Mons. Filippo Bacciu, araldo del Signore.

Filippo Bacciu nasce a Buddusò il 24 Febbraio 1838, ordinato Sacerdote nell’Agosto 1863, nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri nel 1875, preconizzato Vescovo di Bisarcio il 1896; morto il 13 Marzo 1914. Ha fondato l’Ordine di San Filippo Neri di Ozieri.

Conosciamo la vita del vescovo Bacciu dal racconto appassionato fattoci da Mons. Giovanbattista De Melas, nel libro L’operaio Evangelico. Mons. Filippo Bacciu, vescovo di Ozieri.

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Giovanni Battista Demelas

Ripercorriamo la vita del presule ozierese nei momenti salienti.

Laureatosi all’Università di Sassari in Sacra Teologia il 20 luglio 1863, Filippo un mese dopo salì all’altare fra l’esultanza del popolo. II Vicario Capitolare della sede di Ozieri, rimasta vacante per 25 anni, dalla morte del cappuccino Mons. Carchero di Guglieri (31-3.-1847) fino all’assunzione alla sede di Mons. Gorrias di Domusnovas Ganales (18-2.-1872), ebbe modo di conoscere il Teologo Bacciu, e tra i molti segni della sua stima e benevolenza gli diede pure la facoltà d’insegnamento e l’ufficio tanto faticoso quanto delicato di confessore dei seminaristi. Dal 1866 al 1875 fu professore di belle lettere nel Ginnasio Comunale di Ozieri e direttore spirituale degli studenti di quell’istituto.

Nel 1875, in seguito a concorso, venne nominato Canonico Parroco della Cattedrale di Ozieri.

A Terranova Pausania, l’odierna Olbia, appartenente alla diocesi di Tempio-Ampurias, prese parte attiva alla conciliazione amichevole di una terribile controversia sorta tra due famiglie. All’incontro organizzato per sancire la pace tra le due famiglie erano presenti, oltre un numero straordinario di persone, il canonico Bacciu e tre vescovi sardi: Mons. Diego Marongiu presule di Sassari, Mons. Serafino Corrias vescovo di Ozieri, e Mons. Filippo Campus vescovo di Tempio, tutti e tre preconizzati da Pio IX nel concistoro del 34 novembre 1871.

Fu veramente un fatto meraviglioso il vedere uniti insieme, in una sola mente ed in un solo cuore, uomini già divisi tra loro da, odi inveterati, da intestine discordie e da furibonde inimicizie, pronte a scoppiare in vendette. Oh quanti apostoli di pace della sua tempra occorrerebbero per ristabilire e consolidare nel mondo la vera pace, dopo l’attuale tragico e decisivo sconvolgimento.

L’Operaio Evangelico, p. 7.

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Mons. Bacciu

Quando i raggi del sole dai riflessi d’oro mandavano il primo bacio alle marcate cuspidi dei monti Sa Pianedda e Ololviga, e incominciavano a illuminare l’immensa distesa delle campagne popolate di roveri, elci, sugherie e di nuraghi appollaiati come nidi d’ aquile, sulle ruppi scoscese, la notizia gli pervenne per telegrafo a Buddusņ, ove si trovava in seno alla famiglia, per un breve periodo di riposo. I compaesani improvvisarono calorose e sentite dimostrazioni di affetto.

L’Operaio Evangelico, p. 8.

Nella Cattedrale, parata a festa e gremita di fedeli, ricevette la consacrazione episcopale da Mons Antonio Maria Contini, Vescovo di Ampurias e Tempio, il giorno 4-4-1897. Presero parte alla funzione, come consacranti, per dispensa della Santa Sede, i canonici Pietro Maria Campus, Arciprete del Capitolo e Giovanni Maria Virdis, canonico seniore, che poi succedette al Campus nella dignità dell’Arcipretura.

Il neo eletto scelse per stemma: due angeli svolazzanti in atto di baciarsi con fraternitą d’intenti, e impugnanti con le destre, uno l’emblema della giustizia: la spada, l’altro quello della pace: il ramoscello d’olivo, con il moto: Justitia et pax osculata sunt (la giustizia e la pace si sono baciate). Psalmus 84 II

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Le visite pastorali

Qua di seguito riporto l’elenco che il Demelas fa dei paese della diocesi di Ozieri visitati dal Vescovo, unendo una cronaca sommaria della visita. Sarebbe edificante poter raccogliere dai registri parrocchiali le relazioni delle Visite Apostoliche, per poterne fare un volume dal quale trarne numerose notizie storiche.

Ad Alà dei Sardi il suo arrivo segnò un indimenticabile avvenimento Il parroco, parato a festa, il Sindaco con la sciarpa, il Comandante la stazione dei Reali Carabinieri in alta uniforme, i confratelli col baldacchino, le società religiose, maschili e femminili, con vessilli e stendardi, le scolaresche con i rispettivi insegnanti e una fiumana di popolo tumultuante, lo ricevette con entusiastiche grida di evviva. Ovunque passasse Si ripeteva la stessa scena suggestiva, indimenticabile

Ad Ardara si vuotò il paese per andargli incontro. Venne accolto da una vibrante e filiale dimostrazione di devoto omaggio. Nel paese dovettero intervenire i convisitatori difenderlo dall’indiscreta devozione della folla che, con tensione nervosa, allungava entrambe le braccia baciargli l’anello.

A Bantine lo ricevettero in ginocchio, ne sollecitavano la benedizione e osannavano al loro pastore: i suoi dipendenti.

A Benetutti fu accolto da una fiumana di fedeli che facevano alta sentire la giuliva espressione dei cuori.

A Berchidda un’inondazione di gente, che sbucava da ogni via, non cessava di tributar lodi al venerato Pastore.

A Bono tanto era l’afflusso dei fedeli che si stentò a poter penetrare in chiesa.

A Bottidda venne ricevuto con grandissima accoglienza e con straordinaria dimostrazione di affetto.

Buddusò, sua patria, era logico gli riserbasse accoglienze ancor più grandiose. Anche i fanciulli, agitanti ramoscelli dalle foglie verdi, sprigionavano dai teneri loro cuori, sentimenti di amore e di venerazione, con festevoli grida di osanna.

A Bultei era una meraviglia veder il concorso e la devozione di quella gente.

A Burgos gli fecero un’accoglienza delle più festose.

A Esporlatu anche i vecchi vollero andare in processione per riceverlo all’estremità del paese, ove si degnò di rivolgere ai presenti la sua preziosa parola.

Ad Illorai le accoglienze furono più imponenti.

Ad Ittireddu le dimostrazioni di stima e di venerazione furono calorose.

A Monti, tra l’ondeggiare della folla ci volle del bello e del buono per liberarlo dalle strette dei fedeli, desiderosi di baciargli l’anello.

A Nughedu una fiumana di uomini e donne, di vecchi e bambini, ne implorava la pastorale benedizione.

A Nule l’affluenza divenne tale che non può facilmente descriversi: Tutti vollero, con nobile gara, tributargli una testimonianza del loro amore imperituro.

Ad Oschiri, oltre alla moltitudine dei soci, appartenenti alle Società religiose, maschili e femminili, che andarono a riceverlo a circa un chilometro dal paese, una grande quantità di bambini gli erano di impedimento al procedere innanzi, poiché tutti lo volevano vedere, toccare e ricevere carezze e benedizioni.

Ad Ossida venne accolto con vivissima commozione, con entusiastica gratitudine e con manifestazioni di filiale omaggio. Sebbene a cavallo non poteva procedere innanzi che a grande stento, poiché gli uomini prendevano la briglia della bestia impaziente e la fermavano.

Ed ad Ozieri? Per gli Ozieresi, Mons. Bacciu era tutto: Vescovo, padre, fratello, consigliere, guida, benefattore, nunzio di pace ecc. Ozieri era la sua patria di adozione, vi aveva dimorato più che nel paese di origine, e gli ozieresi lo veneravano con un amore che non aveva limiti.

A Pattada il concorso fu si notevole che non ebbe precedenti. Dovettero essere adibiti alcuni uomini a guardia della porta della canonica affinché la calca del popolo non irrompesse dentro.

