Un portale dimenticato…

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Foto Google 2016 ©

Sulle sponde oschiresi del lago Coghinas, nella parte a nord, si trovano i poveri resti della chiesa detta di San Giorgio, in quello che era il villaggio di Balanotti, già noto da fonti come le Rationes Decimarum Italiae Sardinia.

Le notizie sul villaggio sono veramente poche, e da quelle che abbiamo possiamo trarre la conclusione che esso si svuoti attorno al XV secolo, a favore forse del villaggio di Castro, sede di diocesi dal XII al XVI secolo, che dista solo 6 km in linea d’aria; altri centri minori come Otti e Sas Ruinas (nome significativo, forse assegnato dopo l’abbandono del sito) seguirono la stessa sorte di Balanotti, a favore del centro già allora di maggiori dimensioni, ovvero Oschiri. Voglio inoltre sottolineare il fatto che anche l’intitolazione della chiesa a San Giorgio non è, ad oggi, suffragata da prove documentali, per cui sarà utile, a tal scopo, rinvenire negli archivi diocesani di Ozieri o di Alghero, notizie al riguardo.

L’unico elemento di notevole interesse è il portale, che risulta anche pericolosamente in bilico, e potrebbe crollare da un momento all’altro, causando ulteriore danno alla storia di questa chiesa e del villaggio medievale che la circondava. Il portale potrebbe effettivamente essere un’aggiunta posteriore (anche di secoli) alla fase d’impianto dell’edificio, di cui possiamo solo supporre la struttura, costituita sicuramente da una navata semplice di una ventina di metri circa, con un’addizione sul lato meridionale. Nel fregio su cui poggia il timpano è presente un’iscrizione di semplice lettura, ma di difficile interpretazione, almeno nella seconda parte:

HOC. OPVS. FECIT. FIERI. K. OPERARIVs (IHS) SANO. IGOZ. MROSMAG. EC. IGVIPAPORILGI  /  ALE.

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La sua decifrazione potrebbe esser utile per datare almeno il portale: sembra in ‘capitale latina’ quindi databile a partire dal Rinascimento, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di un’aggiunta posteriore alla realizzazione del portale. Al momento si può solo affermare che gli elementi e i decori che connotano il portale non rientrano negli ornamenti introdotti dal ‘classicismo’ rinascimentale e anche le proporzioni sembrano molto particolari. Forse varrebbe la pena cercare qualche fonte documentale che permetta di articolare un ragionamento di datazione.

Della chiesa sappiamo che la tradizione la vorrebbe “aragonese”, quindi di fondazione nel periodo che intercorre tra il 1297 e il 1479 circa; recentemente, da alcune fotografie dell’architrave, è stata letta una data completamente fuori da questi estremi cronologici, ovvero il 1608, ma altri epigrafisti non hanno confermato la presenza di questa data, la quale entrerebbe in conflitto anche con quanto detto sul fenomeno di abbandono del villaggio: avrebbe senso la costruzione di una chiesa in un villaggio disabitato? È pur vero che di chiese campestri abbonda il territorio, ma il sito dove insistono i miseri resti di San Giorgio è stato abitato fino al XV secolo, e non avrebbe senso una costruzione ex post.

Una pericolosa indifferenza avvolge questo luogo, e ha portato al suo quasi completo annientamento: il portale è l’ultima vestigia di un’epoca storica, il medioevo, che dovrebbe essere rivalutata, e aspettare il crollo di ciò che resta della chiesa, per poi magari veder sparire i conci lavorati che magari andrebbero ad abbellire le case di taluni, è veramente intollerabile. Un semplice intervento di prima tutela potrebbe essere quello di mettere in sicurezza l’area, con un’opera di puntellamento del portale: poi si deciderà cosa farne, se trasportarlo ad Oschiri e musealizzarlo, oppure lasciarlo in loco e valutare se ricostruire la chiesa.

 

In questa sorta di appello si sentano tutti coinvolti, non solo gli organi preposti alla tutela del patrimonio storico, culturale ed artistico, ma anche ogni singolo cittadino, che dovrebbe sempre vigilare affinché i siti di interesse siano adeguatamente custoditi e valorizzati.

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Ottana: cronotassi e brevi cenni storici

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La cattedrale di San Nicola di Ottana

 

La diocesi di Ottana ha il suo primo vescovo attestato nel 1112, nella persona del camaldolese Zanetti. Dalla cronotassi riportata dal Turtas risulta di origine spagnola soltanto un vescovo: Giovanni Perez, parroco in diocesi di Cuenca, eletto nel 1501, ultimo titolare della diocesi di Ottana prima del trasferimento ad Alghero della sede.

Se la cronotassi si limita a fornirci un solo nominativo di origine spagnola, molto più importante è leggere le lettere che Fernando scrisse al papa, dove fa appello al suo diritto di nomina, ma che in questo caso sembra non trovare il favore della Sede apostolica.

Leggiamo quanto scrive Fernando e poi sottolineeremo alcune particolarità:

  1. XI. 1482. – Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea del obispado de Ottana, en Cerdeña, a fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique, lugarteniente en Cataluña. […] habemus Deo inmortali graciam, quod neminem hactenus Beatitudini Vestre ad episcopatum presentauimus, qui illo non esset dignissimus. Idem modo in ecclesia Esanensi, que sine pastore est, faciemus. Est diuque fuit illustri patruelis nostri confessor, frater Guillermus Oller, vir vite admodum religiose et erudicionis ad regendas animas necessarie, nobis quoque fidelis et gratus. Hunc virum suplicamus Beatitudini Vestre ut Osenensis ecclesie preficiat; nam et vite integritate ad exemplum et litteris proderit ad doctrinam, fide quoque in nos sua diocesanos suos fideliores nobis efficiet, quod est ad regnorum pacem perquam necessarium. Et quoniam sine jactura animarum diu sine pontifice ecclesie esse non possunt, suplicamus ut promocionem non differat Beatitudo Vestra… L. Gonçales, secretarius.[1]

 

La prassi è sempre la stessa: patrocinare un prelato e suffragare la sua nomina con alcune notazioni di particolare rettitudine morale del candidato e di certezza della sua fedeltà (al Re, non principalmente al Papato, né tampoco alla Sardegna). Anche qui, come accadde per la richiesta di spostamento del vescovo castrense Jover, la richiesta del Re non verrà accolta da Sisto iv, il quale nominerà alla cattedra ottanense il canonico di Sassari Domenico de Milia (1483-ante 23 lug. 1501).

Leggiamo ancora tra la corrispondenza del Re Ferdinando:

  1. XI. 1482. Madrid – Fernando ordena al virrey de Cerdeña no admita otras bulas para el obispado de Ossana, vacante por muerte de fray Luis Camanyes, si no vienen a favor de fray Guillermo Oller, confesor del infante don Enrique.   Don Fernando, etcetera. Al spectable, magnifich, amat conseller e camarlench nostre, mossen Eximen Perez scriua de Romani, visrey nostre en lo regne de Serdenya, salut e dilectio. Per quant nos lo dia present e infrascrit, a suplicacio del illustre infant don Enrich, nostre molt car e molt amat cosingerma e loctinent general en lo principat de Cathalunya, rene de Mallorques e illas a aquell adjacents, hauem feta promesa del bisbat de Ossaua, que ara nouament ha vacat en aqueix regne, per mort de fra Luis Camanyes, ultimo posseydor de aquell, en persona del amat nostre fra Guillem Oller, een fauor de aquell hauem scrit a nostre Sant Pare li atorgue les bulles necessaries, e sia nostra ferma voluntat que lo dit fra Guillem Oller, e non alta persona alguna, haia e obtenga lo dit bisbat, vos diem e manam stretament, ab tenor de les presents, de nostra certa sciencia e consulta, a pena de mil florins d or, que, si bulles o prouisions algunes apostoliques vos seran presentades del dit bisbat, de aquelles no atorgueu exequtories, ni doneu loch que, en virtud de aquelles, se prenga la possessio del dit bisbat, fins en tant les bulles del dit fra Guillem sien vengudes; les quals vistes, de continent atorareu a aquell les exequtories necessaries, e li manareu liurar la possesio del dit bisbat, segons os, en virtud de les presnts, ara per llauors, li atorgam e li inuestim aquell, fahent li respondre e acudir dels fruyts, rendes e emoluments del dit bisbat; e entretant quel es dites bulles tardan en venír, per major seguretat del dit fra Guillem, possareu en sequestre les dites rendes, fruyts e emolumnts del dit bisbat, fins a tant lo dit fra Guillem haja obtessa la possessio de aquell. E no façau lo contrari, en manera alguna, si nostra gracia haueu cara, e la pena sobredita desijau euivar; car nos, per contemplacio del dit illustre Infante, e perque grans dies ha li tiniem promes lo primer bisbat que en aquex regne vacaria per lo dit frare, volem aquell e no altre lo haja… Ludouico Gonçales.[2]                                                             .

 Anche se in queste occasioni il diritto al patrocinio del Re non viene rispettato, e questo può portare a ritenere che in realtà la chiesa non vedesse di buon grado queste ingerenze, è pacifico che a tutto ciò faccia da imponente contraltare l’inconfutabile provenienza spagnola di almeno diciassette vescovi della nuova sede titolare dei territori delle soppresse Castro, Bisarcio e Ottana: Alghero.

Non è il compito che ci siamo proposti quello di analizzare ogni nomina, sia essa ecclesiastica o civile, nelle istituzioni amministrative del nord Sardegna, ma riteniamo che, per come si presenta la realtà e per le evidenze documentali, la concessione di diritti di investitura ecclesiastica fu un istituto di cui la Corona d’Aragona fece largo utilizzo, e le motivazioni sono già state esposte.

 

Alcune notizie sulla chiesa cattedrale di San Nicola di Ottana:

L’imponente chiesa di S. Nicola domina da un’altura l’abitato di Ottana e s’impianta su una chiesa preesistente, ad aula mononavata con abside a est, individuata nel corso dei restauri del 1973-76 e forse altomedioevale, intitolata al santo vescovo di Mira, e mantenuta poi nella dedicazione all’edificio attuale. L’edificio divenne cattedrale della diocesi di Ottana e fu ricostruito entro il 1160, quando venne consacrato dal vescovo Zaccaria, come tramanda l’epigrafe in una striscia di pergamena, che si conservava dentro un astuccio metallico rinvenuto all’interno dell’altare.

L’impianto romanico è a croce commissa, con abside orientata, bracci del transetto voltati a botte, aula mononavata con copertura lignea. La fabbrica si svolse in due tempi: al primo spettano la costruzione dell’abside, del transetto e del fianco settentrionale, al secondo la facciata e il fianco meridionale, dove la linea di sutura s’individua lungo i conci di ammorsatura del campanile a canna quadrata, che non superò la fase progettuale.

Il carattere unitario della fabbrica è provato dall’uniformità dei paramenti murari in cantoni trachitici di media pezzatura; le differenze sono dovute al cambiamento di forme e ritmi delle archeggiature, che nell’abside e nel fianco nord sono a doppia ghiera tagliata a filo, mentre nel fianco sud e nella facciata hanno ghiere modanate e raccordano coppie di lesene; nel frontone est e nelle testate orientali del transetto sono interpretate con piccoli archetti semicircolari dove si aprono rispettivamente una luce cruciforme e monofore centinate a doppio strombo; è quindi un susseguirsi quasi ipnotico di variazioni sul tema dell’archetto, che in questo straordinario monumento raggiunge molteplici declinazioni.

La facciata al primo ordine è tripartita con l’apertura, nello specchio mediano, del portale architravato con l’arco di scarico e ai lati arcatelle che delimitano gli specchi con losanghe a più incassi; il secondo ordine è ancora tripartito con la riproposizione delle losanghe e nello specchio centrale una bifora; infine, nel terzo ordine le arcatelle sono cinque e gli specchi ospitano bacini ceramici di colore verde con venature gialle.

Nel braccio nord del transetto si conserva l’importante dipinto trecentesco conosciuto come Pala di Ottana. Si tratta di un polittico a tempera su tavola, attribuito al Maestro delle tempere francescane. Rappresenta nel trittico inferiore i Santi Nicola e Francesco e storie della loro vita. Grazie ai personaggi identificati dall’iscrizione dipinta e rappresentati ai piedi della Madonna col Bambino nella tavola superiore il vescovo francescano Silvestro di Ottana e il donnicello (erede al trono giudicale) riconosciuto come il giovane Mariano iv d’Arborea si può datare tra il 1339 e il 1343[3].

 

[1] De la Torre A., a cura di, 1949, Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catolicos. 1, 1479-1483. 1479-1483 . Barcellona, vol. I, p. 282.

[2] Ibid., cit., vol. I, p. 282.

[3] Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Illisso, Nuoro, 2000.

Bisarcio: cronotassi e brevi cenni storici

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La diocesi di Bisarcio ha la sua prima attestazione col vescovo Nicodemo, citato dal Besta come risalente a prima del 1082.

