“Il tuo conto è buono quando è vuoto”

Nel giro di pochi mesi Papa Francesco non ha fatto altro che rovesciare sossopra la Chiesa universale. Se si potesse trasmettere in wifi il pensiero e l’agire di Francesco a ogni religioso del mondo, ma anche a ogni uomo, qualunque sia la sua provenienza, risulta superfluo dire cosa diventerebbe il mondo.

“Il tuo conto è buono quando è vuoto” rischia di diventare una frase storica, una testimonianza di apostolato dell’agire che scavalca ogni confine e diventa Parola che si applica al vivere quotidiano. Certo questa frase potrebbe far venire la tachicardia a Ennio Doris, ma ci sarebbe subito pronta la Misericordina, che guarisce da ogni male… dello spirito!

“L’altro giorno al presidente di una fondazione, un europeo di 55 anni, ho spiegato che dovevo pagare una fattura di 30mila euro. All’improvviso si è offerto di pagarli lui. Mi ha detto, quasi sorpreso del suo gesto: “E’ la prima volta che faccio l’elemosina””.

Una candida ammissione che però denuncia lo stato di totale avulsione dalla vita quotidiana di certe persone, che nella loro fortuna vivono in un mondo ovattato e lontano da ogni più misera quotidianità.

Non dimenticherò mai questa frase: “Il tuo conto è buono quando è vuoto”. Mi ricorda le parole di San Vincenzo de’ Paoli quando disse “Sorridi quando porti da mangiare al povero, perché egli ti perdoni il privilegio che hai di aiutarlo”.

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Uno sguardo all’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, di Papa Francesco

Il 24 novembre, Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo, il Santo Padre Francesco ha portato a compimento il secondo documento del suo pontificato, il primo scritto interamente da lui: l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, la gioia del Vangelo. Un importante documento visto alla luce di un percorso che il Santo Padre ha voluto esplicare in cinque capitoli, intessendo il discorso sulla fondamentale trasformazione missionaria della chiesa, la crisi dell’impegno comunitario, la ripresa dell’annuncio del vangelo, in una dimensione sociale dell’evangelizzazione, una evangelizzazione promossa da evangelizzatori con spirito.

Ma affrontiamo una sintesi del documento ufficiale di Papa Bergoglio:

Nuova tappa evangelizzatrice caratterizzata dalla gioia
“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (1). Così inizia l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco. Si tratta di un accorato appello a tutti i battezzati perché con nuovo fervore e dinamismo portino agli altri l’amore di Gesù, vincendo “il grande rischio del mondo attuale”: quello di cadere in “una tristezza individualista” (2). “Anche i credenti corrono questo rischio” (2), perché “ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua” (6): un evangelizzatore non dovrebbe avere “una faccia da funerale” (10). E’ necessario passare “da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria” (15).

Riforma delle strutture ecclesiali
Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi” (11). L’appello rivolto a tutti i cristiani è quello di “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”: “tutti siamo chiamati a questa nuova ‘uscita’ missionaria” (20). Si tratta “di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” e che spinge a porsi in uno “stato permanente di missione” (25). E’ necessaria una “riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” (27). Partendo dalle parrocchie, il Papa nota che l’appello al loro rinnovamento “non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente” (28). Le altre realtà ecclesiali “sono una ricchezza della Chiesa”, ma devono integrarsi “con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare” (29). 

Conversione del papato
Quindi aggiunge: “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato” perché sia “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. Giovanni Paolo II “chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Siamo avanzati poco in questo senso”. “Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente». Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (32).

Concentrarsi sull’essenziale
Riguardo all’annuncio, afferma che è necessario concentrarsi sull’essenziale, evitando una pastorale “ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere” (35): “in questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto” (36). Succede che si parli “più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio” (38). “A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature” dice: “in seno alla Chiesa … le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola” (40). Circa il rinnovamento, afferma che occorre riconoscere consuetudini della Chiesa “non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia”: “non abbiamo paura di rivederle”. (43). 

Una Chiesa con le porte aperte
“La Chiesa – scrive il Papa – è chiamata ad essere sempre la casa aperta del padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così “l’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (47). Quindi ribadisce quanto diceva a Buenos Aires: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli” vivono senza l’amicizia di Gesù (49).