L’Operaio Evangelico, p. 9.

Tramonto Luminoso

Inizia a questo punto il racconto degli ultimi giorni di vita di Filippo Bacciu. Un racconto davvero commovente, che raccoglie tutta la pietà popolare e ne incanala l’amore e la devozione verso il doloroso momento. Non commenterò la cronaca del Demelas.

Mos. Bacciu, durante la sua esistenza, ripeteva a sé stesso: ricordati che devi morire e per richiamare alla mente questa grande verità, aveva sempre davanti agli occhi, sulla scrivania, un teschio umano modellato sul gesso. La morte quindi lo colse d’improvviso ma non impreparato.

La mattina del giorno 8 maggio 1914, seconda domenica di quaresima, Mons. Bacciu, aveva assistito alla Messa solenne e ascoltata la predica quaresima­lista.

Il celebrante, vestito degli abiti di penitenza, con voce chiara lesse l’introito: «Ricordati, o Signore, delle tue misericordie che sono eterne, affinché i nostri nemici non abbiano mai a dominarci: liberaci, o Dio d’Israele, da tutte le nostre afflizioni».

Il suddiacono intona: «Vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, avendo da noi appreso in qual modo dobbiate diportarvi per piacere a Dio, così vi diportiate, affinché progrediate sempre più».

Il diacono canta: «In quel tempo, Gesù presi con se Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò in loro presenza, e il suo viso risplendé come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la neve».

I cantori intonavano: «Le tribolazioni del mio cuore si sono moltiplicate: deh! o Signore, liberami dai miei affanni. Beati quelli che osservano la legge ed in ogni tempo praticano la giustizia. Signore, visitaci con la tua salvezza».

Il predicatore declama: «Che importa all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima?».

Tutta la liturgia del giorno aveva tonalità profetica.

Il Vescovo, ritto sulla sua persona, alzò gli occhi in alto, distese le braccia con ampio gesto, come se volesse stringere in paterno affetto, tutti i diocesani presenti e lontani, e impartì l’ultima solenne benedizione con una tenerezza vasta come la Provvidenza.

Quando il degno presule, ancor profumato d’incenso, uscì dalla cattedrale, una luce dolcissima lo baciò in fronte e la brezza che passava con la tenuità di un sospiro, sembrava che gli dicesse: addio!

Le prime rondini, senza garriti, svolazzavano in alto, su per il cielo dalle iridescenze lievissime, opaline, evanescenti in un azzurro chiaro. Dai casolari si alzava un leggero pennacchio chiaro-oscuro come soffice cirro di nuvolette, i tocchi delle campane si perdevano lontano come una nenia materna. I fanciulletti gli si facevano incontro, aggruppatisi come pulcini sotto le ali protettrici della chioccia.

In episcopio, dopo un pranzo, come al solito frugale, consumato con la solita gioiosa armonia in uno coi suoi prediletti, si ritirò in camera, per attendere, sereno, ai doveri del suo ministero.

Al pendolo scoccarono le 13. Quei flebili rintocchi sembravano che volessero annunziare lo strazio dell’agonia di una persona cara.

Mons.Vescovo si senti venir meno, le forze si affievolirono lentamente, sentì un fremito come scosso da mano invisibile e pervaso da tremiti e rannuvolamenti, si accasciò prima sulla scrivania poi cadde pesantemente sul duro pavimento. Una paralisi cardiaca lo sorprese d’improvviso, così, come la belva alla preda.

Nelle sue membra percosse serpeggiava la morte.

Dai suoi famigliari ebbe le prime amorevoli cure. Lo raccolsero trepidanti di spavento e tra lacrime e singulti, lo portarono sulle braccia in camera e lo adagiarono sul letto.

Qualche lieve insensibile miglioramento non lasciava adito a speranze, e le ricadute e i battiti irregolari del cuore accrescevano le angustie.

Il medico, chiamato d’urgenza, constatò subito gravità del pericolo.

Il paziente immobile come un tronco abbattuto dal fulmine, però con piena facoltà di mente, invocò il suo vecchio maestro di Spirito al quale chiese la carità di «raccogliere la sua ultima confessione».

Con devozione, fede e sospiri di amore e con affettuosa aspirazione, si preparò a ricevere la visita del Dio del Tabernacolo che venne a portargli la caparra dell’eterna salvezza. Dai suoi occhi sgorgarono lacrime. Però nessuna parola. L’amore non parla.

Col Diletto ogni discorso avviene nell’interno dell’anima. Con le mani incrociate sul petto, egli ricevette il Santo Viatico. Stette un po’ in silenzio poi con voce debole ma chiara pronunziò: o Gesù, Voi siete tutto mio; ancora un poco, ed io sarò tutto vostro, per sempre! All’Arcivescovo Mons. Cleto Cassarti accorso da Sassari, il Vescovo morente rivolse parole di ringraziamento per essere venuto «a dare l’ultimo saluto al suo confratello sull’orlo della tomba» E rispose con piena riconoscenza alle belle e sante esortazioni dell’Arcivescovo, e dopo averne ricevuta Ia benedizione, con affetto paterno, alzò la sua mano stanca a benedire tutti i canonici, sacerdoti e famigliari presenti alla commoventissima scena.

All’Arciprete Canonico Virdis che gli domandò, lacrimante e premuroso, del suo stato di salute disse: «siamo tuttora sulla terra». In queste parole echeggiava la nota evidente della nostalgia anelante alla felicità eterna.

Il respiro intanto si faceva sempre più affannoso e una sete atroce – la sete della morte – lo tormentava: assaporava stilla a stilla l’agonia.

Seguì, mentre era ancora nella più perfetta lucidità di mente e di giudizio, l’Estrema Unzione.

Per procurargli di qualche giorno la vita, gli furono praticati, secondo i metodi del tempo, alcuni salassi, ai quali il Vescovo si sottomise, benché la cosa gli ripugnasse. Tutto venne accolto da lui con rassegnazione e pazienza.

Durante giorni della malattia mai uscì dal suo labbro una parola di lamento o di sconforto. In perfetta conformità ai divini voleri, guardò in faccia la morte con occhio sereno.

Come un padre sul letto delle sue agonie ama circondarsi dei suoi figli per rivolger loro l’ultima parola e per dare ad essi l’estrema benedizione, così il maestro e l’educatore acconsentì, ben volentieri, a ricevere i sacerdoti che gli erano discepoli e figli spirituali.

Parlare non poteva, ma il cuore si spalancava ancora per accoglierli tutti dentro, e quella serenità che gli si leggeva negli occhi spenti, era la sua ultima predica.

Era sulla soglia dell’eternità. Ripeté più volte «Gesù mio misericordia», volle baciare ancora il crocefisso e dopo di aver implorata la grazia della perseveranza finale, mandò un sospiro e la sua anima spiccò il volo verso il trono di Dio, mentre il sole mandava l’estremo saluto nel crepuscolo d’oro.

Nella camera alto regnava il silenzio: gli astanti versavano lacrime di cordoglio, era un pianto tacito, benefico: quel pianto invece di soffocare libera, invece di acuire la pena la stempera e la placa.

L’operaio evangelico doveva cogliere il frutto delle fatiche, sostenute nella vigna del Signore.

Le prime ore della sera calavano sopra Ozieri. Più nessuna luce nel cielo, che acquistava quella tinta grigia piena di malinconia, e che stendendosi sulla città, sulla cerchia dei monti, toglieva a tutto ogni rilievo, e in una bruna uniformità di aspetto fondeva tutte le sfumature del paesaggio.

La morte del buon Vescovo, caduto sulla breccia con le armi in pugno come una sentinella vigile, fin dalle prime ore del mattino, prese un carattere di un avvenimento pubblico. S’erano chiuse le botteghe, sospeso il commercio e tutti si erano portati all’episcopio che fu invaso in un istante e al di fuori la folla manifestava clamorosamente la sua impazienza di entrarvi. Tutta la popolazione poté soddisfare la sua devozione ed apportare il suo tributo di pietà alla memoria dell’estinto.