Il primo vescovo di origine spagnola citato dalla cronotassi riportata nella Storia della Chiesa di Sardegna[1] è il catalano Francesco (1350-ante 3 giuno 1366), minore e guardiano di Castellón de Ampurias (dioc. Gerona), nominato da Clemente vi il 26 novembre. Amadu afferma che “se Giovanni [predecessore di Francesco] era stato il primo dei francescani [tra i vescovi di Bisarcio], il suo successore inizia la serie appunto degli spagnoli” [2] nominati vescovi in questa sede. È una constatazione di fatto: la nomina degli spagnoli alle cariche ecclesiastiche è un fenomeno che si riscontra a partire dal XIV secolo.

Da lungo tempo ormai i Doria cercavano di ottenere dai Re di Aragona e di Sardegna le regioni di Bisarcio, Nurcara, Anglona e altre terre a titolo feudale: non avendo ottenuto questo privilegio con le preghiere e le suppliche, tentarono di acquisire tali diritti sul campo di battaglia, venendo comunque pesantemente sconfitti ad Ardara dal Re Pietro. Arriveremo al 1350 con la cessione dei Doria della città di Alghero agli spagnoli, i quali in cambio concessero in feudo le terre testé nominate. Il Re però non mancò di ricordare le circostanze che poterono concorrere a tale decisione e che in definitiva la Sardegna apparteneva a lui. Sarà quindi un’estensione del potere spagnolo, sia con la supervisione dei funzionari aragonesi sull’amministrazione civile, sia con gli ecclesiastici, sempre spagnoli, sulle realtà diocesane.

In quello stesso anno, Re Pietro ottenne dal Papa la nomina di Francesco a vescovo di Bisarcio: la provenienza dalla diocesi di Gerona, dalla quale proveniva anche il vescovo di Galtellì Arnaldo de Billasis[3] testimonia l’importanza e la riconoscenza che i Re aragonesi dovevano avere per il clero di quella diocesi, che tanto aveva aiutato il Re Giacomo ii nella conquista della Sardegna.

In un salto temporale di 119 anni, nel 1485 viene eletto alla sede bisarcense il minorita Michele López de Lasorra. Non è certa la sua provenienza, ma tutto concorre a crederlo spagnolo; in tal caso si potrebbe avanzare anche il dubbio che non abbia mai preso possesso della sua diocesi, facendola governare da un Vicario. La nomina del suo successore avverrà soltanto dieci mesi dopo e quindi si può presupporre che il suo regno effettivo durò anche meno di questo periodo[4]. Il 29 marzo 1486 veniva nominato vescovo di Rubicon, nelle Isole Canarie. Importante avvenimento che ebbe luogo durante l’episcopato del López è la chiusura del Parlamento Sardo, con una conseguente politica di tassazione, di donazioni e tributi a carico di coloro che vi avevano partecipato. Anche questo creò non pochi malumori, trovandosi l’Arcivescovado Turritano a dover dividere con i suoi suffraganei 14.000 lire da pagare in dieci anni. Probabilmente questa cifra spropositata era dovuta alla comminazione di una pena per non aver risposto all’invito loro rivolto sulla determinazione dei fuochi, sui quali applicare la tassazione per la chiusura del Parlamento Sardo.

Lo stesso atteggiamento di contumacia, davvero molto diffuso tra i vescovi medievali, lo tenne anche il successore di López, il francescano Garcia Quixada, professore di Teologia[5]. Veniva probabilmente eletto nel marzo del 1486, ma non abbiamo nessun documento certo. Abbiamo però le prove che, a distanza di due anni dopo la sua elezione, non era ancora andato a Bisarcio: nel 1488 infatti veniva convocato il Capitolo Cattedrale nella Chiesa di Sant’Antioco dal Canonico Giorgio de Bertinelli Arciprete e Vicario Generale a nome del Rev.mo in Cristo Padre e Signore Garcia Quexada per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo di Bisarcio, durante il quale fu da tutti prestato giuramento sul Vangelo di osservare le Costituzioni sinodali della diocesi. Il suddetto Giorgio de Bertinelli venne anche nominato Vicario Generale e, da quel che risulta dagli Atti del Sinodo Diocesano, Quexada non aveva ancora giurato sulle Costituzioni sinodali.

Degli ultimi Vescovi, Galcerando e Giovanni risultano poche notizie, e comunque non concorrenti a supportare la presente tesi. Si sottolinea solo la provenienza, non la patria, del vescovo Galcerando, trasferito da Innocenzo viii il 1 maggio 1490 dalla diocesi di Leighlin, in Irlanda. E questo spostamento, una volta di più, dimostra che l’assenza dalla sede fosse per i vescovi di molte diocesi prassi abituale e comune.

[1] Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna, pp. 875-876.

[2] Amadu, La diocesi medievale di Bisarcio. p. 103. Carlo Delfino Editore, Sassari 2003

[3] Su questo nome c’è una certa discordanza tra le fonti: il sito internet http://www.gcatholic.org riporta per l’anno 1366 l’elezione di Arnaldo de Billasis; il testo di Turtas, cit., p. 832, nella cronotassi dei vescovi di Galtellì non menziona il vescovo de Billasis, e per gli anni 1348-ante 1365 riporta un Arnaldo, de Episcopali, carmelitano tedesco, per gli anni 1365-ante 1376 un Alberto, da Surmanem (sede sconosciuta).

[4] Amadu, cit., p. 136.

[5] cdr, ed. cit. vol. II, p. 222, doc. CCC Si potrebbe supporre che la qualifica di professor theologie implichi l’insegnamento effettivo; ma non è sempre così. Si tratta di un modo per indicare (specie nella documentazione papale e negli atti notarili) che il soggetto ha conseguito la laurea in teologia e può insegnare (professare) la materia, ma in potentia non actu. Per trovare l’Università (Studiorum) dove il Quixada si fosse laureato o avesse insegnato è estremamente difficile: ci sono elenchi e fonti specifiche, per Parigi, Bologna, Padova, Siena… ma, data la sua provenienza, potrebbe aver studiato a Salamanca o anche a Barcellona. La cosa importante è che si tratta di un francescano che ha percorso gli studi teologici e li ha completati ricevendo un titolo accademico (peraltro alcuni lo ottenevano per concessione papale o dai capitoli generali dell’ordine), dunque nella condizione di avere un grado accademico (in teologia o diritto), che sempre di più, dal sec. XV, diviene un requisito per la nomina episcopale. La condizione di doctor et magister gli permettevano di essere docente  nelle scuole universitarie del suo ordine, aggregate a qualche facoltà teologica ufficiale (allora erano davvero molte, anche nella penisola iberica: però in Sardegna fino all’epoca dei Savoia non ci sono Studi pubblici, anche se esisteva una serie di scuole teologiche presso i francescani e i domenicani) o semplicemente come maestro dei suoi confratelli in qualche convento importante.

Castro: diocesi medievale sarda.

Il potere attraverso le nomine episcopali – seconda parte

Bernardo Jover (1483-1490), di Tarragona, successore del canonico sassarese Cristoforo Mannu (1478-1483), veniva eletto il 14 febbraio 1483[11]. Bernardo è la figura responsabile del percorso di ricerca che si è voluto intraprendere in questo lavoro di tesi, perché la sua nomina venne particolarmente patrocinata dal Re Ferdinando II il Cattolico, che chiese al Papa la nomina di Jover a vescovo di Castro, e ciò dimostra, meglio di ogni speculazione e di ogni lettura delle fonti, la pesante ingerenza che la corona aragonese poté esercitare sulla Sardegna, attraverso e con il beneplacito della Santa Sede.

Il re Fernando si spendeva non poco per fornire alla sua causa il più ampio consenso possibile. Vedremo, nei documenti riportati qua di seguito, la lettera che il Cattolico invia a Sisto IV e quella scritta al vescovo di Barcellona, Gonzalo Fernandez de Heredia. In Appendice sono presentati anche i due documenti inerenti il medesimo sistema di sollecitazione del Re al Papa per la nomina del vescovo di Ottana, e altre questioni.

XI. 1482. Madrid – Fernando al Papa Sixto IV, suplicándole provea el obispado de Castro, en Cerdeña, vacante por muerte del último posesor, a Bernardo Jover, prior de Oristany, y su capellán, con retención de los beneficios que poseía.

Sepe alias Beatitudini Vestre supplicaui, ut in his regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dignitatesque conferret; neque enim aliter, absete rege, res publice servuarii possunt, que si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum Bernardus Jouer, prior Oristanni, meus sit capellanus, et felicis memorie serenissimi regis dominici ac parentis mei pientissimi [sic] alumpnus, totamque vitam in mea et ipsius domo seruitute ingenti consumpsit; quo quidem et etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Nam superioribus diebus Christoforus Mainius, eiusdem suplico ut, meo respectu quetis quoque illius insule intuytu, eam dignitatem illi conferat; et preter id, quoniam ea tenuis est et exilis neque alendo pontiffici sufficiens supplex, oro ut facultatem retinendorum beneficciorum suorum, que possidet, illi tribuat. Erit enim id michi gratissimum et summi muneris loco ascribet…[12].

Era prassi consuetudinaria quella di avere lettere di accreditamento o di patrocinio per la nomina a particolari uffici, ma ciò che risulta interessante è la sollecitudine con la quale Ferdinando perora la sua causa, affermando che la etate, grauitate ac erudicione vite quoque sanctimonia imprimis pollet, dignus michi visus est qui episcopatuy Castresni, in regno Sardinie, preficeretur. Un endorsement tutt’altro che disinteressato.

XI. 1482. Madrid – Fernando al obispo de Barcelona, Gonzalo Fernández de Heredia, recomendándole el asunto del obispado de Castro, de los documentos anteriores.

A nuestro muy Santo Padre y a nuestro compadre el cardenal vicecanciller scriuo sobrel obispado de Castro, en el mi reyno de Serdenya, suplicando a Su Santidad que le quiera conferir a mossen Bernal Jouer, prior de Oristany, mi capellan, y rogando al dicho cardenal que en este nogocio entreuenga. Persona es desto y de mayor cosa mercedora, assi por su edat y buenas costumbres, como pro los muchos seruicios que al rey a mi señor, que Dios haya, y a mi ha fecho. Yo vos ruego y mando trebageys en esto con todas vuestras fuerças, y sobretodo que se le de con retencion de sus beneficios, por quanto aquella dignidat es de muy poca renta, y no es conuenible ni iusta cosa tal dignidat no tener con que se sostenga. Y en esto me seruireys muy mucho. E porque mejor sepays el negocio y forma que screuimos a Su Santidat y al dicho cardenal, os embio dentro las presentes traslados de las dichas letras. quel es fago… L. Gonçales, secretarius.[13].

Come già detto, la richiesta del Cattolico venne soddisfatta, e non era la prima volta che ciò accadeva, o quantomeno che il re avesse insistito presso il Papa perché i vescovi della Sardegna fossero suoi sudditi fedeli ed a lui legati per particolari vincoli di gratitudine, anche con lo scopo di attirare sempre maggior consenso agli aragonesi presso il popolo di Sardegna, sebbene ciò non dovette verificarsi, non fosse altro che per la concorde richiesta degli stamenti[14] perché alle sedi vescovili sarde non fossero più promossi degli stranieri.

Di Bernardo abbiamo notizie anche precedenti all’episcopato castrense, ma quasi tutte sono di carattere economico patrimoniale. Alcune risalgono al 1470, quando è data notizia dell’appropriazione di alcune terre da parte dello Jover, le quali erano ritenute senza proprietario, che invece era l’arcivescovo di Pisa. Quando la faccenda venne posta al vaglio dell’arcivescovado pisano, si decise per assolvere lo Jover dal rifondere il legittimo proprietario dei frutti arretrati, goduti in passato, e che da quel momento avrebbe dovuto versare la somma di 4 fiorini d’oro fino ogni anno. Decisamente un gesto di clemenza tutt’altro che diffuso, specie in riferimento alla difesa dei poteri economici di istituzioni potenti e territorialmente molto estese come l’arcidiocesi di Pisa.

Siamo alle soglie del momento in cui Ferdinando ii prenderà il titolo di re di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 al 1516. Sicuramente, e ora lo vedremo, continuando ad analizzare la cronotassi castrense, Ferdinando aveva fatto in modo di prepararsi una buona accoglienza istituzionale in Sardegna.

Oltre ai benefici della mensa vescovile di Castro, Bernardo nel 1479 era stato nominato dal re Giovanni ii di Trastámara Priore di San Salvatore di Oristano, con dodici cappellani beneficiati e una dotazione annua complessiva di 85 lire barcellonesi, di cui 25 assegnate al Priore ed il resto agli altri cappellani e per i bisogni della chiesa. Il 2 gennaio 1480 Ferdinando succedette al padre e confermò quanto da egli stabilito.