Sistema economico attuale ingiusto alla radice
Parlando di alcune sfide del mondo attuale, denuncia l’attuale sistema economico: “è ingiusto alla radice” (59). “Questa economia uccide”, fa prevalere la “legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’” (53). C’è la “nuova tirannia invisibile, a volte virtuale”, di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista” (56). Il documento affronta poi gli “attacchi alla libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza. In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista” (61). 

Individualismo postmoderno snatura vincoli familiari
La famiglia, “cellula fondamentale della società” – prosegue il Papa – “attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo, quindi, “il contributo indispensabile del matrimonio alla società” (66), il Papa sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”(67). 

Tentazioni degli operatori pastorali
Il testo affronta poi le “tentazioni degli operatori pastorali”. Il Papa, afferma, “come dovere di giustizia, che l’apporto della Chiesa nel mondo attuale è enorme. Il nostro dolore e la nostra vergogna per i peccati di alcuni membri della Chiesa, e per i propri, non devono far dimenticare quanti cristiani danno la vita per amore” ((76). Ma “si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore” (78); in altri si nota “una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana” (79). “La più grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità” . Si sviluppa “la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo” (83). Tuttavia, il Papa invita con forza a non lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” (84). Nei deserti della società sono molti i segni della “sete di Dio”: c’è dunque bisogno di persone di speranza, “persone-anfore per dare da bere agli altri” (86). “Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (88).

Dio ci liberi da una Chiesa mondana
Denuncia quindi “la mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa”: consiste “nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale” (93). Questa mondanità si esprime in due modi: “il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo” e “il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che … fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché … sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. E’ una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare” (94). In altri “si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia”. In altri ancora, la mondanità “si esplica in un funzionalismo manageriale … dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione” (95). “E’ una tremenda corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” (97).

Più spazio nella Chiesa a laici, donne e giovani
Altra denuncia: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre!” per “invidie e gelosie”. “Alcuni … più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale” (98). Il Papa sottolinea quindi la necessità di far crescere “la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa”. Talora, “un eccessivo clericalismo” mantiene i laici “al margine delle decisioni” (102). “La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società”, ma “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”. Occorre garantire la presenza delle donne “nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali” (103). “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si possono superficialmente eludere. Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere”. “Nella Chiesa le funzioni «non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri». Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi” (104). Poi, il Papa rileva che i giovani devono avere “un maggiore protagonismo” (106). Riguardo alla scarsità di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata che si riscontra in molti luoghi, afferma che “spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso”. Nello stesso tempo, “non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico” (107).

La Chiesa ha un volto pluriforme
Affrontando il tema dell’inculturazione, il Papa ricorda che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” e che “la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità” mostrando la bellezza di un “volto pluriforme”. (116) “Non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde” (117). Il testo ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà popolare” (122). “Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!” (124). Il Papa incoraggia “il carisma dei teologi e il loro sforzo nell’investigazione teologica” ma li invita ad avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia” e a non accontentarsi “di una teologia da tavolino” (133).

Omelia: saper dire parole che fanno ardere i cuori
A questo punto, il Papa si sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie” (135). Innanzitutto, “chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio” (137). “L’omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento”, “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione” (138). Bisogna saper dire “parole che fanno ardere i cuori”, rifuggendo da una “predicazione puramente moralista e indottrinante” (142). “La preparazione della predicazione è un compito così importante che conviene dedicarle un tempo prolungato di studio, preghiera, riflessione”, rinunciando anche “ad altri impegni, pur importanti”. “Un predicatore che non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed irresponsabile verso i doni che ha ricevuto” (145). “Una buona omelia … deve contenere ‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). “Altra caratteristica è il linguaggio positivo. Non dice tanto quello che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio”. “Una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività” (159). 

Ruolo fondamentale del “kerygma”
“Nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o ‘kerygma’”. Sulla bocca del catechista risuoni sempre il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”(164). Ci sono “alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna” (165). Il Papa indica l’arte dell’accompagnamento, “perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro” che bisogna vedere “con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (169). 

Una Chiesa povera per i poveri
Ricorda, quindi, “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana” (178). Ribadisce il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo” (182). “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza nella vita sociale e nazionale”. “Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”. E cita Giovanni Paolo II laddove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al margine della lotta per la giustizia” (183). “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri” (187). “A volte si tratta di ascoltare il grido … dei popoli più poveri della terra, perché ‘la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli’. Deplorevolmente persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione di una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei popoli più ricchi” (190). Il Papa denuncia la “cattiva distribuzione dei beni e del reddito” (191). Quindi lancia un monito: “Non preoccupiamoci unicamente di cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di vita e di sapienza. Perché ‘ai difensori «dell’ortodossia» si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politici che le mantengono’” (194). In questo contesto “c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via” (195). “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. “Per questo chiedo una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci” (198). Il Papa poi afferma che “la peggior discriminazione che soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale” (200). “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema” (202). 