Il ferale annunzio, diffusosi con la velocità della folgore anche per tutta la Diocesi, era stato portato da tanti beneficati e suscitò dovunque un rimpianto generale e profondo. Fu un accorrere continuo di gente di ogni ceto che manifestavano coi segni del dolore più vivo, quelli della venerazione. Affluivano poveri, ricchi, semplici popolani, distinte persone, sacerdoti, fanciulli, a fine di rimirar per l’ultima volta la salma, rivestita degli abiti pontificali, esposta nella camera ardente, parata a lutto e adorna di luci.

Il popolo si prostrava ai piedi del catafalco, e implorava la protezione di colui del quale si spesso ne aveva sperimentata la bontà ed ammirata la virtù, poi nei trasporti di dolore e di fede, gli baciavano le mani, i piedi, l’abito, il crocefisso che teneva fra le mani, sul petto.

La sua fisionomia aveva un non so che di amabile soavità.

L’Operaio Evangelico, p. 20.

Mons. Becciu riposa ora nella parrocchia di Santa Anastasia di Buddusò.

Carmine Cesarano, vescovo di Ozieri

A regnare sulla diocesi di Ozieri troviamo, dall’8 aprile 1915 al 30 settembre 1918, Carmine Cesarano, nato a Pagani (SA) il 24 ottobre 1869. Sostituiva il vescovo Filippo Bacciu (4 aprile 1897 – 8 maggio 1914).

Dopo aver studiato nel seminario di Pagani e aver conseguito la laurea in teologia nell’Università Cattolica, fa il suo ingresso nel presbiterio il 23 dicembre del 1893. Il 17 maggio del 1898 esprime la sua professione solenne per l’ingresso nella Congregazione del Santissimo Redentore (C.SS.R.). L’8 di aprile del 1915 viene nominato da papa Benedetto XV vescovo di Ozieri, dove farà ingresso il 30 di maggio dello stesso anno. Lo stesso giorno riceverà l’ordinazione episcopale, consacrato dall’Arcivescovo di Salerno Carlo Gregorio Maria Grasso, O.S.B., coconsacranti il vescovo di Nocera de’ Pagani Giuseppe Romeo e dal vescovo di San Marco e Bisignano Salvatore Scanu.

Questi importanti avvenimenti della sua vita lo legheranno particolarmente alla diocesi di Ozieri, dal quale però verrà trasferito nel 1918, e sostituito dal piemontese Francesco Maria Franco (10 marzo 1919 – 18 settembre 1933)

Il 30 di settembre del 1918 viene nominato da Benedetto XV arcivescovo, e assegnato alla diocesi di Conza con ruolo di amministratore apostolico di Campagna. Quando l’arcidiocesi di Conza fu unita alla diocesi di Sant’Angelo dei Lombardi, fu eletto vescovo della diocesi di Campagna col titolo personale di arcivescovo1.

Durante il periodo conzano scelse di abitare a Campagna e, dopo aver sostenuto l’autonomia della diocesi campagnese, permise alla curia di entrare in possesso dell’ex convento della Madonna d’Avigliano, adibendolo a sede estiva del seminario. Nel 1925 inaugurò la parrocchia di Serradarce e l’ospedale di mendicità, e nel 1927, in concomitanza del centenario della fondazione del seminario, convocò il sinodo diocesano e realizzò a proprie spese un trono marmoreo per la cattedrale di Santa Maria della Pace, rimosso in seguito dal vescovo Jolando Nuzzi. Per le opere fatte alla diocesi di Campagna, l’amministrazione gli dedicò una strada e la cittadinanza onoraria2.

Nel 1927 fu trasferito alla diocesi di Aversa, dove morì il 22 novembre 1935.

 

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NOTE

  1. Per tutte le notizie biografiche cfr. http://www.catholic-hierarchy.org/bishop/bcesarc.html
  2. IZZO, Raccontare Campagna: Le persone illustri, 2005, p. 86-93.

Chiesa della Beata Vergine Immacolata – Oschiri

 

 

La parrocchiale di Oschiri, dedicata alla Madonna, sotto il titolo di Beata Vergine Immacolata, venne costruita nei primi anni del XX secolo, terminata nel 1907, sotto il governo del vescovo di Ozieri Filippo Bacciu e consacrata otto anni dopo, l’undici dicembre 1915, dal vescovo Carmelo Cesarano, essendo parroco don Gavino Melas. Come recita l’epigrafe di commemorazione, l’altare venne dedicato, oltre che alla Santa Vergine, anche a s. Giuseppe e a s. Demetrio vescovo e martire. Queste notizie sono tratte da un’iscrizione latina che descriveremo più sotto.

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La facciata, di semplice impostazione, si presenta tripartita da paraste in trachite, con la parte centrale, più ampia, che richiama ancora la tripartizione, con tre oculi, tre fornici e tre portali. Si affaccia sulla piazza in granito, circondata teatralmente da palme e si pone come sfondo a chi percorre la via principale del paese da ovest verso est. Due torri svettano ai lati della facciata, una con l’orologio e l’altra col campanile.

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Alla chiesa si accede attraverso il nartece e un’anticamera sulla destra, che ospita un’acquasantiera marmorea di particolare fattura, nel cui basamento sono raffigurati i simboli degli Evangelisti, il Leone alato di San Marco, l’Aquila di San Giovanni, l’Uomo alato di San Matteo e il Bue alato di San Luca: questo pezzo, esclusa la vasca dell’acqua, si dice fosse parte integrante del vecchio pulpito appartenente alla chiesa precedente quella attuale, la quale fu demolita perché fatiscente, come racconta il poeta satirico Domenico Antonio Migheli nella sua “Briga ‘e sos Santos”; è presente anche un gruppo statuario raffigurante Gesù che viene aiutato da San Francesco d’Assisi a scendere dalla Croce.

Entrando in chiesa, sulla prima colonna della navata destra si trova una lapide, scritta in latino, la quale recita:

A Dio, il più buono, il più grande e alla Beata Maria Vergine Immacolata questo tempio, con la spesa della Pubblica Amministrazione e le offerte dei fedeli, il reverendissimo signore Filippo Bacciu vescovo questo tempio ed il suolo eressero il giorno 7 settembre dell’anno 1907 e benedissero. Il reverendissimo signore Carmelo Cesarano C. S. S. R., vescovo di Ozieri, il giorno 11 dicembre dell’anno 1915, con tre altari dedicati alla Beata Maria Vergine Immacolata, a San Giuseppe Patrono e a San Demetrio vescovo e martire, con rito solenne consacravano e la affidavano alla cura e sollecitudine del signor teologo dottor Gavino Melas parroco.

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Della lapide stupisce l’assenza di menzione per la santa patrona di Oschiri, Santa Lucia. La martire siracusana viene festeggiata a Oschiri da più di 130 anni, assieme al vescovo martire san Demetrio, anche se non mi sono noti documenti che facciano risalire ufficialmente la celebrazione di s. Lucia alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento. Sarà doveroso a questo punto chiarire il fatto, ritrovando le tracce più antiche dei festeggiamenti in onore di s. Lucia, anche per fugare l’ipotesi che il culto sia stato introdotto da qualche parroco nel corso degli anni, e che esso non abbia nessun’attinenza con la storia locale; ad accrescere ulteriormente le mie riserve concorre il fatto che nel territorio non sono presenti chiese intitolate alla martire, a differenza di s. Demetrio, che è guarda caso, la chiesa più antica di Oschiri (1168). Questo comunque non sminuirebbe l’affetto e la devozione che oggi gli oschiresi hanno sviluppato nei confronti di s. Lucia, ma per amore della Storia sarebbe giusto dissipare ogni ombra.

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Nelle navate laterali si trovano quattro altari raffrontati, tre con edicola e sacello anonimi che oggi ospitano la statua del Sacro Cuore (restaurata in maniera un po’ azzardata), una statua contemporanea del Gesù di suor Faustina Kowalska e la statua di san Giovanni Battista. Il quarto altare invece ha la particolarità di non avere l’edicola, ma una scultura ad alto rilievo raffigurante la gloria di san Giuseppe col Bambino in braccio: la figura di Giuseppe è monumentale, ed è inserito in una teoria di puttini che si affacciano dalle vaporose nuvole, e indica un angelo che sorregge la Basilica di San Pietro. La dedicazione dell’altare a san Giuseppe è ribadita dalle lettere “S J” e dagli strumenti propri del falegname, inseriti nel pluteo frontale.

ffghrgjrgn.jpgNell’angolo di nord-ovest si trova il fonte battesimale. Questo è l’unico pezzo per cui è certa la provenienza dalla chiesa esistente prima dell’attuale.

