discepoli e figli spirituali.

Parlare non poteva, ma il cuore si spalancava ancora per accoglierli tutti dentro, e quella serenità che gli si leggeva negli occhi spenti, era la sua ultima predica.

Era sulla soglia dell’eternità. Ripeté più volte «Gesù mio misericordia», volle baciare ancora il crocefisso e dopo di aver implorata la grazia della perseveranza finale, mandò un sospiro e la sua anima spiccò il volo verso il trono di Dio, mentre il sole mandava l’estremo saluto nel crepuscolo d’oro.

Nella camera alto regnava il silenzio: gli astanti versavano lacrime di cordoglio, era un pianto tacito, benefico: quel pianto invece di soffocare libera, invece di acuire la pena la stempera e la placa.

L’operaio evangelico doveva cogliere il frutto delle fatiche, sostenute nella vigna del Signore.

Le prime ore della sera calavano sopra Ozieri. Più nessuna luce nel cielo, che acquistava quella tinta grigia piena di malinconia, e che stendendosi sulla città, sulla cerchia dei monti, toglieva a tutto ogni rilievo, e in una bruna uniformità di aspetto fondeva tutte le sfumature del paesaggio.

La morte del buon Vescovo, caduto sulla breccia con le armi in pugno come una sentinella vigile, fin dalle prime ore del mattino, prese un carattere di un avvenimento pubblico. S’erano chiuse le botteghe, sospeso il commercio e tutti si erano portati all’episcopio che fu invaso in un istante e al di fuori la folla manifestava clamorosamente la sua impazienza di entrarvi. Tutta la popolazione poté soddisfare la sua devozione ed apportare il suo tributo di pietà alla memoria dell’estinto.

Il ferale annunzio, diffusosi con la velocità della folgore anche per tutta la Diocesi, era stato portato da tanti beneficati e suscitò dovunque un rimpianto generale e profondo. Fu un accorrere continuo di gente di ogni ceto che manifestavano coi segni del dolore più vivo, quelli della venerazione. Affluivano poveri, ricchi, semplici popolani, distinte persone, sacerdoti, fanciulli, a fine di rimirar per l’ultima volta la salma, rivestita degli abiti pontificali, esposta nella camera ardente, parata a lutto e adorna di luci.

Il popolo si prostrava ai piedi del catafalco, e implorava la protezione di colui del quale si spesso ne aveva sperimentata la bontà ed ammirata la virtù, poi nei trasporti di dolore e di fede, gli baciavano le mani, i piedi, l’abito, il crocefisso che teneva fra le mani, sul petto.

La sua fisionomia aveva un non so che di amabile soavità.

L’Operaio Evangelico, p. 20.

Mons. Becciu riposa ora nella parrocchia di Santa Anastasia di Buddusò.

Giovanni Maria Bua: un tratto d’unione tra Oschiri, Oristano e Nùoro. Brevi cenni.

Lo stemma episcopale del mons. G. M. Bua e lo stemma della Città di Nùoro

«D’azzurro alla campagna di verde con lo sfondo di una catena di montagne di tre cime; sulla campagna a destra un bue, pure al naturale passante; sul tutto un sole raggiante d’oro. Ornamenti esteriori da città.»

Questa è la descrizione araldica dello stemma della città di Nùoro. E cosa ha a che vedere la città di Nùoro con Oschiri?