Al beneficio di San Salvatore, a quello del canonicato nel capitolo cattedrale di Cagliari, agli onorari come consigliere e cappellano di corte in Spagna, si aggiungevano pure altri benefici non meglio identificati, di cui poteva godere il possesso in Spagna, e per i quali il re, nella domanda per la promozione di Bernardo a Castro, pregava il pontefice perché gli venissero conservati.[15]

Dopo due anni dalla sua nomina a Castro però, lo Jover veniva nuovamente proposto dal Re Ferdinando per la sede di Usellus (Ales), resasi vacante per la morte del vescovo Giovanni de la Bona. Nella supplica al Papa il Re dichiarava di rinunciare al suo diritto di presentazione del nuovo titolare di Castro, bontà sua, lasciando però che a proporne il nominativo fosse il viceré di Sardegna:

12. VIII. 1484 – Cordoba – Fernando suplica al Papa la concesion de obispados en Cerdena a Bernardo Jover el de Ales, Usellensis, vacante por muerte de Juan de la Bona, renunciando el de Castro, con pensiòn a favor de Garcia Gonzàles, hijo de su secretario Luis Gonzàles. Para el obispado de Castro la persona que designe el virrey de Cerdeña. Para el de Terralba, Massullensis, vacante por muerte de Juan Pellís, a Ramón Ibarri, vicario de Santa María Magdalena de Zaragoza, con pensión para García Gonzáles.

Memini vestre Beatitudini sepe alias suplicasse ut, his in regnis meis, que ab Hispania longe absunt, viris fidelibus et alumpnis meis episcopatus dinitatesque confferetur, neque eum aliter, absente rege, res publice seruari possunt, quam si illis viri regibus suis fidi preficiantur. Itaque cum venerabilis bernardu Jouer, episcopus Castrensis, meus sit capellanus, ac, felicis memorie, serenissimi regis domini et parentis mey pientissimi alumnus, totamque vitam in mea et ipsius seruitute consumpsit, quo quidem et etati gratuitate et erudicione vite quoque senctimonia in primis pollet dignus, michi visus est qui episcopatum Usselensis, vulgariter dicto de Ales, in prouincia Arborensis, regni mei Sardinie, preficeretur, ob eius episcopatus memorati Castrensis spontaneam recunciacionem, promocionem et traslacionem, nam superioribus diebus, Johannes de la Bona, eiusdem sedis Usselensis episcopus, mortem obiuit, cuius redditus ad summa ducatorum centum quinquaginta auri vel inde circa attingunt; cum annua tamen pensione ducatorum auri decem super eisdem, per vestram sanctitatem imponenda atque solui precipienda Garcie Goncales, filio dilecti consiliarii et secretarii nostri Ludouici Gonçalez, in adminiculum expensarum ac sustentationis studi ipsius, intuytu seruiciorum ab eius patre michi indesinenter impensorum. De ipso autem episcopatu Castrensi, ob renunciacionem, promocionem et traslacionem predictam, similibus quos dici respectibus, prouideretur dignum michi visum est in personam Sanctitati vestre nominandam per Guillermum de Peralta, viceregem in dicto meo Sardinie regno. Preterea in persona eciam Raymundi Euarii, perpetui vicarii ecclesie parrochialis beate Marie Magdalenes, ciuitatis Cesaguste, de episcopatu Massullensi, alias Terralbensi, obitu Johannis Pellis, nunc vacante; cum annua pensione ducatorum auri viginti super redditibus dicti vicariatus ut prefertur, inponenda, ace idem Garcie Goncales prima racione exsoluenda. Eamobrem Beatitudini vestre humiliter suplico ut meo respectu, quietis quoque illius insule intuitu, eisdem dignitatis cuilibet predictorum ut dictum est, cum pensionibus pretactis, conferre dignetur. Non obstante quaqunque forte contraria eleccione et pronunciacione. El preter id, quoniam ille tenus sunt et exilles, neque alendis pintifficibus sufficientes, supplex oro ut facultatem retinendorum benefficiorum, que possident, sicuti ipse Castrensi episcopus iam habet, unicuique eorum tribuat… L. Gonçales, secretarius[16].

Probabilmente, con questa mossa, il re tendeva a venire incontro, formalmente, alle sollecitazioni degli stamenti, che avevano richiesto che i vescovi fossero nominati tra i sardi; anche se poi, in pratica, sarebbe stato lui stesso a nominarlo, attraverso le sue istruzioni al viceré.

Ma se fu effettivamente questa la data in cui la lettera venne scritta, il 12 agosto del 1484, non si spiega come il Re potesse ignorare che già il 21 luglio Sisto IV avesse preposto «alla chiesa di Usellus, vacante per la morte del vescovo Giovanni, il maestro di teologia e di arti, Pietro Garcia, continuo commensale del cardinale Roderico, vescovo portuense e vicecancelliere della Santa Sede»[17]: al Re infatti spettava il diritto di patronato e di presentazione su tutti i vescovadi. Questa volta però, la richiesta non doveva avere esito felice: infatti, proprio il giorno in cui veniva spedita la lettera moriva il Pontefice Sisto iv, ed a lui succedeva Innocenzo viii che nonostante la petizione regale lasciava Jover a Castro fino alla morte.

A Bernardo succedette Giovanni Crespo (1490-1493) degli eremitani di S. Agostino; al suo trasferimento ad Ales il papa, forse accogliendo l’ennesima supplica del re aragonese, nominò un altro spagnolo, Melchiorre de Tremps (1493-1496), che non lascia memoria nel vescovado, e amministra per soli tre anni.

Giovanni Garcia (1496-1501) era un monaco benedettino del monastero di San Michele di Fluviano della diocesi di Girona, in Catalogna: anche di lui, come del precedente, sappiamo poco o nulla, oltre al nome. Il Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, nel doc. n. CCCXLVIII reca la notizia della visita ad limina del vescovo di Castro, compiuta per procura da Giovanni Gomez, prete della diocesi spagnola di Segorbe[18].

La sequenza dei vescovi medievali di Castro si esaurirà con la nomina del vescovo Antonio de Toro, maestro di teologia. Amadu[19] suggerisce che il prelato potesse essere anch’egli di origine spagnola, traendo questa ipotesi dal cognome, che potrebbe essere l’adattamento del sardo De Thori o Dettori, ma anche la provenienza dal paese di Toro, cittadina spagnola, sede anche di un convento francescano.

Una pergamena rinvenuta nell’altare durante i restauri della chiesa campestre di Santo Stefano, a Oschiri, riporta la data di consacrazione della chiesa, celebrata da Antonio de Toro, il 25 aprile 1504[20], e ora conservata nell’archivio parrocchiale di Oschiri.

Il testo recita:

«An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.»

Il momento in cui il vescovo Antonio prendeva possesso della diocesi era particolarmente delicato per la fase avanzata del processo di riordinazione delle provincie ecclesiastiche. Il 12 aprile 1502, infatti, pochi mesi dopo la nomina di Antonio de Toro a Castro, veniva completato il vasto quadro delle disposizioni per la riforma delle diocesi sarde. Sicuramente lo choc di questo riassetto territoriale dovette creare non poche difficoltà al vescovo: infatti l’episcopato castrense fu de facto svuotato delle sue prerogative, le quali vennero trasferite prima ad Ottana e poi ad Alghero, ma l’incarico di de Toro non decadde in concomitanza di questa riorganizzazione. La sede rimase praticamente retta dal De Toro fino alla sua morte, avvenuta probabilmente attorno alla fine del primo decennio del xvi secolo: questa sovrapposizione di due vescovi nel medesimo territorio creò sicuramente delle difficoltà amministrative, ma, non conoscendo i limiti delle attribuzioni dei vescovi ancora in sede nelle diocesi soppresse dopo la data dell’8 dicembre 1503, si può comunque ritenere, in base a varie notizie, che venisse loro tolto ogni emolumento o retribuzione ad essi spettanti prima della soppressione. È noto che ai vescovi delle sedi soppresse venissero affidati incarichi particolari con l’assegnazione di “commende” di benefici vacanti, e il fatto che essi conservassero ufficialmente il titolo episcopale ci fa credere che il passaggio della gestione amministrativa ad Alghero sia di Castro che di Bisarcio e Ottana, avvenisse progressivamente, coincidendo appunto con la morte dei prelati. Una prova che ci dimostra la continuità dell’attività da vescovo di Antonio de Toro è la sua presenza, nel 1507, a Roma, dove concelebra la Messa solenne nella Chiesa di Santa Croce, alla presenza del Sacro Collegio dei Cardinali[21].

Clicca per la prima parte.

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NOTE

[11] Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, vol. II, p. 214, doc. nn. CCLXXXIII, XXLXXXIV.
[12] Documentos sobre relaciones internacionales de los Reyes Catòlicos, a cura di A. de la Torre, Barcellona 1949, vol. I, pp. 280-281
[13] Ibid., vol. I, p. 281.
[14] Gli stamenti erano ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni: quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria, le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti. Nel Regno di Sardegna gli stamenti rappresentavano i tre bracci, organi del Parlamento locale. Il gesuita Francesco Gemelli, autore del “Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura”, nel 1776 così definì il termine stamento: “in lingua castigliana dicesi estamento, e in catalano estament, estat o bras (braccio) significa non solo la giunta o le corti del Regno ma eziandio ciascuno de’ tre corpi componenti la giunta (il Parlamento): ciò il militare comprendente i feudatari, il regio abbracciante i deputati della città e de’ luoghi di regia giurisdizione, e l’ecclesiastico composto dagli arcivescovi, vescovi, …”. Infatti, i bracci del Parlamento generale del Regno di Sardegna, che si ispiravano al modello delle Corts catalane, erano tre: l’ecclesiastico che comprendeva le dignità e gli enti ecclesiastici o i loro procuratori; il militare, di cui facevano parte non solo i militari, ma tutti i nobili e i cavalieri; il reale, che comprendeva i rappresentanti delle sette città regie (Cagliari, Sassari, Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa, Castello Aragonese). Il Parlamento sardo svolgeva le seguenti funzioni: concessione del donativo, ripartizione dei tributi, partecipazione all’esercizio del potere normativo attraverso la sottomissione di proposte legislative all’approvazione del re, le verifiche relative alla rituale formalità della convocazione ed ai poteri degli intervenuti. Era fondato su una concezione contrattualistica dei rapporti tra sudditi e sovrano: i “capitoli di corte” erano vere e proprie leggi pazionate, giacché il “do” dell’istituzione che approvava il donativo al re era sottoposto alla condizione di un “des” rappresentato dall’approvazione sovrana delle proposte che gli stamenti inoltravano alla Corona. I lavori parlamentari si svolgevano nei giorni e nelle sedi stabilite dal re e nella lettera di convocazione era indicato un sommario ordine del giorno. Il primo giorno dell’apertura e quello della chiusura erano detti giorni di “soglio” perché gli stamenti si riunivano in forma solenne nella sede convenuta (nel duomo se a Cagliari), presente il re o viceré che sedeva sul trono o soglio. Nei giorni seguenti gli stamenti si riunivano separatamente (l’ecclesiastico presso l’arcivescovado o nella sacrestia del duomo; il militare nella chiesetta della Speranza in Castello; ed il reale in una delle sale del municipio) e trattavano fra loro o col viceré per mezzo di ambasciate di uno o più dei propri membri. Al termine dei lavori i “bracci” singolarmente o congiuntamente presentavano le proprie richieste al sovrano e versavano all’erario regio il donativo, un particolare sussidio in denaro. Prima della solenne chiusura erano previste le concessioni di gratifiche e privilegi. Approvate dal re, le richieste assumevano il valore di capitoli di corte. Il primo parlamento del Regno di Sardegna fu aperto a Castel di Cagliari da Pietro iv il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Seguirono altre riunioni fino all’ultima del 1698 – 1699 dal momento che sotto il governo sabaudo nei secc. XVII – XIX gli stamenti non furono più convocati. L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma” la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal sec. XIV. La definizione oggi è mutata: per l’Italia sono la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, per l’Inghilterra sono la House of Lord e la House of Commons, per la Francia sono l’Assemblée Nationale e il Sénat, e così via.
[15] CDR, vol. II, p. 215, doc. n. CCLXXXIV: «Dilecto filio Bernardo Electo Castrensi salutem etc. Il pontefice Sisto IV dà facoltà a Bernardo, eletto di Castro, di tenere benefici ecclesiastici in Spagna, perché possa sostenere con decenza la sua dignità episcopale».
[16] Documentos sobre relaciones…, cit., vol. II, pp. 76-77.
[17] CDR., vol. II, pp. 218, doc. n. CCXC.
[18] Ibid., vol. II, p. 245, doc. n. CCCXLVIII: Universis etc. Raphael etc. Universitati etc. quod cum R. P. D. Johannes episcopus Castrensis, Romana Curia citra montes existente, limina Beatorum Petri et Pauli apostolorum de Urbe singulis bienniis presenti et currenti per R. D. Johannem Gomez presbyterum Segobricensem honore etc. visitavit. Datum Rome anno 1500, die vero XXI.
[19] Amadu, La diocesi medievale di Castro, p.145, n. 1, Ed. Il torchietto, Ozieri, 1984
[20] Cfr. p. 96, nota 128.
[21] Eubel Konrad, Hierarchia Catholica Medii Aevi, II, p. 136.