Infatti alla base della fonte si trova la scritta latina

TEOL IOHANNE MARIA BUA ECCLESIAE ET ANIMARUM RECTORE ANNO Æ C MDCCCXXIII

ovvero: “Teologo Giovanni Maria Bua, rettore della chiesa e delle anime [di Oschiri], anno dell’era comune 1823”.

Recentemente è stato riposizionato alla prima colonna di sinistra dal presbiterio il pulpito, di fattura comune e forse non originale in tutte le sue parti.

L’ampio presbiterio è delimitato dal recinto sacro, in marmo grigio, e vi si accede tramite tre scalini del medesimo materiale. La mensa attuale è stata posizionata nel settembre 2016, ed è realizzata da artigiani locali, con l’impiego di un paliotto inserito nel fronte, probabilmente ottocentesco, proveniente magari dall’arredo della parrocchiale demolita. Immaginesdfsdfsdfsdfs.jpgIl pulpito invece è di Immagine.jpgnotevole interesse, almeno per la scultura ad altorilievo che lo adorna: la scena rappresenta Cristo che insegna nella Sinagoga, ed è dell’artista piemontese Giuseppe Sartorio. Sartorio ha lavorato molto in Sardegna, realizzando lavori a Sassari come il monumento a Vittorio Emanuele II di Savoia in Piazza d’Italia o il busto di Umberto I al Palazzo Regio di Cagliari, come anche molti lavori al Cimitero Monumentale di Iglesias. L’artista morì in circostanze sospette nella notte tra il 19 e il 20 settembre del 1922, quando il piroscafo che da Olbia lo portava a Civitavecchia affondò. La morte presunta verrà dichiarata solo vent’anni dopo.

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L’altar maggiore è armoniosamente tripartito, con l’edicola centrale, più alta, che ospita la statua della Vergine Immacolata che pesta la testa del Nemico, e effonde i suoi raggi protettivi verso il basso, dove si trova il tabernacolo e, originariamente, si trovava il Crocefisso. Le due edicolette laterali sono impreziosite da due lunette dipinte con scene della Deposizione di Cristo a nord e la Nascita di Cristo a sud, entrambi di un tal G. Galeazzo, al momento sconosciuto. Su una parasta del lato sud del presbiterio si trova una lapide commemorativa del 1908 che rende omaggio a fra Bonaventura da Calangianus, il quale volle donare agli oschiresi l’altar maggiore, “monumento marmoreo della sua liberalità”.

Il coro è adibito a ripostiglio, sebbene in origine poteva sicuramente ospitare l’organo. Le due sacrestie sono prive di arredi originari, e ospitano quella a sud l’ufficio del parroco con i paramenti sacri mentre quella a nord funge da ripostiglio e da bagno.

yjdythjstyjsdtyjny.jpgSulla controfacciata è stata recentemente appesa l’opera pittorica dell’artista locale Costantino Fenu. Sono tredici quadri, ai quali ne verranno aggiunti altri, uniti a formare un grande quadro, che illustrano tutti i santi ai quali sono state dedicate le chiese oschiresi, campestri e cittadine.

 

Giovanni Maria Bua: un tratto d’unione tra Oschiri, Oristano e Nùoro. Brevi cenni.

Lo stemma episcopale del mons. G. M. Bua e lo stemma della Città di Nùoro

«D’azzurro alla campagna di verde con lo sfondo di una catena di montagne di tre cime; sulla campagna a destra un bue, pure al naturale passante; sul tutto un sole raggiante d’oro. Ornamenti esteriori da città.»

Questa è la descrizione araldica dello stemma della città di Nùoro. E cosa ha a che vedere la città di Nùoro con Oschiri?

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Giovanni Maria Bua

Nel 1828 papa Leone XII nomina Arcivescovo di Oristano il parroco di Oschiri Don Giovanni Maria Bua, e gli assegna anche l’amministrazione apostolica della diocesi di Nùoro-Galtellì, la quale era vacante a seguito dell’interdizione dal governo diocesano di Antonio M. Casabianca, avvenuta lo stesso anno. Il nuovo monsignore reggerà il governo della diocesi barbaricina fino alla sua morte, nel 1840. In questo lasso di tempo l’Arcivescovo intraprenderà una grande opera di riqualificazione e della città di Nuoro e di tutto il territorio diocesano. Nella sola città capoluogo costruirà il seminario Tridentino, inaugurato poi nel 1833, il quale poi fu di fatto la prima scuola pubblica nuorese; nel  1836 diede incarico per la costruzione della nuova cattedrale, terminata 13 anni dopo la morte del presule oschirese e darà nuovo impulso all’agricoltura con l’introduzione della coltivazione della patata. I forti legami di stima che ebbe ad intrattenere con la casa reale a Torino gli diedero gli strumenti utili per far elevare il comune di Nùoro al rango di città, a patto comunque che il carico delle imposte rimanesse invariato: oltre al centro barbaricino, nella stessa patente regia venne elevata al rango di città Ozieri e Tempio Pausania.

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Santa Maria della Neve (1853), Cattedrale di Nùoro
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Seminario Tridentino (1833), Nuoro

I nuoresi, per riconoscenza verso monsignor Bua, decisero allora di adottare come stemma cittadino il suo stemma episcopale: il bue, i monti e il sole raggiante.

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Patente regia di elevazione al rango di città dei comuni di Tempio, Ozieri e Nùoro, datata 10 settembre 1836

Giovanni Maria Bua, nato a Oschiri il 25 luglio 1773, muore a Nùoro il 24 ottobre 1840, a 67 anni. Le sue spoglie furono dapprima inumate dai nuoresi nella chiesa della Purissima, ma le forti proteste degli oristanesi fece in modo che, dopo il diretto intervento della Santa Sede, il presule fosse traslato nella cattedrale della diocesi arborense.

Ritengo opportuno che la figura di Giovanni Maria Bua, parroco di Oschiri per oltre trent’anni, e poi Arcivescovo di Oristano, vada assolutamente approfondita e divulgata, distinguendo cronologicamente le due fasi della vita del sacerdote, prima parroco e poi presule, ma tenendole strettamente collegate, in un’ottica di riappropriazione della memoria che riguarda tutti.

Diocesi di Castro. Ipotesi per l’anonimo destinatario della missiva di Innocenzo IV

La raccolta di fonti edite per la storia delle istituzioni ecclesiastiche medievali della Sardegna, sono fondamentalmente due: il Codice ecclesiastico per le relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, edizione curata da Dionigi  Scano, del 1940 (Arti Grafiche, Cagliari) e il  Codice diplomatico della Sardegna, edizione curata da Pasquale Tola e riedita dalla Carlo Delfino Editore nel 1984.

Da esse però spesso si ricavano notizie discordanti, o addirittura contraddittorie, segno evidente che necessiterebbero di una revisione profonda, con la verifica di ogni singolo documento riportato.

Una terza fonte fondamentale sono le Monumenta Germaniae Historica (MGH), una serie completa di fonti attentamente preparate e pubblicate per lo studio dei popoli germanici e, più ampiamente, dell’Europa; comprendono un periodo di tempo che va dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente al XVI secolo circa. Queste fonti non si riferiscono tanto alla storia della Germania (che tra il VI e il XVI secolo ancora non esisteva come nazione), quanto piuttosto ai popoli germanici e ai regni romano-barbarici sorti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente.

Ebbene, spesso capita che a un incrocio di dati, testi e citazioni, le discordanze tra le MGH e le due fonti precedentemente citate (CRSsS, CDS) siano purtroppo riscontrabili. In un’epoca lontana com’è il medioevo, poter fare storia con la certezza delle fonti è di capitale importanza, specie poi se ci si trova davanti a istituzioni, quali quelle come la diocesi di Castro, la cui storia ancora è molto nebulosa, per la quale sussistono lacune severe che tentiamo, passo dopo passo, di colmare.