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Giovanni Maria Bua

Nel 1828 papa Leone XII nomina Arcivescovo di Oristano il parroco di Oschiri Don Giovanni Maria Bua, e gli assegna anche l’amministrazione apostolica della diocesi di Nùoro-Galtellì, la quale era vacante a seguito dell’interdizione dal governo diocesano di Antonio M. Casabianca, avvenuta lo stesso anno. Il nuovo monsignore reggerà il governo della diocesi barbaricina fino alla sua morte, nel 1840. In questo lasso di tempo l’Arcivescovo intraprenderà una grande opera di riqualificazione e della città di Nuoro e di tutto il territorio diocesano. Nella sola città capoluogo costruirà il seminario Tridentino, inaugurato poi nel 1833, il quale poi fu di fatto la prima scuola pubblica nuorese; nel  1836 diede incarico per la costruzione della nuova cattedrale, terminata 13 anni dopo la morte del presule oschirese e darà nuovo impulso all’agricoltura con l’introduzione della coltivazione della patata. I forti legami di stima che ebbe ad intrattenere con la casa reale a Torino gli diedero gli strumenti utili per far elevare il comune di Nùoro al rango di città, a patto comunque che il carico delle imposte rimanesse invariato: oltre al centro barbaricino, nella stessa patente regia venne elevata al rango di città Ozieri e Tempio Pausania.

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Santa Maria della Neve (1853), Cattedrale di Nùoro
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Seminario Tridentino (1833), Nuoro

I nuoresi, per riconoscenza verso monsignor Bua, decisero allora di adottare come stemma cittadino il suo stemma episcopale: il bue, i monti e il sole raggiante.

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Patente regia di elevazione al rango di città dei comuni di Tempio, Ozieri e Nùoro, datata 10 settembre 1836

Giovanni Maria Bua, nato a Oschiri il 25 luglio 1773, muore a Nùoro il 24 ottobre 1840, a 67 anni. Le sue spoglie furono dapprima inumate dai nuoresi nella chiesa della Purissima, ma le forti proteste degli oristanesi fece in modo che, dopo il diretto intervento della Santa Sede, il presule fosse traslato nella cattedrale della diocesi arborense.

Ritengo opportuno che la figura di Giovanni Maria Bua, parroco di Oschiri per oltre trent’anni, e poi Arcivescovo di Oristano, vada assolutamente approfondita e divulgata, distinguendo cronologicamente le due fasi della vita del sacerdote, prima parroco e poi presule, ma tenendole strettamente collegate, in un’ottica di riappropriazione della memoria che riguarda tutti.

Diocesi di Castro. Ipotesi per l’anonimo destinatario della missiva di Innocenzo IV

La raccolta di fonti edite per la storia delle istituzioni ecclesiastiche medievali della Sardegna, sono fondamentalmente due: il Codice ecclesiastico per le relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, edizione curata da Dionigi  Scano, del 1940 (Arti Grafiche, Cagliari) e il  Codice diplomatico della Sardegna, edizione curata da Pasquale Tola e riedita dalla Carlo Delfino Editore nel 1984.

Da esse però spesso si ricavano notizie discordanti, o addirittura contraddittorie, segno evidente che necessiterebbero di una revisione profonda, con la verifica di ogni singolo documento riportato.

Una terza fonte fondamentale sono le Monumenta Germaniae Historica (MGH), una serie completa di fonti attentamente preparate e pubblicate per lo studio dei popoli germanici e, più ampiamente, dell’Europa; comprendono un periodo di tempo che va dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente al XVI secolo circa. Queste fonti non si riferiscono tanto alla storia della Germania (che tra il VI e il XVI secolo ancora non esisteva come nazione), quanto piuttosto ai popoli germanici e ai regni romano-barbarici sorti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente.

Ebbene, spesso capita che a un incrocio di dati, testi e citazioni, le discordanze tra le MGH e le due fonti precedentemente citate (CRSsS, CDS) siano purtroppo riscontrabili. In un’epoca lontana com’è il medioevo, poter fare storia con la certezza delle fonti è di capitale importanza, specie poi se ci si trova davanti a istituzioni, quali quelle come la diocesi di Castro, la cui storia ancora è molto nebulosa, per la quale sussistono lacune severe che tentiamo, passo dopo passo, di colmare.

Fatta questa breve premessa, riporto un caso a prima vista minimale di discordanza tra fonti, ovvero la differenza di un giorno nella datazione tra le MGH e le CRSsS e CDS.