Castro: diocesi medievale sarda.

Il potere attraverso le nomine episcopali – prima parte

Una fonte importante per la comprensione della dinamica del potere, che in questo contesto va sotto il termine di “iberizzazione”[1] all’interno delle istituzioni come quella che stiamo analizzando, è senz’altro quanto riportano le cronotassi dei vescovi, così come le cronologie dei giudici, in questo caso della diocesi di Castro e del giudicato di Torres. Per la completezza del quadro storico verranno analizzate brevemente, in articoli successivi, anche le cronotassi degli episcopati di Ottana e Bisarcio, diocesi limitrofe alla nostra, le quali subiranno il medesimo trattamento di dissoluzione, nella politica di riorganizzazione delle circoscrizioni ecclesiastiche della Sardegna decretate da papa Giulio II nel 1503.

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La chiesa cattedrale di Castro, sede della diocesi medievale

In un contesto che consideri l’evolversi in tal senso della realtà politica della società sarda, la prima premessa da fare è che la storia della dominazione spagnola in Sardegna risale alla prima metà del XIV secolo quando, con la conquista dei territori pisani appartenuti ai Giudicati di Cagliari e di Gallura, insieme a quelli dell’ex-Repubblica di Sassari, nel 1324 si realizzò concretamente il primo nucleo del Regno di Sardegna e Corsica a dominazione catalano-aragonese, voluta da Bonifacio VII nel 1297, e che si protrasse fino al 14 gennaio 1479, dieci anni dopo il matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia. I centocinquanta anni che caratterizzarono tale periodo rappresentarono per l’Isola un brusco regresso, a causa della guerre fra catalano-aragonesi, repubbliche marinare e arborensi, e per le violente epidemie che caratterizzarono questo periodo. Questo pose fine al processo di rinnovamento economico e culturale che Pisa, Genova, i Giudicati e la Chiesa stessa con i suoi ordini monastici, avevano portato avanti per tre secoli[2]. In questo speciale contesto la ricerca tenderà a rintracciare le caratteristiche del processo che abbiamo chiamato “iberizzazione”, laddove si crearono le condizioni tali per cui la Corona estese, con il benestare del Papato, il suo potere all’interno dei centri dell’amministrazione, sia ecclesiastica che civile.

La seconda premessa necessaria è quella di approfondire quanto già accennato circa i rapporti che il Papato, specialmente nella persona dello spagnolo Alessandro VI, aveva con Ferdinando II di Aragona, detto il Cattolico[3].

La forza che la corona aragonese acquisì, anche nella diocesi di Castro, con le nomine episcopali degli ultimi decenni del Quattrocento, risulta lampante, come dicevamo, dalla cronotassi dei vescovi.

Analizzando questa importante fonte storica, sebbene la vicenda spagnola abbia inizio in Sardegna dal 1297, terremo conto del periodo tra la fine del quarto decennio del Quattrocento circa, e il 1503 con l’ultimo vescovo, Antonio de Toro, minore e maestro di teologia, ritroviamo ben quattro vescovi di origine spagnola, concentrati nel periodo tra il 1477 e il 1501; essi saranno:

  • 1447-ante 11 lug. 1455 Giovanni Gasto, minore;
  • 1455 Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet;
  • 1464-ante 14 ott. 1478 Lorenzo de Moncada, minore, maestro di teologia;
  • 1483-1490 Bernardo Jover, di Tarragona;
  • 1493-1496 Melchiorre de Tremps (Lleida);
  • 1496-1501 Giovanni, benedettino di Gerona.
  • 1501-1509 Antonio, di Toro, minore, maestro di teologia[4].

Le cronache riportano notizie molto scarse riguardo queste figure appena citate, le quali si alterneranno con vescovi “italiani” negli anni 1458-1464 con Leonardo, abate di S. Michele di Salvennor, nel 1478-1483 con Cristoforo Mannu[5], canonico di Sassari e nel 1490-1493 con Giovanni Crespo, degli eremitani di S. Agostino.

Codice diplomatico delle relazioni...

Notizie riguardanti i vescovi di origine iberica possiamo trovarli senz’altro nel Codice Diplomatico delle Relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, come nel documento CXI, del 24 agosto 1447, quando Papa Nicolò V, in una lettera a Giacomo Perez de Lugar, chierico della diocesi di Saragozza, dà notizia di aver appreso della vacanza della sede dopo la morte del vescovo Francesco, camaldolese e già priore di Bonarcado, e nominerà il suo successore nella persona del frate minore Giovanni Gasto[6]. Dal documento CXI, inoltre, ricaviamo informazioni circa la disposizione del pontefice di assegnare a un “cubiculario” del papa, tale Antonio Cerdam canonico di Maiorca e maestro di teologia a Roma, la commenda dei frutti del monastero di S. Zeno di Bonarcado[7]. Per tale motivo risultavano non più sufficienti i redditi della diocesi per il sostentamento della mensa del vescovo Giovanni, il quale, mancandogli il beneficio extradiocesano, tentò di supplirvi con una serie di provvedimenti nei confronti dei benefici diocesani. Dal documento CXLII leggiamo che Nicolò V si informava presso i vescovi di Sassari e Sorres circa la notizia che Giovanni avesse effettivamente ceduto parte delle decime della parrocchia di Santa Sabina di Pattada (per altro questa è la citazione più antica di questa parrocchia), in cambio di tutti i frutti, redditi e proventi della chiesa parrocchiale di S. Michele della villa di Bono, al canonico di Castro Giovanni Vargiu, rettore di quel villaggio. Erano movimenti economici di non poco conto, già in uso nei secoli precedenti e riscontrabili in tutte le diocesi della Sardegna.

Dopo il vescovo Giovanni abbiamo il suo immediato successore, il catalano Tommaso Gilibert, cistercense di Poblet, dove si trova uno dei più importanti complessi monastici di Spagna, il Monastero di Santa Maria. Il francescano e storico tedesco Konrad Eubel, nel libro Hierarchia Catholica Medii Aevi[8], lo chiama Giliberto de Populeto. Il casato suggerisce una sua probabile origine nobiliare[9].

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Monastero di Santa Maria di Poblet

Lorenzo de Moncada (1464-ante 14 ottobre 1478), preceduto da Leonardo abate di S. Michele di Salvennero (1458-1464), veniva nominato da papa Paolo il II con bolla del 5 novembre 1464. Lorenzo era professo dell’ordine dei Frati Minori di San Francesco e maestro di teologia, e quella dei Muncada era tra le più illustri famiglie di Spagna, di Sardegna e di Sicilia. Veniva annoverato anche in questa nobile famiglia Guglielmo Raimondo, feudatario di Bosa e Marmilla, al quale il Re Alfonso V di Aragona, nel 1445, elargiva alcune concessioni a proposito del Castello del Goceano, a pochi chilometri da Castro. Dal documento n. CCXXI del CDR apprendiamo il suo stato di figlio illegittimo, situazione emendata dallo stesso Paolo II, il quale lo eleverà alla dignità episcopale, dispensandolo dall’impedimento dell’anomalia dei natali[10]. Le notizie successive sono riferibili alla normale vita amministrativa di un vescovo medievale, con designazioni a ruolo di giudice in controversie economiche, consacrante nelle chiese della diocesi, e nelle visite ad limina che compiva alla Santa Sede. A questo riguardo, la periodicità della visita era determinata per ogni triennio, ma sappiamo che erano molti i vescovi che inviavano dei sostituti, principalmente per evitare il viaggio oneroso, sia economicamente che dal punto di vista della sicurezza, e così accadde anche per il vescovo castrense Lorenzo, il quale nel 1475 ricevette procura dall’arcivescovo di Oristano Giovani Dessì, per compiere la visita ad limina per i quattro trienni successivi.

CONTINUA…

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NOTE

[1] Il termine “Iberizzazione” lo riferiamo alla realtà delle cronotassi dei vescovi principalmente di Castro e, di riflesso e per completezza d’insieme, anche a quelli di Bisarcio e Ottana, sebbene in forma limitata alla compilazione di una lista brevemente commentata. La politica di espansione aragonese in Sardegna inizia nel 1297, ma prima della nomina a vescovo di Castro di Giovanni Gasto, nel 1447, non ci saranno situazioni di palese ingerenza nel governo locale della Chiesa da parte aragonese.
[2] Putzolu, Evandro, La società in Sardegna nei secoli. Il periodo aragonese. Ed. Rai, Torino, 1967. pp. 139-140.
[3] Per risalire a un altro pontefice spagnolo bisogna arrivare al 1455, quando era stato eletto papa Callisto III, valenciano di Xàtiva, al quale succederanno poi personalità provenienti da regioni tutt’altro che ininfluenti per la vita delle istituzioni sarde.
[4] Turtas, Raimondo, Storia della Chiesa in Sardegna, p. 878. Ed. Città Nuova, 1999 Roma.
[5] Codice Diplomatico delle Relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna (CDR), vol. II, pp. 208, doc. n. CCLXXV.
[6] Ibid., vol. II, pp. 84-85, doc. n. CVIII: Roma 3 luglio 1447. Dilecto filio Johanni Gusco alias Leutsol Electo Castrensi salutem etc. Il pontefice Nicolò v prepone al governo della chiesa di Castro, vacante per la morte dell’ultimo vescovo Francesco, il minorita Giovanni Gusco, detto anche Leutsol.
[7] Ibid., vol. II, pp. 86-87, doc. n. CXI: […] prioratum Sancti Ceni de Bonarcato Camaldulensis Arborensis diocesis obtinebat ecclesie Castrensi tunc pastore carenti providisset ei quod etiam post provisionem huiusmodi et postquam ipse pacificam possessionem vel quasi regiminis et administrationis dicte ecclesie assecutus foret sibique munus consecrationis impedi obtinuisset prioratum predictum cuius vacatio quo ad hoc suspensa remaneret una cum prefacta Castrensi ecclesia retinere valeret duxit indulgendum prout in ipsius inde confectis literis plenum continetur.
[8] Eubel Konrad, Hierarchia Catholica Medii Aevi, voll. 2, Munster 1898-1900.
[9] Riportiamo, con la dovuta prudenza, il dato citato dall’Amadu in “La diocesi medievale di Castro”, ed. cit., p. 120, che collega il vescovo Tommaso a un certo cavaliere P. Gilabert, venuto in Sardegna al seguito del re Giacomo ii di Aragona, e anche un Jofre Gilibert che, nel 1330, reclamava dal Comune di Sassari la somma di 20.000 soldi barcellonesi, per danni subiti in occasione della ribellione dei sassaresi nel luglio 1325. Tutti elementi che conducono sempre la ricerca delle origini delle figure che hanno condotto e caratterizzato la vita dell’istituzione castrense in Spagna. Il collegamento stabilito tra il prelato e i due uomini pare sostenuto solo dalla somiglianza del Gilibert/Gilabert, ma pare un po’ poco per stabilire alcuna connessione.
[10] CDR, vol. II, p. 179, doc. n. CCXXI

La chiesa di Santo Stefano e l’altare rupestre

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La chiesa si inserisce in contesto campestre a circa 2 km dal paese, in un ambiente tipico per flora e fauna mediterranea, ma assolutamente particolare per l’isolamento acustico che, fatto salvo una stradina interpoderale che costeggia il podere entro il quale si colloca l’area archeologica in questione, circonda surrealisticamente il tutto. Superato il cancello che chiude la via d’accesso al sito si raggiunge la chiesetta che si trova dirimpetto a ciò che viene comunemente chiamato “Altare”, per la sua conformazione, con tutte le sue figure geometriche ed i simboli pre-cristiani.

La chiesa riporta sulle facciate due volti umani stilizzati di trachite e un’iscrizione datata 1492, mentre la pergamena scoperta durante i lavori di restauro riporta la data di consacrazione, officiata dal vescovo di Castro De Toro, al 1504. All’interno la chiesa si presenta in forme estremamente semplici, con un ambiente originariamente mononavato, al quale venne poi affiancata una navatella sul lato sinistro, che è separata da quella principale tramite tre ampi archi. Di particolare interesse sono i capitelli in stile aragonese all’interno della chiesa, riposizionati in epoca recente e probabilmente provenienti da altro luogo. La statua del santo, lignea e di fattura comune, è stata anch’essa restaurata in tempi recenti, ed è ora protetta all’interno di una teca di legno e vetro.