Fatta questa breve premessa, riporto un caso a prima vista minimale di discordanza tra fonti, ovvero la differenza di un giorno nella datazione tra le MGH e le CRSsS e CDS.

Nell’ottobre 1248 papa Innocenzo IV scrive a un anonimo vescovo di Castro, ordinandogli di provvedere al versamento di 100 lire genovesi a favore del vescovo di Ploaghe, reso oggetto di violenti soprusi da parte degli ufficiali di re Enzo di Sardegna, riferendosi molto verosimilmente a Michele Zanche, vicario dell’Hohenstaufen, che per anni governò il Logudoro con poteri assoluti.

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MGH, Epistolae Selectae, 1248, p. 425. 

Non sappiamo come la questione si risolse, ma la nomina, nel giugno del 1249, di un nuovo Legato Pontificio per la Sardegna, fa sospettare che le condizioni politiche non fossero favorevoli alla Chiesa, la quale delegò al proprio rappresentante nell’Isola facoltà straordinarie, con l’incarico di difendere i religiosi perseguitati dall’Imperatore Federico II di Svevia, e di predicare la crociata contro di lui.

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Il cosiddetto Palazzo del Vescovo, nella cittadella di Castro.

La questione che riguarda da vicino la diocesi di Castro, oltre questi fatti generali, è riferita al destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV, quella di ottobre. Ebbene, sulle MGH la data riportata è il 21 ottobre 1248, mentre sulle altre due fonti viene riportato il 22 ottobre 1248. Il Turtas (1999) pone come data di morte dell’anonimo vescovo proprio il 21 ottobre 1248.

Attorno al 1248 ruotano almeno due vescovi: Torgotorio (ante 1231- post 1237) e Marzocco (ante 1259 – post 1269), con un arco cronologico davvero molto ampio, di massimo venti anni. In questo lasso di tempo il papa si rivolge a un eletto castrense, quindi nel 1248 la sede non è vacante; ciò nonostante la sospetta concomitanza tra la data apposta sulla missiva e la data di morte presunta del presule sussiste. In assenza di notizie ulteriori, è possibile posticipare la fine del regno di Torgotorio fino al 1248, proprio a quel 21 ottobre, ma rimane il fatto che non fu lui a ricevere la missiva; l’anno di insediamento di Marzocco, come già detto, non è noto, ma pare difficile anticiparlo di almeno undici anni dalla prima notizia che, ad oggi, ci è nota, e la sua particolare levatura intellettuale lo pone decisamente nelle condizioni di essere ampiamente documentabile.

Allora potrebbe essere verosimile che Torgotorio abbia retto la diocesi di Castro fino al 21 ottobre 1248, essendo lui il destinatario anonimo della lettera di Innocenzo IV che ignorava la sua morte, e che da quel momento, fino alla nomina di Marzocco, la sede castrense sia rimasta vacante. Ciò sarebbe giustificato anche dalla particolare situazione politica che attraversava la Sardegna, e specialmente la parte settentrionale, stretta com’era tra gli interessi pisani, imperiali, genovesi e vaticani.

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Quelle che possono apparire come questioni secondarie, come dicevo all’inizio di questo articolo, sono invece tasselli fondamentali per una ricostruzione storiograficamente perfetta di qualunque istituzione, sia essa civile o religiosa.

19 giugno 1969. A Pratobello si scrive una bellissima pagina di storia.

A Orgosolo, il 19 giugno di 47 anni fa, in località Pratobello, cominciò la protesta non-violenta delle popolazioni del centro barbaricino, le quali riuscirono ad ottenete la propria vittoria senza neanche sparare un colpo, senza riportare feriti, né causarne tra le forze dell’ordine.

In quanti conoscono questa storia? Alla domanda retorica bisognerebbe rispondere con una sana dose di curiosità, legata a fatti accaduti pochi anni fa e che è importante conoscere, per capire che la Sardegna, in quei luoghi tristemente famosi, ha il merito di farsi riconoscere anche per una grande battaglia di civiltà, che forse oggi qualche conterraneo pare aver dimenticato. Perché, se alla Maddalena “si stava meglio quando c’erano gli Americani”, o a Quirra – dove si trova il Poligono Sperimentale di Addestramento Interforze, il più grande d’Europa, luogo militare ceduto in fitto per milioni di euro a varie multinazionali per sperimentazioni belliche, coperte dal segreto di Stato, nonché da quello industriale – non si può fare a meno della presenza dell’Esercito, allora forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere su cosa potrebbe essere la Sardegna SENZA le basi di addestramento militare.

Per spingere a questa riflessione, da storico, ritengo che raccontare i fatti di Pratobello sia un modo assolutamente congeniale.

Lo faccio utilizzando “Soldati a Orgosolo” – la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro il poligono, curata dal Circolo giovanile del paese – e  un articolo comparso oggi nel sito http://www.sardiniapost.it, e completandolo con alcune informazioni, immagini e il video montato con una canzone dedicata ai fatti oggetto di questo breve pezzo.

I fatti cominciano nell’aprile del 1969, quando si diffonde in paese la notizia che nel villaggio abbandonato di Pratobello i militari abbiano intenzione di realizzare un poligono fisso per le esercitazioni. Ciò diventa certezza nel maggio successivo, quando arriva la ferale notizia: agli allevatori che utilizzano i pascoli comunali di Pratobello viene ordinato di sgomberare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Sgomberare tutto significa mobilitare  “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato da un circolo giovanile di Orgosolo.

Inizia così una serie di assemblee cittadine che coinvolgeranno l’intera popolazione.
Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Ma non era quello il reale terreno di scontro che da li a poco verrà calpestato.

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

Il giorno dopo, ovvero il 20 giugno, si ripete il picchetto e l’intera comunità si ritrova a Pratobello sin dalle prime luci dell’alba, nonostante il blocco stradale intentato dai poliziotti al bivio di Sant’Antioco. La reazione degli orgolesi non si fa attendere: donne e uomini iniziano a sollevare a mano le camionette. Chi in precedenza aveva aggirato la polizia pratica ora un blocco qualche centinaio di metri più avanti per impedire l’arrivo di altri blindati. Nel frattempo le donne incitano i bambini a tagliare i fili della linea telefonica. Una volta arrivati al poligono, almeno tremila orgolesi respingono fuori dal confine del territorio comunale la polizia e avanzano sino a pochi metri dalle tende dei militari.

Arrivano intanto gli onorevoli, che invitano i manifestanti a spostare l’assemblea sulla strada provinciale, lontano dal campo militare. In seguito alla trattativa degli onorevoli Dc, Pci e Psiup, il generale sospende le esercitazioni. Gli stessi onorevoli cercano poi il confronto con il prefetto di Nuoro, ma l’iniziativa si rivela infruttuosa. Il 21 e il 22 giugno sono giornate di tregua: durante il week-end non è prassi sparare. Intanto, in paese si diffonde la notizia dell’arrivo nuovi reparti di forze dell’ordine da tutte le maggiori città italiane. Il problema ora è l’isolamento di Orgosolo: Mamoiada e Fonni hanno infatti accolto di buon grado i militari, anche perché gli espropri decisi dal ministero della Difesa non ledono gli interessi di quelle comunità.

Già dalla notte del 22 alcuni pastori incominciano a portarsi in prossimità di Pratobello, ma dalle 4.30 l’accesso alla zona del poligono risulta bloccato da un ingente schieramento di poliziotti e carabinieri. Mentre il paese incomincia a mobilitarsi,“i baschi blu danno il via a una vera e propria caccia all’uomo”, si legge nel volume realizzato dal Circolo giovanile di Orgosolo. A gruppi di venti o trenta, come deciso nel corso dell’assemblea della notte precedente, gli orgolesi forzano le linee di demarcazione del poligono e si vanno a nascondere al suo interno per effettuare azioni di disturbo. Alcuni manifestanti riescono a dare fuoco ai bersagli che dovrebbero servire per le esercitazioni di tiro. Altri – circa 600 – vengono invece catturati e condotti al centro di raccolta allestito all’interno del poligono e poi rilasciati alla fine ella giornata. Circa ottanta manifestanti vengono poi trasportati alla questura di Nuoro, in due saranno processati per direttissima. Anche il 23 i mortai tacciono.