Nell’ottobre 1248 papa Innocenzo IV scrive a un anonimo vescovo di Castro, ordinandogli di provvedere al versamento di 100 lire genovesi a favore del vescovo di Ploaghe, reso oggetto di violenti soprusi da parte degli ufficiali di re Enzo di Sardegna, riferendosi molto verosimilmente a Michele Zanche, vicario dell’Hohenstaufen, che per anni governò il Logudoro con poteri assoluti.

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MGH, Epistolae Selectae, 1248, p. 425. 

Non sappiamo come la questione si risolse, ma la nomina, nel giugno del 1249, di un nuovo Legato Pontificio per la Sardegna, fa sospettare che le condizioni politiche non fossero favorevoli alla Chiesa, la quale delegò al proprio rappresentante nell’Isola facoltà straordinarie, con l’incarico di difendere i religiosi perseguitati dall’Imperatore Federico II di Svevia, e di predicare la crociata contro di lui.

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Il cosiddetto Palazzo del Vescovo, nella cittadella di Castro.

La questione che riguarda da vicino la diocesi di Castro, oltre questi fatti generali, è riferita al destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV, quella di ottobre. Ebbene, sulle MGH la data riportata è il 21 ottobre 1248, mentre sulle altre due fonti viene riportato il 22 ottobre 1248. Il Turtas (1999) pone come data di morte dell’anonimo vescovo proprio il 21 ottobre 1248.

Attorno al 1248 ruotano almeno due vescovi: Torgotorio (ante 1231- post 1237) e Marzocco (ante 1259 – post 1269), con un arco cronologico davvero molto ampio, di massimo venti anni. In questo lasso di tempo il papa si rivolge a un eletto castrense, quindi nel 1248 la sede non è vacante; ciò nonostante la sospetta concomitanza tra la data apposta sulla missiva e la data di morte presunta del presule sussiste. In assenza di notizie ulteriori, è possibile posticipare la fine del regno di Torgotorio fino al 1248, proprio a quel 21 ottobre, ma rimane il fatto che non fu lui a ricevere la missiva; l’anno di insediamento di Marzocco, come già detto, non è noto, ma pare difficile anticiparlo di almeno undici anni dalla prima notizia che, ad oggi, ci è nota, e la sua particolare levatura intellettuale lo pone decisamente nelle condizioni di essere ampiamente documentabile.

Allora potrebbe essere verosimile che Torgotorio abbia retto la diocesi di Castro fino al 21 ottobre 1248, essendo lui il destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV che ignorava la sua morte, e che da quel momento, fino alla nomina di Marzocco, la sede castrense sia rimasta vacante. Ciò sarebbe giustificato anche dalla particolare situazione politica che attraversava la Sardegna, e specialmente la parte settentrionale, stretta com’era tra gli interessi pisani, imperiali, genovesi e vaticani.

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Quelle che possono apparire come questioni secondarie, come dicevo all’inizio di questo articolo, sono invece tasselli fondamentali per una ricostruzione storiograficamente perfetta di qualunque istituzione, sia essa civile o religiosa.

19 giugno 1969. A Pratobello si scrive una bellissima pagina di storia.

A Orgosolo, il 19 giugno di 47 anni fa, in località Pratobello, cominciò la protesta non-violenta delle popolazioni del centro barbaricino, le quali riuscirono ad ottenete la propria vittoria senza neanche sparare un colpo, senza riportare feriti, né causarne tra le forze dell’ordine.

In quanti conoscono questa storia? Alla domanda retorica bisognerebbe rispondere con una sana dose di curiosità, legata a fatti accaduti pochi anni fa e che è importante conoscere, per capire che la Sardegna, in quei luoghi tristemente famosi, ha il merito di farsi riconoscere anche per una grande battaglia di civiltà, che forse oggi qualche conterraneo pare aver dimenticato. Perché, se alla Maddalena “si stava meglio quando c’erano gli Americani”, o a Quirra – dove si trova il Poligono Sperimentale di Addestramento Interforze, il più grande d’Europa, luogo militare ceduto in fitto per milioni di euro a varie multinazionali per sperimentazioni belliche, coperte dal segreto di Stato, nonché da quello industriale – non si può fare a meno della presenza dell’Esercito, allora forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere su cosa potrebbe essere la Sardegna SENZA le basi di addestramento militare.