Il sito di Santo Stefano è, sin dai tempi più remoti, un centro di intensa spiritualità, e per questo è semplice ritrovarvi reperti certamente riconducibili ai culti precristiani. Anche all’interno della chiesa, infatti, è possibile trovare un piccolo betilo, riadattato ad acquasantiera. Nelle immediate vicinanze alla collinetta dove sorge la chiesa sono riconoscibili, all’occhio dell’attento osservatore, i resti di un tempio nuragico e nel circondario sono presenti 5-6 sepolture ipogee, impropriamente dette domus de janas, (case delle fate), che di fiabesco avevano ben poco, ma che nella cultura popolare si narra ospitassero spiriti maligni, le janas appunto.

Nel lato meridionale della chiesa si apre l’ingresso secondario, reso però importante, quasi più del principale, dalla presenza di un architrave di trachite che reca un’incisione ancora oggetto di studi e di interpretazione. Le varie teorie spaziano dalla scrittura bizantina a un logudorese tardomedievale: in tutti i casi però, pare assolvere a valore testimoniale per la committenza. Una data tuttavia pare metta d’accordo tutti gli studiosi (pochi) che se ne sono interessati: il 1492, presente nell’iscrizione nella forma M°CCCCLXXXXII. In una conferenza del giugno 2008, svoltasi a Oschiri, l’epigrafista Gigi Sanna parlò di una tale donnai Masala[1], sua interpretazione della scritta epigrafica e che viene affermato sia colei che concesse la terra perché venisse edificata la chiesa: l’interpretazione di Sanna che vuole assegnare la parola donnai alle altre due molto simili di mammai e di babbai – quest’ultima utilizzata ancora oggi per definire uomini di grande prestigio, specialmente i sacerdoti – probabilmente non tiene conto di un’altra similitudine: quella con la parola donnikella o donnikellu, estrapolata dai documenti medievali come i condaghes e che era riferibile principalmente alla progenie dei giudici o comunque a figure potenti della nobiltà sarda. Un’altra precisazione che intendiamo fare riguarda un secondo nome che secondo il Sanna comparirebbe nell’epigrafe: quello di Alesio Allodu. A mio avviso ciò che si ritiene come cognome del tal Alesio, altro non è che la qualifica della persona. Mi riferisco infatti alla proprietà allodiale, ovvero quando essa era piena e definitiva, differenziandosi dal feudo o beneficio, con i quali si indicavano invece i beni ricevuti in concessione da un signore dietro prestazione di un giuramento di fedeltà (il cosiddetto omaggio feudale o vassallatico). Ciò non inficerebbe la teoria del Sanna, ma contribuirebbe a una maggiore definizione epigrafica, che in realtà non c’è.

A mio avviso però, l’interpretazione che ha maggior riscontro, anche documentale e dei nomi che comparirebbero nell’architrave, è quella di Gian Gabriele Cau, il quale afferma che la scrittura reciti quanto segue:

+ YhS[sus]

M°CCCCLXXXXII A[nno] D[omi]NI MA[st]R[u] B[ustian]U M[urr]AI

CUM E[piscopus] F[rater] A[gostinianu]S C[res]PO IOAN[nes] F[raig]U MA FATU

 

secondo l’autore da tradursi: “+ Nel nome di Gesù, nell’anno del Signore 1492, il maestro [da intendersi come capomastro muratore,Ndr] Sebastiano M(urr)ai, allorché (era) vescovo il frate agostiniano Crespo Giovanni, mi ha edificato [alla lettera: fabbrica mi ha fatto, Ndr]”[2].

epigrafe santo stefano

Il riscontro lo abbiamo dal nome di Giovanni Crespo, il quale fu vescovo di Castro dal 1490 al 1493, anche se poi la chiesa, come risulta nella pergamena chirografa, scritta con una spigolosa grafia tardogotica corsiveggiante, e ritrovata nell’altare durante gli ultimi restauri, riporta la data di consacrazione nel 1504, quando vescovo era De Toro[3].

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An(n)o M(illesimo)D(ucentesimo)IIII.XXV. aprilis. Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir<um> [così in A] Naboris / et Felicis et Laurenti in eo inclusi. Singulis (Christ)i fidelibus hodie un(um) annu(m). et in die / an(n)iv(er)sario (con)secra(ti)onis XL dies de v(er)a indungencia concedens in forma ecclesiae.

Finché non verrà effettuato unoaltare santo stefano oschiri scavo archeologico, che dovrà indagare anche la zona sottostante la chiesetta oltre che tutto il circondario, il maggior interesse nel sito è dato dal cosiddetto Altare rupestre, per la posizione frontale con la quale si presenta, decorato con una serie di incavi disposti su due registri: quello inferiore, che ne riporta dodici triangolari e quadrati; e quello superiore, con nove triangolari, quadrati e uno rotondo. Osservando frontalmente l’altare, sulla destra si può vedere una serie di coppelle disposte in cerchio in numero di dodici circolari racchiudenti una coppella centrale più grande e sormontate da una tredicesima coppella posta esattamente in corrispondenza del nord. Ancora più a destra una nicchia orizzontale perfettamente rettangolare è coronata da una serie di nove coppelle del diametro di circa 5-10 cm ciascuna. A sinistra dell’Altare si trova un’altra roccia che riporta ancora due nicchie triangolari e un bancone che, si pensa, sia stato utilizzato o per la deposizione di offerte votive o per espletare il rito dell’incubazione. A destra delle nicchie appena descritte, dietro l’Altare si trova una teoria di tre coppelle quadrate, disposte a scaletta da sinistra a destra per chi guarda. Tutto intorno il sito è disseminato di incisioni su roccia riportanti figure geometriche tra le quali losanghe, cerchi, quadrati, il più dei quali “cristianizzati” dalla giustapposizione della croce. In altri casi la croce invece è da datarsi allo stesso periodo dell’Altare. Riguardo a quest’ultimo dato, la datazione, le teorie più disparate vogliono destinare la realizzazione del sito in un arco di tempo che va dal periodo Neolitico, a quello bizantino o comunque successivo alla venuta di Cristo. La realtà di una necropoli ipogeica, presente come già detto in numero di 5, forse 6 tombe ipogeiche, denominate domus de janas, fornisce l’indizio di una frequentazione senz’altro inquadrabile cronologicamente nel Neolitico recente (cultura di Ozieri 3500-2700 a.C.) e nell’età del Rame (III millennio a.C.)[4]. La particolarità del area e l’attuale assenza di un lavoro di scavo e di indagine archeologica su un sito così particolare, definito unicum nel Mediterraneo, hanno fatto sì che le teorie interpretative più fantasiose venissero messe in circolazione; l’unico dato positivo che si riscontra è l’attuale interesse che questo monumento sta riscuotendo, anche nell’amministrazione comunale di Oschiri, oltre che in una tipologia di turismo colto[5].

[1] http://gianfrancopintore.blogspot.com/2008/06/astrade-macch-solo-donna-masala.html

[2] Cau Gian Gabriele, Scritture dal passato – L’epigrafe documentale dell’edificazione della chiesa di S. Stefano di Oschiri (1492), pp. 382-386, in Almanacco Gallurese, 2011.

[3] Un errore nel quale spesso si incorre riguardo le notizie su questa chiesa, è la data di consacrazione: l’Amadu infatti riporta in appendice al libro La diocesi medievale di Castro, la trascrizione della pergamena, datandola erroneamente al 1503. Da una semplice lettura dell’originale è però chiarissimo che la data è 1504. La differenza di un anno, in questo contesto, è importantissimo perché dimostra che De Toro, seppur la diocesi fosse formalmente soppressa nel 1503 dalla bolla Aequum Reputamus, ancora esercitava le sue funzioni episcopali. Inoltre non è secondaria la questione dello stile di datazione, ovvero la differenza tra il cosiddetto “stile ab incarnatione”, osservato a Pisa, e il cosiddetto “stile moderno”, detto anche “stile dell’Incarnazione al modo fiorentino”, impiegato in molte città dell’Italia medievale, come a Firenze e a Piacenza. Il primo si basava sul meccanismo di far iniziare l’anno il giorno 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine Maria, quindi dell’Incarnazione di Cristo), anticipandone di nove mesi e sette giorni l’inizio rispetto allo “stile moderno” o “stile della Circoncisione”, ancor oggi in uso, che indica il giorno 1 gennaio come primo dell’anno. Lo stile impiegato a Firenze, invece, indicava anch’esso il 25 marzo come primo giorno dell’anno, ma ne posticipava l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto all’uso moderno. Le date espresse secondo lo stile ab incarnatione e quelle secondo lo stile fiorentino, in entrambi i casi indicate nelle fonti dell’epoca con la formula “anno ab Incarnatione Domini”, differivano dunque di un anno esatto. Nel nostro caso però, la lettura della data nella pergamena di Santo Stefano non sarebbe ascrivibile al caso del diverso stile di datazione, quanto più a un errore di lettura.

[4] Sotgia Giovanni Daniel. Il sito archeologico di Santo Stefano, in comune di Oschiri, pp. 426-427 in “Arte e comunicazione nelle società pre-letterate”. Ed. Jaca Book, Milano, 2011.

[5] Mi sia consentito in questa sede ricordare l’impegno profuso in questa meritoria opera di valorizzazione dall’Ispettore Onorario per la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Sassari e Nuoro, nonché presidente dell’associazione culturale Su Furrighesu Giorgio Pala, il quale fa anche da guida in questi meravigliosi siti ed è, senza ombra di dubbio, una delle persone al quale mi sono rivolto con maggiore fiducia per reperire alcune notizie sul territorio.

4 marzo 1855. Oschiri: l’ingegnere Camoni ucciso a fucilate. Il paese posto sotto stato d’assedio.

= L’omicidio Camoni, Oschiri, 4 marzo 1855 =

Il 9 aprile 1855 Vittorio Emanuele II di Savoia inflisse a Oschiri lo stato d’assedio – mantenuto fino al 19 luglio dello stesso anno -, affidando il governo del Comune al comandante dei carabinieri della vicina città di Ozieri. Ciò che aveva spinto il re a prendere una così drastica decisione era stato l’omicidio dell’ingegnere Giovanni Camoni, occorso nelle strade del paese il 4 marzo dello stesso anno per mano probabilmente di un solo sicario.
La vittima si trovava a Oschiri in qualità di supervisore dei lavori stradali avviati tra quel centro e Berchidda, nell’ambito del più vasto progetto di viabilità nato al fine di collegare la cittadina di Ozieri con l’odierna Olbia. Per aprire il cantiere, ritenuto di fondamentale importanza, si era proceduto a vari espropri, circostanza che aveva suscitato il malcontento di molti pastori delle aree interessate. L’ingegnere, inoltre, si era fatto dei nemici per alcune sue posizioni in merito alla valutazione economica dei lotti. Più in generale, le autorità e le istituzioni nazionali accusavano i sardi di essere ostili al progresso e alla realizzazione delle grandi opere pubbliche. Il crimine, secondo gli inquirenti, era quindi maturato per simili ragioni. In paese voci concordanti affermano però che l’ingegnere si era reso insensibile alla richiesta di un allevatore, il quale aveva manifestato la necessità di avere una proroga dell’esproprio sul proprio terreno, per poter raccogliere il seminato, con cui avrebbe potuto sfamare il suo bestiame. Questa ingiustizia avrebbe quindi indotto l’uomo a commettere l’omicidio.
In seguito all’editto delle chiudende, emanato da Vittorio Emanuele I di Savoia il 6 ottobre 1820, ma pubblicato soltanto il 14 aprile 1823, e che sovvertiva la tradizione locale dell’uso collettivo dei campi e stabiliva la liceità della proprietà privata, è tuttavia da tener presente che «Oschiri era stato in Sardegna il primo paese che aveva chiuso i suoi terreni, abolita la pastorizia vagante, e fatto qualche cosa in opere stradali» (tutte le citazioni a seguire provengono da “Le leggi eccezionali e le Due Sicilie”, in «Il Dovere», anno I, n. 20, 22 agosto 1863), da cui risulta l’assenza di fondamento dell’accusa, quindi del tutto strumentale (per quanto riguarda i fatti conseguenti alle Chiudende, un’altra figura fondamentale da ricordare e rivalutare è quella dell’Arcivescovo di Oristano, originario di Oschiri, Giovanni Maria Bua).

Il primo a scagliarsi contro gli “inurbani” abitanti dell’isola era stato il ministro dell’Interno, Urbano Rattazzi, che «calunniava gli Oschiresi ed i Sardi, come avversi alle strade, e come selvaggi ai quali era necessario imporre la civiltà colla forza». Era stato lui a sollecitare il rigido provvedimento del re contro il Comune, anche perché – a detta sua – gli operai, dopo l’omicidio, avevano sospeso i lavori per paura di cadere a loro volta vittime di qualche agguato. Del resto, la dura posizione del politico, largamente condivisa dai colleghi, era emblematica della considerazione riservata, al tempo, alla popolazione locale: «nel Parlamento subalpino in ogni sessione, sino alla nausea, si parlava della mancanza di pubblica sicurezza in Sardegna, si narravano fatti da rabbrividire, s’imploravano provvedimenti».