Alle 20, l’assemblea decide di inviare a Roma una delegazione composta dagli onorevoli Ignazio Pirastu (Pci), CarloSanna (Psiup) e Gonario Gianoglio (Dc). Con loro, tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano, il presidente del Circolo giovanile. “La delegazione riceve il mandato di discutere, ascoltare, trattare, ma non di decidere”, riporta il verbale dell’assemblea.

“Anche se oggettivamente subordinata alla trattativa, la lotta continua il giorno successivo nelle stesse modalità del 23”, si legge in Soldati ad Orgosolo. Alla fine della giornata il bilancio sarà di 400 “sequestrati” e un arrestato. Intanto Pratobello diventa un caso politico: verso sera giunge la notizia del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Regione Del Rio.“Lussu è forse l’unico politico sardo a cogliere lo spirito della lotta”, così commentano gli orgolesi.

Così recita il telegramma del fondatore del Partito Sardo d’Azione.

Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini. Rimborso danni e premio in denaro è un offensivo palliativo che non annulla, ma aggrava l’ingiustizia. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei con loro”.

“Il 26 giugno, il banditore sveglia il paese con il solito disco di ballu tundu verso le sei del mattino”, riportano le cronache del tempo. Il poligono si trova però in un’altra zona rispetto al giorno precedente, e comprende alcuni costoni impervi. Questo significa che la polizia non potrà usare le camionette. Quando iniziano le operazioni a difesa delle esercitazioni,gli agenti trovano il poligono pieno zeppo di gente. Sarà questa una delle giornate di lotta più intensa: gli orgolesi riescono a tenere sotto scacco migliaia di baschi blu. Lungo i costoni scoscesi del Supramonte, questi ultimi, impossibilitati a usare le camionette, mostrano subito segni di stanchezza . Un gruppo di braccianti e di giovani pastori continuamente inseguiti da un centinaio di baschi blu lascia sul terreno dei volantini con scritto: “Quanto ti paga il tuo padrone Rovelli per inseguirci?”. I manifestanti, non appena avvistati, scompaiono tra gli alberi o, meglio, sopra gli alberi, nel folto dei lecci, visto che i baschi blu non controllano sopra la loro testa.

Nel frattempo fa ritorno in paese la delegazione partita due giorni prima alla volta di Roma. Così, alla spicciolata, i manifestanti fanno ritorno in paese, dove la delegazione rende note la posizione del ministro della Difesa Gui presentate dal sottosegretario Francesco Cossiga: il poligono è temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto; non vi è allo stato attuale nessuna decisione di trasformare il poligono in un’istituzione permanente, ogni eventuale decisione in merito per qualunque zona della Sardegna verrà adottata seguendo tutte le procedure ordinarie di legge, e in particolare sentendo il parere delle amministrazioni locali interessate, subordinando la scelta ai programmi e alle esigenze sociali di sviluppo, una commissione militare esaminerà in loco la possibilità di una riduzione dell’area del poligono, al fine di limitare per quanto possibile il disagio, i lavoratori della forestale avrebbero percepito la paga per i giorni di mancato lavoro, parte dei rifornimenti della Brigata Trieste sarebbero stati acquistati ad Orgosolo. L’assemblea si chiude con la ratifica del documento. Terminano così le sei giornate in cui Orgosolo tenne lo Stato sotto scacco a Montes, Funtana Bona, Duvilinò e Pratobello.

La vicenda si conclude quindi con una grande vittoria di popolo: senza che sia stato sparato un colpo di arma da fuoco, la popolazione è riuscita a far prevalere la propria volontà su quella dello Stato. Al processo tutti gli orgolesi denunciati per i fatti appena narrati vengono prosciolti.

Il link al video Orgosolo pro terra de bandidos, una poesia di Giuseppe Rubanu.

Gli Stamenti del Parlamento Sardo.

Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti.

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Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento:

In lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi…

Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese).

Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in
Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte.

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Pietro IV d’Aragona, detto il Cerimonioso

Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro IV il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVIII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV.

Nel corso del Quattrocento questo importante organo ebbe modo di far sentire la propria voce anche in merito alla presenza ingombrante della corona aragonese, specialmente per la pretesa di re Ferdinando il Cattolico di nominare egli stesso i vescovi della Sardegna, nel tentativo di far presidiare il territorio da uomini fedeli alla corona e in questo modo ingraziarsi lo stesso popolo sardo.

Anche nella storia di Castro accaddero fatti che richiamarono l’attenzione degli Stamenti del Parlamento Sardo: infatti re Ferdinando si spendeva non poco per fornire il supporto necessario alla accettazione della nomina dei vescovi a lui graditi. In una lettera del 1482, il re scrive a papa Sisto IV, supplicandolo di approvare la nomina del tarragonese Bernardo Jover, “prior in Oristanni, meus capellanus“, adducendo a buona prova la sua età, la sua gravitas, ovvero la sua autorità, e non ultima la sua erudizione. Bernardo Jover  veniva quindi eletto il 14 febbraio e 1483 e sarebbe rimasto vescovo fino al 1490.

Fatti simili sono davvero numerosi. Li analizzeremo a breve.

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Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico

 

Storia dalle fonti: il vescovo Antonio De Toro di Castro

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La cronotassi è un elenco ordinato cronologicamente di persone succedutesi in una carica, ed è usato specialmente nelle successioni dei vescovi.

Conoscere la cronotassi dei vescovi di Castro – o di Ottana, o di Bisarcio, o di Ampurias, o di qualunque altra diocesi della Sardegna o del mondo cristiano in genere – non è solo un esercizio erudito, ma è un modo per entrare nelle pieghe della Storia, vedere come le dinamiche di potere riuscivano ad interessarsi anche all’amministrazione di un territorio povero come quello della diocesi di Castro tra l’XI e il XVI secolo.

Una veloce lettura della cronotassi dei vescovi di Castro suggerisce subito un dato: molti furono gli ecclesiastici spagnoli che ressero la cattedra in questa antica diocesi.

Analizzando questa importante fonte storica, sebbene la vicenda spagnola abbia inizio in Sardegna dal 1297, si può notare che tra la fine del quarto decennio del Quattrocento circa, e il 1503 con l’ultimo vescovo, Antonio di Toro, minore e maestro in teologia, ritroviamo ben sette vescovi di origine spagnola, concentrati nel periodo tra il 1477 e il 1501; essi saranno:

  • Giovanni Gasto, minore, 1447-ante 11 lug. 1455;
  • Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet, 1455;
  • Lorenzo de Moncada, minore, maestro in teologia, 1464-ante 14 ott. 1478;
  • Bernardo Jover, di Tarragona, 1483-1490;
  • Melchiorre de Tremps (Lleida), 1493-1496;
  • Giovanni, benedettino di Gerona, 1496-1501;
  • Antonio, di Toro, minore, maestro in teologia, 1501-1509.

Le cronache riportano notizie molto scarse riguardo queste figure appena citate, le quali si alterneranno con vescovi “italiani” negli anni 1458-1464 con Leonardo, abate di S. Michele di Salvennor, nel 1478-1483 con Cristoforo Mannu, canonico di Sassari e nel 1490-1493 con Giovanni Crespo, degli eremitani di S. Agostino, che tra l’altro sarebbe nominato nell’epigrafe di Santo Stefano a Oschiri.

In questa sede vorrei prendere brevemente in esame la figura del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. L’Amadu, nel libro “La diocesi medievale di Castro” suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504, e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

Anno M(illesimo) (Quingenti) (Quarto), (viginti quinque) Aprilis. Ego Antonius Dethoro Episcopus Castrensis consecravi ecclesiam et altare hoc in honorem Sancti Stefani. Et reliquias Beatorum martirum Narboris et Felicis et Laurentii in eo inclusi. Singulis Christifidelibus hodie unum annum. et in die anniversario consecracionis XL dies de vera indulgencia concedens in forma Ecclesiae.