Per spingere a questa riflessione, da storico, ritengo che raccontare i fatti di Pratobello sia un modo assolutamente congeniale.

Lo faccio utilizzando “Soldati a Orgosolo” – la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro il poligono, curata dal Circolo giovanile del paese – e  un articolo comparso oggi nel sito http://www.sardiniapost.it, e completandolo con alcune informazioni, immagini e il video montato con una canzone dedicata ai fatti oggetto di questo breve pezzo.

I fatti cominciano nell’aprile del 1969, quando si diffonde in paese la notizia che nel villaggio abbandonato di Pratobello i militari abbiano intenzione di realizzare un poligono fisso per le esercitazioni. Ciò diventa certezza nel maggio successivo, quando arriva la ferale notizia: agli allevatori che utilizzano i pascoli comunali di Pratobello viene ordinato di sgomberare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Sgomberare tutto significa mobilitare  “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato da un circolo giovanile di Orgosolo.

Inizia così una serie di assemblee cittadine che coinvolgeranno l’intera popolazione.
Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Ma non era quello il reale terreno di scontro che da li a poco verrà calpestato.

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

Il giorno dopo, ovvero il 20 giugno, si ripete il picchetto e l’intera comunità si ritrova a Pratobello sin dalle prime luci dell’alba, nonostante il blocco stradale intentato dai poliziotti al bivio di Sant’Antioco. La reazione degli orgolesi non si fa attendere: donne e uomini iniziano a sollevare a mano le camionette. Chi in precedenza aveva aggirato la polizia pratica ora un blocco qualche centinaio di metri più avanti per impedire l’arrivo di altri blindati. Nel frattempo le donne incitano i bambini a tagliare i fili della linea telefonica. Una volta arrivati al poligono, almeno tremila orgolesi respingono fuori dal confine del territorio comunale la polizia e avanzano sino a pochi metri dalle tende dei militari.

Arrivano intanto gli onorevoli, che invitano i manifestanti a spostare l’assemblea sulla strada provinciale, lontano dal campo militare. In seguito alla trattativa degli onorevoli Dc, Pci e Psiup, il generale sospende le esercitazioni. Gli stessi onorevoli cercano poi il confronto con il prefetto di Nuoro, ma l’iniziativa si rivela infruttuosa. Il 21 e il 22 giugno sono giornate di tregua: durante il week-end non è prassi sparare. Intanto, in paese si diffonde la notizia dell’arrivo nuovi reparti di forze dell’ordine da tutte le maggiori città italiane. Il problema ora è l’isolamento di Orgosolo: Mamoiada e Fonni hanno infatti accolto di buon grado i militari, anche perché gli espropri decisi dal ministero della Difesa non ledono gli interessi di quelle comunità.

Già dalla notte del 22 alcuni pastori incominciano a portarsi in prossimità di Pratobello, ma dalle 4.30 l’accesso alla zona del poligono risulta bloccato da un ingente schieramento di poliziotti e carabinieri. Mentre il paese incomincia a mobilitarsi,“i baschi blu danno il via a una vera e propria caccia all’uomo”, si legge nel volume realizzato dal Circolo giovanile di Orgosolo. A gruppi di venti o trenta, come deciso nel corso dell’assemblea della notte precedente, gli orgolesi forzano le linee di demarcazione del poligono e si vanno a nascondere al suo interno per effettuare azioni di disturbo. Alcuni manifestanti riescono a dare fuoco ai bersagli che dovrebbero servire per le esercitazioni di tiro. Altri – circa 600 – vengono invece catturati e condotti al centro di raccolta allestito all’interno del poligono e poi rilasciati alla fine ella giornata. Circa ottanta manifestanti vengono poi trasportati alla questura di Nuoro, in due saranno processati per direttissima. Anche il 23 i mortai tacciono.