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Vittorio Emanuele II

L’episodio smascherò quindi il razzismo della maggioranza dei debutati, quei «beati fratelli continentali», che «ridevano, o sbadigliavano, od interrompevano [gli interventi, ndr] con riso ironico con gli oh oh! Od uscivano dalla Camera brontolando sarcasmi. Né fu desiderato fra gli aventi maggior fama di amore italiano e democratico, l’uomo che osasse dire cinicamente: “Vendiamo questa maledetta Sardegna, e paghiamo i debiti”».
Di tanto rumore, infine, passò alla storia solo la militarizzazione della zona: provvedimento inutile, dal momento che i lavori stradali proseguirono senza ulteriori sintomi di ribellione. A quel punto, però, fu chiara la natura privata del delitto Camoni, ma l’assassino dell’ingegnere non venne mai catturato. Qualcuno sostenne inoltre che l’omicida scappò nel Continente e si arruolò con i garibaldini, e tempo dopo inviò alla sua famiglia una foto dove scrisse di stare bene.

Nel resoconto stenografico dei lavori alla Camera dei Deputati del 18 febbraio 1856 – quando ormai lo stato d’assedio era revocato da circa sette mesi – è riportato per intero lo scontro avvenuto fra il Governo, rappresentato dal ministro dell’Interno Urbano Rattazzi e il deputato Giorgio Asproni, tra le massime figure della storia moderna sarda, grande autonomista e incrollabile repubblicano, e alcuni suoi compagni di partito.

Dalla fonte si ricava la notizia che il Governo aveva inviato un “drappello di bersaglieri” e aveva predisposto l’aumento del numero di Carabinieri Reali della locale stazione. Questo, ovviamente, causò dei costi per il mantenimento della truppa, e il governo pensò be

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Urbano Rattazzi

ne di accollare tale spesa alla municipalità oschirese.

Così si esprimeva il ministro Rattazzi: «[…] Prego la Camera di avvertire che le spese alle quali si trattava di soddisfare, ed a cui diede luogo lo stato d’assedio, si dovettero fare unicamente pel maggior nerbo di forza che fu mestieri mandare nel comune di Oschiri, cioè per l’aumento dei carabinieri e per la spedizione di un drappello di bersaglieri. A tenore dei regolamenti, i carabinieri, quando debbono traslocarsi dal punto della loro stazione di servizio ad un altro, hanno diritto ad avere un soprassoldo e ad essere alloggiati nel luogo ove sono spediti; e così pure i militari, quando sono costretti a postarsi straordinariamente in una data località, hanno diritto a un soprassoldo. L’ammontare delle spese necessarie, sia per procurare l’alloggio ai carabinieri ed ai bersaglieri che furono inviati ad Oschiri, sia pel soprassoldo, deve in definitiva cadere sopra gli autori del reato, in conseguenza del quale lo stato d’assedio ebbe luogo. Ma intanto, siccome non sono ancora noti precisamente gli autori di questo fatto e non esiste condanna, e dovendosi necessariamente far fronte a queste spese, il Governo ha creduto che il comune di Oschiri fosse in debito di provvedervi provvisoriamente, non parendo che potesse ragionevolmente dubitarsi che l’obbligazione del pagamento provvisorio anticipato avesse da ricadere sul comune. […] Ma vi era una ragione di più, perché si dovesse questa spesa provvisoriamente mettere a carico del comune di Oschiri, ed è che la spedizione delle truppe era stata fatta nell’interesse stesso di Oschiri: imperocché era impossibile che gli agenti stradali, gli impiegati del Genio civile e gli impresari potessero essere tranquilli, e rimanersi colà, salvoché fossero stati assistiti da una forza maggiore».

Il Presidente Bon-Compagni passa la parola al deputato Asproni, il quale

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Giorgio Asproni

argomenta in maniera serrata e vigorosa le ragioni proprie e quindi degli Oschiresi:

«[…] io mi ricordo che l’impresario stesso della strada aveva protestato solennemente contro l’ordine di sospensione dei lavori dato dal signor ministro dei lavori pubblici dopo la morte inflitta in Oschiri al copianto ingegnere Camoni, e che lo stesso impresario aveva dichiarato che domanderebbe una indennità per la sospensione dei lavori, dacché egli, l’impresario, diceva di non avere difficoltà a continuarli, e di non avere mai avuto motivo di dolersi degli oschiresi».

E continuava:

«[…] Dopo l’ingiuria e la vergogna si vorrebbe ancora condannare il comune di Oschiri al danno, cioè al pagamento delle spese fatte per lo stato d’assedio. Ma io domando alla Camera, domando alla coscienza di tutti, se è giusto che un paese, perché nel suo territorio si è commesso un crimine, sia condannato alle spese di una misura eccezionale, improvvida, avventata, presa a suo riguardo. […] Questo ci ricorda i tempi del più feroce dispotismo, nei quali, quando si consumava un crimine, il comune, sul cui territorio erasi commesso, era condannato a tutte le spese, a meno che non sapesse indicare l’autore del reato.

[…] Spettava al Governo [nel caso di Oschiri, ndr] anticipare le spese, e se non aveva fondi nel suo bilancio, doveva venire al Parlamento a chiedere un credito supplementare. Ma Oschiri non doveva per niun conto sottostare a siffatte spese; Oschiri non doveva essere messo alla berlina con un virulento decreto reale; Oschiri non doveva essere sottoposto allo stato d’assedio, tanto più che non si sapeva se l’autore del misfatto era un oschirese. E, dato e non concesso, dovevano tutti i buoni scontare la colpa di un solo?»

La discussione proseguì ancora, con gli interventi di vari deputati, tra i quali Ambrogio De La Chenal, ma alla fine si raggiunse l’intesa e il comune di Oschiri fu sollevato dall’onere del pagamento delle spese di mantenimento dei militari, somma posta in carico al Governo.

«PRESIDENTE: Metto ai voti la risoluzione proposta dal deputato Valerio, la quale è così concepita: “La Camera, rimandando la petizione al Ministero, coll’invito che le spese dello stato d’assedio di Oschiri siano rimborsate a quel comune, passa all’ordine del giorno”. (La Camera approva)».

Bontà loro…

La Cattedrale dall’architettura romanica a quella gotica, il retroterra teologico. La lectio di Benedetto XVI sull’arte medievale.

Il 18 novembre 2009, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, Papa Benedetto XVI, nella catechesi del mercoledì, si profuse in una meravigliosa lectio sull’arte medievale, nell’accezione di una delle sue espressioni più grandiose e che più intrecciava e compenetrava il senso e la profondità filosofica del dettato artistico, strumento attraverso il quale l’uomo esprimeva la sua tendenza al Divino: le Cattedrali. Romanico e Gotico fusi in un unica tensione.

Riporto il testo della catechesi del Papa emerito.

Cari fratelli e sorelle!

Nelle catechesi delle scorse settimane ho presentato alcuni aspetti della teologia medievale. Ma la fede cristiana, profondamente radicata negli uomini e nelle donne di quei secoli, non diede origine soltanto a capolavori della letteratura teologica, del pensiero e della fede. Essa ispirò anche una delle creazioni artistiche più elevate della civiltà universale: le cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano. Infatti, per circa tre secoli, a partire dal principio del secolo XI si assistette in Europa a un fervore artistico straordinario. Un antico cronista descrive così l’entusiasmo e la laboriosità di quel tempo: “Accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si incominciasse a ricostruire le chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero bisogno di tale restaurazione. Era come una gara tra un popolo e l’altro; si sarebbe creduto che il mondo, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, volesse rivestirsi dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma, quasi tutte le chiese cattedrali, un gran numero di chiese monastiche, e perfino oratori di villaggio, furono allora restaurati dai fedeli” (Rodolfo il Glabro, Historiarum 3,4).

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Vari fattori contribuirono a questa rinascita dell’architettura religiosa. Anzitutto, condizioni storiche più favorevoli, come una maggiore sicurezza politica, accompagnata da un costante aumento della popolazione e dal progressivo sviluppo delle città, degli scambi e della ricchezza. Inoltre, gli architetti individuavano soluzioni tecniche sempre più elaborate per aumentare le dimensioni degli edifici, assicurandone allo stesso tempo la saldezza e la maestosità. Fu però principalmente grazie all’ardore e allo zelo spirituale del monachesimo in piena espansione che vennero innalzate chiese abbaziali, dove la liturgia poteva essere celebrata con dignità e solennità, e i fedeli potevano sostare in preghiera, attratti dalla venerazione delle reliquie dei santi, mèta di incessanti pellegrinaggi. Nacquero così le chiese e le cattedrali romaniche, caratterizzate dallo sviluppo longitudinale, in lunghezza, delle navate per accogliere numerosi fedeli; chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee semplici ed essenziali. Una novità è rappresentata dall’introduzione delle sculture. Essendo le chiese romaniche il luogo della preghiera monastica e del culto dei fedeli, gli scultori, più che preoccuparsi della perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa. Poiché bi-sognava suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cri-sto come giudice universale, circondato dai personaggi dell’Apocalisse. Sono in genere i por-tali delle chiese romaniche a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la Porta che conduce al Cielo. I fedeli, oltrepassando la soglia dell’edificio sacro, entrano in un tempo e in uno spazio differenti da quelli della vita ordinaria. Oltre il portale della chiesa, i credenti in Cristo, sovrano, giusto e misericordioso, nell’intenzione degli artisti potevano gustare un anticipo della beatitudine eterna nella celebrazione della liturgia e negli atti di pietà svolti all’interno dell’edificio sacro.

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Nel secoli XII e XIII, a partire dal nord della Francia, si diffuse un altro tipo di architettura nella costruzione degli edifici sacri, quella gotica, con due caratteristiche nuove rispetto al romanico, e cioè lo slancio verticale e la luminosità. Le cattedrali gotiche mostravano una
sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore. Grazie all’introduzione delle volte a sesto acuto, che poggiavano su robusti pilastri, fu possibile innalzarne notevolmente l’altezza. Lo slancio verso l’alto voleva invitare alla preghiera ed era esso stesso una preghiera. La cattedrale gotica intendeva tradurre così, nelle sue linee architettoniche, l’anelito delle anime verso Dio. Inoltre, con le nuove soluzioni tecniche adottate, i muri perimetrali pote-vano essere traforati e abbelliti da vetrate policrome. In altre parole, le finestre diventavano grandi immagini luminose, molto adatte ad istruire il popolo nella fede. In esse – scena per scena – venivano narrati la vita di un santo, una parabola, o altri eventi biblici. Dalle vetrate dipinte una cascata di luce si riversava sui fedeli per narrare loro la storia della salvezza e coinvolgerli in questa storia.
Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e ci-vile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede. La scultura gotica ha fatto delle cattedrali una “Bibbia di pietra”, rappresentando gli episodi del Vangelo e illustrando i contenuti dell’anno liturgico, dalla Natività alla Glorificazione del Signore. In quei secoli, inoltre, si diffondeva sempre di più la percezione dell’umanità del Signore, e i patimenti della sua Passione venivano rappresentati in modo realistico: il Cristo sofferente (Christus patiens) divenne un’immagine amata da tutti, ed atta a ispirare pietà e pentimento per i peccati. Né mancavano i personaggi dell’Antico Testamento, la cui storia divenne in tal modo familiare ai fedeli che frequenta-vano le cattedrali come parte dell’unica, comune storia di salvezza. Con i suoi volti pieni di bellezza, di dolcezza, di intelligenza, la scultura gotica del secolo XIII rivela una pietà felice e serena, che si compiace di effondere una devozione sentita e filiale verso la Madre di Dio, vista a volte come una giovane donna, sorridente e materna, e principalmente rappresentata come la sovrana del cielo e della terra, potente e misericordiosa. I fedeli che affollavano le cattedrali gotiche amavano trovarvi anche espressioni artistiche che ricordassero i santi, modelli di vita cristiana e intercessori presso Dio. E non mancarono le manifestazioni “lai-che” dell’esistenza; ecco allora apparire, qua e là, rappresentazioni del lavoro dei campi, delle scienze e delle arti. Tutto era orientato e offerto a Dio nel luogo in cui si celebrava la liturgia. Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”.

Cari fratelli e sorelle, mi piace ora sottolineare due elementi dell’arte romanica e gotica utili anche per noi. Il primo: i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati. Un artista, che ha testi-moniato sempre l’incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, ha scritto che “i pittori per se-coli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che era la Bibbia”. Quando la fede, in modo particolare celebrata nella liturgia, incontra l’arte, si crea una sintonia profonda, perché entrambe possono e vogliono parlare di Dio, rendendo visibile l’Invisibile. Vorrei condividere questo nell’incontro con gli artisti del 21 novembre, rinnovando ad essi quella proposta di amicizia tra la spiritualità cristiana e l’arte, auspicata dai miei venerati Predeces-sori, in particolare dai Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il secondo elemento: la forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis, la via della bellezza, è un percorso privilegiato e affascinante per avvicinarsi al Mistero di Dio. Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponde-ranno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2: PL 38, 1134).