Anno 1504, 25 aprile. Io, Antonio Dethoro, vescovo di Castro, consacro la chiesa e l’altare in onore di Santo Stefano, e le reliquie del beato martire Narborio e Felice e Lorenzo in esso custoditi. Per i fedeli in Cristo, per un anno, e nell’anniversario della consacrazione, concediamo cinquanta giorni di vera indulgenza, secondo le forme della Chiesa.

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali.

Di seguito, una galleria di immagini sui collegamenti tra Castro e le diverse realtà religiose spagnole.

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Ottana: cronotassi e brevi cenni storici

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La cattedrale di San Nicola di Ottana

 

La diocesi di Ottana ha il suo primo vescovo attestato nel 1112, nella persona del camaldolese Zanetti. Dalla cronotassi riportata dal Turtas risulta di origine spagnola soltanto un vescovo: Giovanni Perez, parroco in diocesi di Cuenca, eletto nel 1501, ultimo titolare della diocesi di Ottana prima del trasferimento ad Alghero della sede.

Se la cronotassi si limita a fornirci un solo nominativo di origine spagnola, molto più importante è leggere le lettere che Fernando scrisse al papa, dove fa appello al suo diritto di nomina, ma che in questo caso sembra non trovare il favore della Sede apostolica.

Leggiamo quanto scrive Fernando e poi sottolineeremo alcune particolarità:

  1. XI. 1482. – Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea del obispado de Ottana, en Cerdeña, a fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique, lugarteniente en Cataluña. […] habemus Deo inmortali graciam, quod neminem hactenus Beatitudini Vestre ad episcopatum presentauimus, qui illo non esset dignissimus. Idem modo in ecclesia Esanensi, que sine pastore est, faciemus. Est diuque fuit illustri patruelis nostri confessor, frater Guillermus Oller, vir vite admodum religiose et erudicionis ad regendas animas necessarie, nobis quoque fidelis et gratus. Hunc virum suplicamus Beatitudini Vestre ut Osenensis ecclesie preficiat; nam et vite integritate ad exemplum et litteris proderit ad doctrinam, fide quoque in nos sua diocesanos suos fideliores nobis efficiet, quod est ad regnorum pacem perquam necessarium. Et quoniam sine jactura animarum diu sine pontifice ecclesie esse non possunt, suplicamus ut promocionem non differat Beatitudo Vestra… L. Gonçales, secretarius.[1]

 

La prassi è sempre la stessa: patrocinare un prelato e suffragare la sua nomina con alcune notazioni di particolare rettitudine morale del candidato e di certezza della sua fedeltà (al Re, non principalmente al Papato, né tampoco alla Sardegna). Anche qui, come accadde per la richiesta di spostamento del vescovo castrense Jover, la richiesta del Re non verrà accolta da Sisto iv, il quale nominerà alla cattedra ottanense il canonico di Sassari Domenico de Milia (1483-ante 23 lug. 1501).

Leggiamo ancora tra la corrispondenza del Re Ferdinando:

  1. XI. 1482. Madrid – Fernando ordena al virrey de Cerdeña no admita otras bulas para el obispado de Ossana, vacante por muerte de fray Luis Camanyes, si no vienen a favor de fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique.   Don Fernando, etcetera. Al spectable, magnifich, amat conseller e camarlench nostre, mossen Eximen Perez scriua de Romani, visrey nostre en lo regne de Serdenya, salut e dilectio. Per quant nos lo dia present e infrascrit, a suplicacio del illustre infant don Enrich, nostre molt car e molt amat cosingerma e loctinent general en lo principat de Cathalunya, rene de Mallorques e illas a aquell adjacents, hauem feta promesa del bisbat de Ossaua, que ara nouament ha vacat en aqueix regne, per mort de fra Luis Camanyes, ultimo posseydor de aquell, en persona del amat nostre fra Guillem Oller, een fauor de aquell hauem scrit a nostre Sant Pare li atorgue les bulles necessaries, e sia nostra ferma voluntat que lo dit fra Guillem Oller, e non alta persona alguna, haia e obtenga lo dit bisbat, vos diem e manam stretament, ab tenor de les presents, de nostra certa sciencia e consulta, a pena de mil florins d or, que, si bulles o prouisions algunes apostoliques vos seran presentades del dit bisbat, de aquelles no atorgueu exequtories, ni doneu loch que, en virtud de aquelles, se prenga la possessio del dit bisbat, fins en tant les bulles del dit fra Guillem sien vengudes; les quals vistes, de continent atorareu a aquell les exequtories necessaries, e li manareu liurar la possesio del dit bisbat, segons os, en virtud de les presnts, ara per llauors, li atorgam e li inuestim aquell, fahent li respondre e acudir dels fruyts, rendes e emoluments del dit bisbat; e entretant quel es dites bulles tardan en venír, per major seguretat del dit fra Guillem, possareu en sequestre les dites rendes, fruyts e emolumnts del dit bisbat, fins a tant lo dit fra Guillem haja obtessa la possessio de aquell. E no façau lo contrari, en manera alguna, si nostra gracia haueu cara, e la pena sobredita desijau euivar; car nos, per contemplacio del dit illustre Infante, e perque grans dies ha li tiniem promes lo primer bisbat que en aquex regne vacaria per lo dit frare, volem aquell e no altre lo haja… Ludouico Gonçales.[2]                                                             .

 Anche se in queste occasioni il diritto al patrocinio del Re non viene rispettato, e questo può portare a ritenere che in realtà la chiesa non vedesse di buon grado queste ingerenze, è pacifico che a tutto ciò faccia da imponente contraltare l’inconfutabile provenienza spagnola di almeno diciassette vescovi della nuova sede titolare dei territori delle soppresse Castro, Bisarcio e Ottana: Alghero.

Non è il compito che ci siamo proposti quello di analizzare ogni nomina, sia essa ecclesiastica o civile, nelle istituzioni amministrative del nord Sardegna, ma riteniamo che, per come si presenta la realtà e per le evidenze documentali, la concessione di diritti di investitura ecclesiastica fu un istituto di cui la Corona d’Aragona fece largo utilizzo, e le motivazioni sono già state esposte.

 

Alcune notizie sulla chiesa cattedrale di San Nicola di Ottana:

L’imponente chiesa di S. Nicola domina da un’altura l’abitato di Ottana e s’impianta su una chiesa preesistente, ad aula mononavata con abside a est, individuata nel corso dei restauri del 1973-76 e forse altomedioevale, intitolata al santo vescovo di Mira, e mantenuta poi nella dedicazione all’edificio attuale. L’edificio divenne cattedrale della diocesi di Ottana e fu ricostruito entro il 1160, quando venne consacrato dal vescovo Zaccaria, come tramanda l’epigrafe in una striscia di pergamena, che si conservava dentro un astuccio metallico rinvenuto all’interno dell’altare.

L’impianto romanico è a croce commissa, con abside orientata, bracci del transetto voltati a botte, aula mononavata con copertura lignea. La fabbrica si svolse in due tempi: al primo spettano la costruzione dell’abside, del transetto e del fianco settentrionale, al secondo la facciata e il fianco meridionale, dove la linea di sutura s’individua lungo i conci di ammorsatura del campanile a canna quadrata, che non superò la fase progettuale.

Il carattere unitario della fabbrica è provato dall’uniformità dei paramenti murari in cantoni trachitici di media pezzatura; le differenze sono dovute al cambiamento di forme e ritmi delle archeggiature, che nell’abside e nel fianco nord sono a doppia ghiera tagliata a filo, mentre nel fianco sud e nella facciata hanno ghiere modanate e raccordano coppie di lesene; nel frontone est e nelle testate orientali del transetto sono interpretate con piccoli archetti semicircolari dove si aprono rispettivamente una luce cruciforme e monofore centinate a doppio strombo; è quindi un susseguirsi quasi ipnotico di variazioni sul tema dell’archetto, che in questo straordinario monumento raggiunge molteplici declinazioni.