Alle 20, l’assemblea decide di inviare a Roma una delegazione composta dagli onorevoli Ignazio Pirastu (Pci), CarloSanna (Psiup) e Gonario Gianoglio (Dc). Con loro, tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano, il presidente del Circolo giovanile. “La delegazione riceve il mandato di discutere, ascoltare, trattare, ma non di decidere”, riporta il verbale dell’assemblea.

“Anche se oggettivamente subordinata alla trattativa, la lotta continua il giorno successivo nelle stesse modalità del 23”, si legge in Soldati ad Orgosolo. Alla fine della giornata il bilancio sarà di 400 “sequestrati” e un arrestato. Intanto Pratobello diventa un caso politico: verso sera giunge la notizia del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Regione Del Rio.“Lussu è forse l’unico politico sardo a cogliere lo spirito della lotta”, così commentano gli orgolesi.

Così recita il telegramma del fondatore del Partito Sardo d’Azione.

Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini. Rimborso danni e premio in denaro è un offensivo palliativo che non annulla, ma aggrava l’ingiustizia. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei con loro”.

“Il 26 giugno, il banditore sveglia il paese con il solito disco di ballu tundu verso le sei del mattino”, riportano le cronache del tempo. Il poligono si trova però in un’altra zona rispetto al giorno precedente, e comprende alcuni costoni impervi. Questo significa che la polizia non potrà usare le camionette. Quando iniziano le operazioni a difesa delle esercitazioni,gli agenti trovano il poligono pieno zeppo di gente. Sarà questa una delle giornate di lotta più intensa: gli orgolesi riescono a tenere sotto scacco migliaia di baschi blu. Lungo i costoni scoscesi del Supramonte, questi ultimi, impossibilitati a usare le camionette, mostrano subito segni di stanchezza . Un gruppo di braccianti e di giovani pastori continuamente inseguiti da un centinaio di baschi blu lascia sul terreno dei volantini con scritto: “Quanto ti paga il tuo padrone Rovelli per inseguirci?”. I manifestanti, non appena avvistati, scompaiono tra gli alberi o, meglio, sopra gli alberi, nel folto dei lecci, visto che i baschi blu non controllano sopra la loro testa.

Nel frattempo fa ritorno in paese la delegazione partita due giorni prima alla volta di Roma. Così, alla spicciolata, i manifestanti fanno ritorno in paese, dove la delegazione rende note la posizione del ministro della Difesa Gui presentate dal sottosegretario Francesco Cossiga: il poligono è temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto; non vi è allo stato attuale nessuna decisione di trasformare il poligono in un’istituzione permanente, ogni eventuale decisione in merito per qualunque zona della Sardegna verrà adottata seguendo tutte le procedure ordinarie di legge, e in particolare sentendo il parere delle amministrazioni locali interessate, subordinando la scelta ai programmi e alle esigenze sociali di sviluppo, una commissione militare esaminerà in loco la possibilità di una riduzione dell’area del poligono, al fine di limitare per quanto possibile il disagio, i lavoratori della forestale avrebbero percepito la paga per i giorni di mancato lavoro, parte dei rifornimenti della Brigata Trieste sarebbero stati acquistati ad Orgosolo. L’assemblea si chiude con la ratifica del documento. Terminano così le sei giornate in cui Orgosolo tenne lo Stato sotto scacco a Montes, Funtana Bona, Duvilinò e Pratobello.

La vicenda si conclude quindi con una grande vittoria di popolo: senza che sia stato sparato un colpo di arma da fuoco, la popolazione è riuscita a far prevalere la propria volontà su quella dello Stato. Al processo tutti gli orgolesi denunciati per i fatti appena narrati vengono prosciolti.

Il link al video Orgosolo pro terra de bandidos, una poesia di Giuseppe Rubanu.