Cari fratelli e sorelle, ci aiuti il Signore a riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio.

 

Papa Benedetto XVI-177

Sa Creazione – argomentu poeticu cantadu in occasione de sa festa de Santa Lughia in Oschiri, s’annu 1912.

Questo articolo è dovuto a un libretto, intitolato “Sa Creazione”, ed è il frutto di un fortunoso ritrovamento di un manoscritto, che ci consegna la testimonianza di una serata di cultura poetica che si svolse a Oschiri, nel 1912, in occasione della festa patronale di Santa Lucia e San Demetrio. Il comitato organizzativo invitò per la serata quattro poeti, Antonio Cubeddu, Gavino Contini, Giuseppe Pirastru e Sebastiano Moretti e affidò loro un tema con il quale, con l’arte della poesia estemporanea, avrebbero dovuto intrattenere la popolazione presente. Il tema fu appunto quello della Creazione. A sorte vennero indicati i ruoli ricoperti dai poeti, e lo potremo leggere più avanti. L’intenzione, caricando questa poesia in rete, è quella di consegnare questa pietra miliare della poesia estemporanea sarda alla più ampia diffusione, per far uscire dall’oblio questo raro esempio di Arte poetica colta, che non era appannaggio esclusivo di altre terre, ma che anche la Sardegna sapeva produrre.

Nel libercoletto, edito dalla Torchietto di Ozieri, Tullio Masala fa una breve introduzione, dando notizia dei poeti che cantarono questa meravigliosa improvisada. Purtroppo, come spesso fa chi scrive una qualunque cosa e da per scontato che chi legge, in ogni tempo, sappia di cosa si sta parlando, Masala omette di dare notizie biografiche su tre dei quattro poeti che presero parte alla serata, perché dice che

chi segue la serie delle pubblicazioni di questa collana, i nomi di tre poeti sono quelli di vecchie conoscenze: gli ozieresi Antonio Cubeddu e Giuseppe Pirastru con Gavino Contini di Siligo sono stati oggetto di precedente trattazione e quindi ritengo superfluo dilungarmi in note biografiche, che saranno piuttosto concise.

Per cui lasceremo, anche in questa sede, l’onere della ricerca a chi fosse interessato di scoprire tali notizie biografiche su Cubeddu, Pirastru e Contini.

Però Masala riporta le notizie sul quarto, appunto:

Vi è un nome nuovo per la nostra raccolta: Sebastiano Moretti. Su questo poeta ritengo doveroso soffermarmi un tantino di più riportando notizie biografiche che sono riuscito a raccoglie-re; e qui mi viene in aiuto prezioso l’amico Paolo Pillonca che di lui, nella “Nuova Sardegna” del 3/1/74 così scrisse: “Sebastiano Moretti (Tresnuraghes 1868-1932) fu abilissimo improvvisatore e ragionatore molto sensato. Sapeva adattarsi con estrema facilità tanto alle parti austere quanto a quelle brillanti. Le sue doti mimiche e la straordinaria vena comica supplivano alla deficienza della voce che aveva debole.
È anch’egli fra i sette più famosi improvvisatori degli anni venti ce un’ottava adespota ci ha elencato nelle caratteristiche:

Segundu su criteriu e sa giuria
Creu in Cubeddu unu fulgidu astru,
In Testoni potente poesia,
S’eleganzia, su geniu in Pirastru,
S’eloquenzia in Antoni Andria,
In Contini s’artista e veru mastru;
Farina pro satira geniale,
Moretti pro profundos ideales.*

Ma ora lasciamo spazio alla poesia. Ribadisco: estemporanea, cantata dal palco di Santa Lucia, a Oschiri, 102 anni fa.

Sipario.


Argumentu poeticu cantadu in rima sarda dialettale 

dai sos menzus poetas estemporaneos de sa Sardigna

 Antonio Cubeddu de Ozieri

Gavinu Contene de Siligo

Giuseppe Pirastru de Ozieri

Sebastiano Moretti de Tresnuraghes

in occasione de sa festa de Santa Lughia in Oschiri, s’annu 1912

 

TEMA: SA CREAZIONE

Su Criadore – Adamu – Eva – Su Serpente

 Fattu su sorteggiu toccada a:

Cubeddu a fagher sa parte de su Criadore

Contini rappresentada Adamu

Pirastru rappresentada Eva

Moretti rappresentada Su Serpente


 

CUBEDDU

Pr’ordine de s’illustre Comitadu

Connoscher fatto a sa pobulascione

Chi pro tema nos hant raccumandadu

De presentare sa Creazione.

De Deus tottugantu s’operadu,

Adamu, Eva sa tentascione

E a mie toccad’est s’alt’onore

Fagher sa parte de su Criadore.

 

Criadore (Cubeddu)

“Poi de haer sa terra criadu

Informe caos, nuda, iscurigada

E de abbas profundas carralzada

In custa prima ora happo pensadu

Chi bisonzat sa lughe; a sa nada:

“Siat fatta sa lughe” e presentada

S’est, bettende brillante risprendore

Distruende s’immensu iscurigore.

 

Sa lughe est bella e piaghet a mie

Giustu s’iscopu meu soberanu.

S’iscurigore ispait e gasie

A vista giara s’idede a lontanu

Cun sa lughe de sero e de manzanu

Si forma custa bella prima die

Gasi, sa lughe die enit giamada

S’iscuru notte, a die terminada.

 

Fatta sa lughe a cumprimentu

Pro volontade mia e pro merittu

In sa sigunda die happ’eo tentu

Su piaghere e podere infinitu

De narrer: “Siat fattu su firmamentu”.

Subitu de colore biaittu

Si format su celeste immensu mantu

Cantu est abb’e terra mannu tantu.

 

 

Sa terza die de si rettirare

S’immensa unda de s’abba cumando

A unu logu, e si formet su mare,

Ei sa terra chi si asciuttet tando.

Appenas asciuttada raccumando

Rios, trainos, funtanas criare

Erbas, fruttos de tottu sos sabores

Piantas fioridas e fiores.

 

Cun bidea Divina non comuna

Che Re Onnipotente portentosu

In sa quarta die tottu in una

Pensende su ch’ancora est bisonzosu

Chelzo chi sas istellas sol’e luna

Rendat su firmamentu luminosu;

E bessint sol’e luna e lampizzende

Sas istellas che fogu iscintiddende.

 

Custa quinta die isto pensende

Chi bisonzat sas abbas popbulare

Nascana pisches intro de su mare

E crescant in sas abbas istrichende;

Sas puzzones in s’aria bolende

Passent e falent in terra abitare

Mottu tenzant de amorosa gherra

In s’aria pintas e in terra.

 

E in sa sesta die istabilire

Cherzo cun sa Divina podestate

Chi su terrinu pottat produire

Animales de ogni calidade;

Ei sa terra pronta in ubbidire

S’ordine de sa mia volontade

Animales de onzi razza naschere

Faghet in issa, pro viver’e paschere.

 

Ma pro poder sa terra guvernare

Cun tanta signoria dominante

Un’omine bisonzat de criare

A sa figura mia simizante.

Unu punzi de terra de impastare

Occurret e lu formo in cust’istante

E cun s’alenu meu naturale

Poi l’ispiro un’anima immortale.

 

Cun tegus happo criadu ogni cosa

Puzones, feras, pisches e armentos;

Istellas, sole, luna, abba e bentos

Pro chi rendat sa terra fruttuosa.

Mancat una cumpagna affettuosa

De dar’a tie pro viver cuntentos

In s’amenu giardinu ambos umpare

E poder’un’a s’ateru aggiuare.

 

Dareli sa cumpagna appo dezisu

E pro cussu motivu Adamu muro;

Unu sonnu profundu in iss’inspiro

Pro chi si drommat a tempus prezisu

Pro fagher sa cumpagna de improvvisu

Da iss’e tottu una costa nde tiro.

Accolla fatta e Adamu s’ischidede

E gai la connoschet e la idede.

 

Abberit s’oju Adamu e l’hat mirada

De belles’infinida favorida

E fissendel’appenas chi l’hat bida

Cuntentu l’hat a lumene giamada;

Eva li narat e cumpresu hada

Ch’est sa cumpagna sua de sa vida

Ca est’ossu e sa costa sua netta

E petta pura de sa sua petta.

 

Cun bois cumprid’happo veramente

Tottaganta sa mia creazione

Amadebos cun vera affezione

Un’a s’ateru sempre ubbidiente

Però chi non bos fue dai sa mente

Sa mia Santa Sacra avvertiscione.

Restad’in Santa paghe e mi dispedo

Sa mia benedizione bos cunzedo”.

 

Adamu (Contini)

“Eva, s’est su padronu dispedidu

Dai custu giardinu amenu tantu

E nos hat su guvernu cunsentidu

De tottu custu logu de incantu

Nos hat cudda pianta proibidu

Distinta in su giardinu tottugantu

Tocchende cussa pianta nodida

Nois perdimus paradisu e vida”.

 

 

Eva (Pirastru)

“Nar’ite siat s’atera pianta

Alta che issa e a issa vicinu

Ch’ispuntende es in su chelu tanta

Parent padronas de custu giardinu?”

 

Adamu

“Su Criadore Supremu e Divinu,

L’hat consentidu sa Virtude Santa,

De dar’a nois saludu assoluttu

Si manigamus de su sou fruttu.

 

Custos atteros fruttos ista attentu

Ch’in tottu su giardinu sunt naschidos

Su Criadore los hada eleggidos

A servire pro nois de alimentu;

Nos han’a dare sanu nutrimentu

E sunu bellos cantu saboridos

Unu nos dat sa vida, unu sa morte.

 

Eva

Sa pianta chi dat vida e ardore

Como connosco e t’happo a ubbidire;

Sighimus a girare pro ischire

Cantu bene ch’hat postu su Criadore

In custu logu de paghe e amore

E de felicidades a godire.

Paret ch’idat tottue s’oju meu

Fruttos de nutrimentu e de recreu.

 

Adamu

Lumenare ogni cosa istad’in me

Est de su Criadore determinu

Custas ervas ch’adornant su giardinu

Sunu tottu fiores, Eva cré,

Cust’est viola s’ateru pansé

Margheritina, lizu e colovrinu

Utiles tottu si non nezzessarios

Pro sos colores e proffumos varios.

 

Custas pius altinas e odorosas

Chi a distanzia sunu collocadas

Suni piantas de diversa rosas

Biancas, rujas, grogas velluttadas;

Custas puru sunt dalias famosas

Cales pius’o mancu proffumadas;

Tott’a segundu sa razza han’a dare

Su semene, e las torro a piantare.

 

Eva

Bellas sas piantinas fiorentes

Dai su Criadore piantadas;

Custas mannas chi parene imponentes

De linnas e de fozzas variadas

Ch’hant in sos rattos sos fruttos pendentes

De sos cales sunt bene garrigadas

Adamu, naram’ite fruttos sunu

Faghemilos gustare a unu a unu.

 

Adamu

Sos ojos bellos osservende gira

Chi las signalo a poddighe dogn’una:

Cust’est mendula, nughe, mela, pira,

Pessighe, barracocco, figu, pruna,

Su rattu abbascio tue nde la tira

Sa nespula ciprò groga e non bruna,

Assazzala e cumprendes su merittu

Chi tenet in su suzzu iscuisitto.

 

Eva

Ite sunt custas de sa parte manca

Chi parent ch’appant fruttos de avanzu?

 

Adamu

Cudda minuda rujita e bianca

Est cariasa de gustu licanzu,

Custu ch’hat a mudare dogni banca

Maduru e grogu si narat aranzu;

Est fioridu pro istintu sou

E hat fruttu maduru e fruttu nou.

 

Eva

Tott’est incantadu pro sa vista mia

Fruttos in altu e in terra fiores,

Maravigliosa custa cumpagnia

D olatiles mannos e minores

Chi si movene in motu de allegria

E si falant frusciende in sos albores

Arrejonende in dialettu insoro

Cun acuttos chi toccana su coro.

 

Adamu

Est bella sa familia olante

Cal’in sas pumas e cale in su cantu

Bi nd’hat minores de mantu brillante

Ma su frusciu non l’hant amenu tantu;

Su paone pro pumas triunfante

Paret chi estat su reale mantu

Pro bellesa, mancari cantet male

Ad’isse sa corona imperiale.

 

Musica maestosa e naturale

Formana su manzanu in sa prim’ora

Sa merula s’amena e adorada

Cun sa famos Calandra reale

Ma s’armonia pius geniale

S’intendet cant’ispuntat s’aurora

In su melodiosu rosignolu

Chi saludat sa die solu solu.

 

In s’Eden bellesas che nd’hat tantas

Chi a sa nostra coppia creschent briu

Cudda funtana formada unu riu

Pro abbare animales e piantas

Sighida a mirare tottugantas

Attenzione dae; pro como adiu

Chi ando a bier’abba e passa inoghe

E si no m’ides bettami oghe.