La facciata al primo ordine è tripartita con l’apertura, nello specchio mediano, del portale architravato con l’arco di scarico e ai lati arcatelle che delimitano gli specchi con losanghe a più incassi; il secondo ordine è ancora tripartito con la riproposizione delle losanghe e nello specchio centrale una bifora; infine, nel terzo ordine le arcatelle sono cinque e gli specchi ospitano bacini ceramici di colore verde con venature gialle.

Nel braccio nord del transetto si conserva l’importante dipinto trecentesco conosciuto come Pala di Ottana. Si tratta di un polittico a tempera su tavola, attribuito al Maestro delle tempere francescane. Rappresenta nel trittico inferiore i Santi Nicola e Francesco e storie della loro vita. Grazie ai personaggi identificati dall’iscrizione dipinta e rappresentati ai piedi della Madonna col Bambino nella tavola superiore il vescovo francescano Silvestro di Ottana e il donnicello (erede al trono giudicale) riconosciuto come il giovane Mariano iv d’Arborea si può datare tra il 1339 e il 1343[3].

 

[1] De la Torre A., a cura di, 1949, Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catolicos. 1, 1479-1483. 1479-1483 . Barcellona, vol. I, p. 282.

[2] Ibid., cit., vol. I, p. 282.

[3] Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Illisso, Nuoro, 2000.

Bisarcio: cronotassi e brevi cenni storici

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La diocesi di Bisarcio ha la sua prima attestazione col vescovo Nicodemo, citato dal Besta come risalente a prima del 1082.

Il primo vescovo di origine spagnola citato dalla cronotassi riportata nella Storia della Chiesa di Sardegna[1] è il catalano Francesco (1350-ante 3 giuno 1366), minore e guardiano di Castellón de Ampurias (dioc. Gerona), nominato da Clemente vi il 26 novembre. Amadu afferma che “se Giovanni [predecessore di Francesco] era stato il primo dei francescani [tra i vescovi di Bisarcio], il suo successore inizia la serie appunto degli spagnoli” [2] nominati vescovi in questa sede. È una constatazione di fatto: la nomina degli spagnoli alle cariche ecclesiastiche è un fenomeno che si riscontra a partire dal XIV secolo.

Da lungo tempo ormai i Doria cercavano di ottenere dai Re di Aragona e di Sardegna le regioni di Bisarcio, Nurcara, Anglona e altre terre a titolo feudale: non avendo ottenuto questo privilegio con le preghiere e le suppliche, tentarono di acquisire tali diritti sul campo di battaglia, venendo comunque pesantemente sconfitti ad Ardara dal Re Pietro. Arriveremo al 1350 con la cessione dei Doria della città di Alghero agli spagnoli, i quali in cambio concessero in feudo le terre testé nominate. Il Re però non mancò di ricordare le circostanze che poterono concorrere a tale decisione e che in definitiva la Sardegna apparteneva a lui. Sarà quindi un’estensione del potere spagnolo, sia con la supervisione dei funzionari aragonesi sull’amministrazione civile, sia con gli ecclesiastici, sempre spagnoli, sulle realtà diocesane.

In quello stesso anno, Re Pietro ottenne dal Papa la nomina di Francesco a vescovo di Bisarcio: la provenienza dalla diocesi di Gerona, dalla quale proveniva anche il vescovo di Galtellì Arnaldo de Billasis[3] testimonia l’importanza e la riconoscenza che i Re aragonesi dovevano avere per il clero di quella diocesi, che tanto aveva aiutato il Re Giacomo ii nella conquista della Sardegna.

In un salto temporale di 119 anni, nel 1485 viene eletto alla sede bisarcense il minorita Michele López de Lasorra. Non è certa la sua provenienza, ma tutto concorre a crederlo spagnolo; in tal caso si potrebbe avanzare anche il dubbio che non abbia mai preso possesso della sua diocesi, facendola governare da un Vicario. La nomina del suo successore avverrà soltanto dieci mesi dopo e quindi si può presupporre che il suo regno effettivo durò anche meno di questo periodo[4]. Il 29 marzo 1486 veniva nominato vescovo di Rubicon, nelle Isole Canarie. Importante avvenimento che ebbe luogo durante l’episcopato del López è la chiusura del Parlamento Sardo, con una conseguente politica di tassazione, di donazioni e tributi a carico di coloro che vi avevano partecipato. Anche questo creò non pochi malumori, trovandosi l’Arcivescovado Turritano a dover dividere con i suoi suffraganei 14.000 lire da pagare in dieci anni. Probabilmente questa cifra spropositata era dovuta alla comminazione di una pena per non aver risposto all’invito loro rivolto sulla determinazione dei fuochi, sui quali applicare la tassazione per la chiusura del Parlamento Sardo.

Lo stesso atteggiamento di contumacia, davvero molto diffuso tra i vescovi medievali, lo tenne anche il successore di López, il francescano Garcia Quixada, professore di Teologia[5]. Veniva probabilmente eletto nel marzo del 1486, ma non abbiamo nessun documento certo. Abbiamo però le prove che, a distanza di due anni dopo la sua elezione, non era ancora andato a Bisarcio: nel 1488 infatti veniva convocato il Capitolo Cattedrale nella Chiesa di Sant’Antioco dal Canonico Giorgio de Bertinelli Arciprete e Vicario Generale a nome del Rev.mo in Cristo Padre e Signore Garcia Quexada per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo di Bisarcio, durante il quale fu da tutti prestato giuramento sul Vangelo di osservare le Costituzioni sinodali della diocesi. Il suddetto Giorgio de Bertinelli venne anche nominato Vicario Generale e, da quel che risulta dagli Atti del Sinodo Diocesano, Quexada non aveva ancora giurato sulle Costituzioni sinodali.

Degli ultimi Vescovi, Galcerando e Giovanni risultano poche notizie, e comunque non concorrenti a supportare la presente tesi. Si sottolinea solo la provenienza, non la patria, del vescovo Galcerando, trasferito da Innocenzo viii il 1 maggio 1490 dalla diocesi di Leighlin, in Irlanda. E questo spostamento, una volta di più, dimostra che l’assenza dalla sede fosse per i vescovi di molte diocesi prassi abituale e comune.

[1] Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna, pp. 875-876.

[2] Amadu, La diocesi medievale di Bisarcio. p. 103. Carlo Delfino Editore, Sassari 2003

[3] Su questo nome c’è una certa discordanza tra le fonti: il sito internet http://www.gcatholic.org riporta per l’anno 1366 l’elezione di Arnaldo de Billasis; il testo di Turtas, cit., p. 832, nella cronotassi dei vescovi di Galtellì non menziona il vescovo de Billasis, e per gli anni 1348-ante 1365 riporta un Arnaldo, de Episcopali, carmelitano tedesco, per gli anni 1365-ante 1376 un Alberto, da Surmanem (sede sconosciuta).

[4] Amadu, cit., p. 136.

[5] cdr, ed. cit. vol. II, p. 222, doc. CCC Si potrebbe supporre che la qualifica di professor theologie implichi l’insegnamento effettivo; ma non è sempre così. Si tratta di un modo per indicare (specie nella documentazione papale e negli atti notarili) che il soggetto ha conseguito la laurea in teologia e può insegnare (professare) la materia, ma in potentia non actu. Per trovare l’Università (Studiorum) dove il Quixada si fosse laureato o avesse insegnato è estremamente difficile: ci sono elenchi e fonti specifiche, per Parigi, Bologna, Padova, Siena… ma, data la sua provenienza, potrebbe aver studiato a Salamanca o anche a Barcellona. La cosa importante è che si tratta di un francescano che ha percorso gli studi teologici e li ha completati ricevendo un titolo accademico (peraltro alcuni lo ottenevano per concessione papale o dai capitoli generali dell’ordine), dunque nella condizione di avere un grado accademico (in teologia o diritto), che sempre di più, dal sec. XV, diviene un requisito per la nomina episcopale. La condizione di doctor et magister gli permettevano di essere docente  nelle scuole universitarie del suo ordine, aggregate a qualche facoltà teologica ufficiale (allora erano davvero molte, anche nella penisola iberica: però in Sardegna fino all’epoca dei Savoia non ci sono Studi pubblici, anche se esisteva una serie di scuole teologiche presso i francescani e i domenicani) o semplicemente come maestro dei suoi confratelli in qualche convento importante.