 

Serpente (Moretti)

Adamu s’allontanada, Eva avansada

Benzende custa band’a passu lentu.

A mie toccat de istare attentu

S’oju meu fuire no la lassada

Accolla ch’aculzu a mie passada

Rispettosu la giamu in su mamentu:

“Eva perdona e intende un’istante

Una cosa pro te interessante.

 

Pro bene ostru custu sanu avvisu

Ti do e no lu ponzas in olvidu;

Già chi padronos bos hat eleggidu

De s’amenu terrestre paradisu

Nara proite Deu hat dezisu

E bos hat vinculadu e prinbidu

De no esser padronos assoluttos

De manigare de tottu sos fruttos?”

 

Eva

“Eo rispondo appenas happ’intesu

S’ispiritosa dimanda imponente:

De ogni fruttu vicinu e attesu

Podimus manigare veramente

Ma dai custa pianta de mesu

Pro ordine de Deu Onnipotente

Non solu manigare nde devimus

Però si nde toccamus nois morimus”.

 

Serpente

“Est falzu, no est beru chi morides

Anzis vida bos chreschede e campades;

Bois sos ojos subitu abberides

E tando cant’e Deus cumprendides

E comente a isse cumandades

Ca bos dat connoschenzia uguale

Su fruttu de su bene e de su male”.

 

Eva

Mi paret tanti giusta s’avvertenzia

Chi poto cant’e Deus e cumprendo

Ch’unu disordine in s’anima intendo

In su mamentu e li dò udienzia.

Bellu mi paret su fruttu in essenzia

Ei sa manu a lu leare tendo

E nd’istrazzo su fruttu a mala oza

Cun su brazu tremendemi che foza.

 

Serpente

“Non tremare s’a mie has ubbididu

Eva, ca no ti nd’hasa a impudare

Chi has una gloria consighidu

Chi su tempus non podet consumare

Ma pro ischire cantu est saboridu

Adamu giama e gustadelu umpare”.

 

Eva

Lu giamat risoluta e ostinada

L’assazat prima e Adamu nde dada

 

 

 

Adamu

(No ch’aht ancora sa frutta ingullida

Ch’abberint s’oju ma frittos che nie).

Adamu narat: “Eva mira a mie

Ispizzadu, sa este m’est fuida”.

 

Eva

(Eva rispondet) “Ella no m’has bida

Ammie puru nuda che a tie?”

(E current cumprendende su castigu

A si estire de fozas de figu

Cuados pro irgonza e pro timore

Semus de piantas in su sinu).

 

“Adamu nar’iteste cussu rumore

De unu passu chi paret vicinu?”

 

Adamu

“Cussu est su passu de su Criadore

Benzend’a nos chircar’in su giardinu”

 

Criadore

“Ite faghes Adamu, inue sese?

Com’ischis cant’e deo, ides e crese”.

 

Adamu

M’agatto senza forza e senz’agiudu

Ispaventadu, tristu e affannosu;

In sas piantas so cuadu e nudu

Proite sò birgonzosu

Ca mi sò abizzadu chi sò nudu;

Sò a mi presentare dubbiosu

E bidendemi gai happo dezisu

De m’istare cuadu in paradisu.

 

Criadore

“Adamu com’has già prinzipiadu

A cumprender s’errore cummittidu

Chie t’hat fatt’intender’e avvertidu

Chi fisti nudu cuss’est peccadu

Ch’hasa fattu pro haer mandigadu

Su fruttu chi t’haia proibidu.

Com’ischis cantu dannu has fatt’a tie

E cantu perdid’has perdende ammie”.

 

Adamu

“Sa culpa de chi est podes ischire

De haer committidu su peccadu.

Sa cumpagna chi Tue m’hasa dadu

M’had’obbligadu a ti disubbidire;

Su frutt’issa nd’hat devidu boddire

L’assazzat prima e ammie nd’hat dadu.

Lusinghendemi facile m’acciappo

Pariat bonu e mandigadu l’happo”.

 

Criadore

“Eva mi nara: pro cale rejne

A fagher custu ti se’azzardada?”

 

Eva

“De su serpente sa tentazione

M’had’assora confusa e coglionada

Fra cantos animales in terr’hada

E bestias de ogni nazione”.

 

Criadore

“Tue Satana in forma de serpente

Tes’essere malaitu eternamente,

A matt’a terra has’andare istriscende

Cantu su tempus ti restat de campare

E pro tou sustentamentu has’a istare

Totta sa vida terra manighende.

Un’odiu profundu dominende

Tra sa femin’e tue had’a regnare

Non solu, ma sa femina una die

Sa testa deved’ischizzare a tie.

 

Tue femina puru has’a suffrire

De sos affannos s’amaru sabore.

Tottu sos fruttos de su tou amore

Chi tes’intro su sinu cuncepire

T’hant a dare disturbu e parturire

Los tes’e dar’a lughe cun dolore;

E tes’esser suggetta e cumandada

Dai s’isposu tou e dominada.

 

Tue Adamu poite has’iscultadu

Sa ogh’e sa cumpagna e non sa mia

E has ponzende mente manigadu

Su fruttu proibidu chi ti haia,

Su castigu cunforma su peccadu

Ch’has cummissu cumbenit chi ti dia

E pro cussu cuminzo a malaighere

Su terrinu chi subra t’had’a gighere.

 

In cussa terra, malaitta briga

Tes’haer de fastizu e pensamentu;

Has’a chircare in issa su sustentu

Cun pena, cun mattana e cun fadiga

E t’hat a dare ingrata che inimiga

De sos trabaglios pagu rendimentu

Produendedi dannos e ruinas

Tribulias, miserias e ispinas.

 

Su pane de sa vida temporale

Chi cun fadiga lu manighes creo

E gasie connosches cant’e deo

Su fruttu de su bene e de su male,

Ca de custa delizia immortale

Da oe su cumandu ti nde leo

E cun Eva pro viver cumprendides

Chi prima tribulades, poi morides.

 

Su paradisu terrestre lassade

No hazis pius diritu a lu godire.

De pedde custas tungas leade

Cun’issas imparade a bos bestire;

Su pane cun sudore trabagliade

Fin’a cando sa vida tet finire,

In terra cunvertidos una die

De sa cale fattesi Adamu a tie.

 

Da oe happ’a lassare una guida

Chi su giardinu fattat rispettare

Pro ch’Adamu non benzat a toccare

Custa pianta de s’eterna vida.

Un’ispada de fogu sempr’ardida

Brillante nott’e die had’a girare

Post’in manos de unu Cherubinu

Proibende s’intrada a su giardinu.

In risposta al post “Perché non c’è il cimitero a Porto Cervo? Se non c’è la morte non c’è neanche l’acabadora!” di Roberto Carta

Ho letto il post del caro amico Roberto Carta, dal titolo significativamente evocativo “Perché non c’è il cimitero a Porto Cervo?“, e mi è venuto subito in mente Michelangelo Pira, nostro illustre compaesano, del quale ci sono rimaste molte opere importanti. Ma a mio avviso, è specialmente nel libro “Sos Sinnos” che Mialinu ‘e Crapinu è riuscito ad aprire la sua anima profonda di bittese, oschirese d’adozione, e mettere in parole quelle cose stesse che lui definiva inconcepibili in italiano, secondo la concezione stessa della parola parlata, ma che anzi assumevano un significato diverso se la stessa cosa era definita con la parola italiana o cun sa limba ‘e Mama, con la lingua della Mamma, la lingua della propria terra. E allora lo stesso suo nome, Michelangelo Pira, era sentito come il nome dello Stato, il nome della Scuola propria; il nome del cuore, della terra, de Babbu e Mama, era Mialinu ‘e Crapinu, il nome di quella Scuola impropria che sempre ha ricoperto fondamentale importanza nella produzione filosofica e antropologica di Mialinu.

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Allora, per tornare al post di Roberto, del quale vi invito alla lettura, credo che il senso della morte per queste realtà potrebbero essere ridiscusse e considerate sotto punti di vista antropologici e storici, fedelmente riportate da alcune parole del testo di Mialinu (anche se potrebbero essere utilizzate tutte), specialmente quando egli afferma la differenza tra gli uomini di città, “estitos che mortos in baule“, e di quella “zente de bidda” che incarna ancora e sempre quella vitalità che non si guadagna con il potere, con la fama, con il proprio nome scritto sui giornali, o la propria voce che offende le orecchie da una radio, o dalla televisione.

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Ma preferisco non dilungarmi troppo e lasciare direttamente a Mialinu il compito di spiegare, con la sua parlata bittese, quanto intende dire e quanto io intenda condividere del suo pensiero. La parlata bittese si può apprezzare se sentita in viva voce, ma letta forse assume coloriture forti e spigoli difficili da smussare: mi scuso se ho commesso qualche errore di scrittura, ma ritengo che il senso, comunque, sia comprensibile.

[…] Ma como, diat’esser tempus de mi torrare a bidda, e de bi lis contare de sa vita chi hachen’in zitate, e de bi lis’ispiegare chi sos chi si credent ominer vonos ca ‘nde ‘aeddan sos giornales, ei sa radio, e sa televisione, sunu, a narrer sa veritate, omineddos de pacu prus’a mancu, chi a sa zente savia nostra no diant’esser bonos mancu a li ligare sas iscarpas, si no haerent in manu totu su podere chi juchen e chi no ischin manch’issos proitte; ca d’onzunu de custos omineddos s’abbinzant chi no est fomine, ma est bia un’ingranaggiu de macchinas semper prus mannas e semper peus. Su chi mi timo meta, però, est chi sient diventatos carognas sos chi sunt restatos in bidda e chi de balenter veros no si ‘nd’acattet prus mancu inie! Chi a forzas de iscolas, de giornales, de televisiones, finamentra sos cumpanzos chi no hant appidu sa dilgrassia de cambiare pilu in zittate si siano venduti, si sien irmenticatos se su ch’ini. 

Custa zente de zittate! Chi no s’imbriacat mai! Chi misurat d’onzi paraula, d’onzi passu, e chi no ridet mai a iscracagliu, e chi cando riet movet e bia sas lavras, tottu a misura; e chi no ischit mancu pranghere cando b’hat de pranghere. Custa zente cheret timita. E a chie mi narat chi in bidda, pro una bria, b’hat zente chi si iocat a istoccatas, io rispondo che tutta quanta la gente in città la uccidono molto di più a colpi di penna, di emendamenti, di leggi, e prus e prusu de indifferenzia.

Custa zente de zittate! Chi istat dechinas e dechinas de annos chene si piccare un’imbreachera, cheret timita! Ca er zente morta! Chin su samben frittu che colovra.

Custa zente de zittate! Tottu chin s’arva hata, onzi die tottu lavata e bene estita, che mortu in baule, ieo la ido chi er zente morta. E mi naro su chi naraiat Achille a Ulisse cando si sunt abbovatos in sa idda ‘e sos mortos: chi er mezzus a esser zeraccu de unu zeraccu in mesu a sos vios, chi no a cumandare tottu sas trumas de sos mortos! E mi penso chi tottu sa pelea chi si picat custa zente morta de zittate, pro ider su lumen suo ei sa fotografia in giornale e in libros, o pro essire in televisione e pro abochinare lanas in sa radio, e in su telefono, e in iscolas, e in cunferenzias, e cussizzos, e uffizios, tottu custa mattana ‘e cuntierra appat unu mottivu ebbia: chi lu acan pro creder chi no sunu ispiritos e mancu animas degugliatas ma abberu pessones vias.

Ieo, cando ido sos lumenes e sas caras issoro, istampatas in sos giornales, o intenno sar voches issoro in sa radio, e mi los abbaito in televisione, ido chi sunu puppas, apparenzias vanas; ma issos inveze pessan: “Cussu so ieo e cheret narrer chi so viu, chi giuco una cara, e faeddo e appo unu lumene”. 

Est tottu un ingannu. Una tropea chi si sunt postos issos mattesi. Ma est unu contu longu. Ma si che ocamus tottu sa lana chi c’hat ammuntonatu supra seculos e seculos de ‘aulas, di bugie, si potet incurziare e ribuluziare.

 

Cagliari, Edizioni della Torre, 1983
Sos sinnos
Michelangelo Pira
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Non saprei aggiungere altro. Dopo che leggo queste parole, le leggo a voce alta, mi meraviglio sempre per i brividi che, anche in giornate afose, riesce a provocarmi questa voce profonda di Michelangelo Pira. E allora in queste parole trovo le risposte a quanto si domandava Roberto, sul senso dell’avulsione dalla morte che gli abitanti di quei luoghi fuori dal mondo tentano di conquistare, e qua torna in aiuto Mialinu, e mi piace riprendere una sua frase: “E mi penso chi tottu sa pelea chi si picat custa zente morta de zittate, tottu custa mattana ‘e cuntierra appat unu mottivu ebbia: chi lu acan pro creder chi no sunu ispiritos e mancu animas degugliatas ma abberu pessones vias”.

Silenzio.