I politici abbiano cura dei deboli
“La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune” – scrive il Papa – “Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!” (205). Invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati”. Riguardo ai migranti esorta “i Paesi ad una generosa apertura, che, al posto di temere la distruzione dell’identità locale, sia capace di creare nuove sintesi culturali” (210). Il Papa parla “di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta delle persone” e delle nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” (211). “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza” (212).

Riconoscere dignità umana dei nascituri: aborto non è progressista
“Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo” (213). “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie” (214). Poi, l’appello a rispettare tutto il creato: “Piccoli, però forti nell’amore di Dio, come San Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (216). 

Voce profetica per la pace
Riguardo al tema della pace, il Papa afferma che è “necessaria una voce profetica” quando si vuole attuare una falsa riconciliazione che “metta a tacere” i poveri, mentre alcuni “non vogliono rinunciare ai loro privilegi” (218). Per la costruzione di una società “in pace, giustizia e fraternità” indica quattro principi (221): “il tempo è superiore allo spazio” (222) significa “lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati” (223). “L’unità prevale sul conflitto” (226) vuol dire operare perché gli opposti raggiungano “una pluriforme unità che genera nuova vita” (228). “La realtà è più importante dell’idea” (231) significa evitare che la politica e la fede siano ridotte alla retorica (232). “Il tutto è superiore alla parte” significa mettere insieme globalizzazione e localizzazione (234).

Una Chiesa che dialoga
“L’evangelizzazione – prosegue il Papa – implica anche un cammino di dialogo” che apre la Chiesa a collaborare con tutte le realtà politiche, sociali, religiose e culturali (238). L’ecumenismo è “una via imprescindibile dell’evangelizzazione”. Importante l’arricchimento reciproco: “quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri!”, per esempio “nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” (246); “il dialogo e l’amicizia con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù” (248); “il dialogo interreligioso”, che va condotto “con un’identità chiara e gioiosa”, è “una condizione necessaria per la pace nel mondo” e non oscura l’evangelizzazione (250-251); “in quest’epoca acquista notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam (252): il Papa implora “umilmente” affinché i Paesi di tradizione islamica assicurino la libertà religiosa ai cristiani, anche “tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!”. “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento” invita a “evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (253). E contro il tentativo di privatizzare le religioni in alcuni contesti, afferma che “il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose” (255). Ribadisce quindi l’importanza del dialogo e dell’alleanza tra credenti e non credenti (257).

Evangelizzatori con Spirito
L’ultimo capitolo è dedicato agli “evangelizzatori con Spirito”, che sono quanti “si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo” che “infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente” (259). Si tratta di “evangelizzatori che pregano e lavorano” (262), nella consapevolezza che “la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (268): “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (270). “Nel nostro rapporto col mondo – precisa – siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano” (271). “Può essere missionario – aggiunge – solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri” (272): “se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita” (274). Il Papa invita a non scoraggiarsi di fronte ai fallimenti o agli scarsi risultati perché la “fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata”; dobbiamo sapere “soltanto che il dono di noi stessi è necessario” (279). L’Esortazione si conclude con una preghiera a Maria “Madre dell’Evangelizzazione”. “Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto” (288).

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U purpu l’e cottu! Da Genova è tutto. A voi studio!

A Genova i lavoratori dell’Amt (un tempo sarebbero stati ferro-filo-tranvieri, ferro(viere), filo(via) e tranviere) hanno chiuso oggi pomeriggio lo sciopero che da 5 giorni bloccava la città. Neanche Berlusconi seppe fare meglio contro la città della Lanterna, nel 2001 quando disse che non voleva vedere neanche i panni stesi (salvo poi ritrovarsi un ragazzo steso per terra, ma questa è un’altra storia e potrei avere opinioni poco politically-correct a riguardo). 
Oggi, vedendo la riunione alla Chiamata del Porto ho pensato che la Genova di oggi non è tanto diversa dalla Genova dei tempi di Guido Rossa, quando si combatteva seriamente e i lavoratori si trovavano stretti tra due fronti: quello governativo e quello brigatista. 
Alla Chiamata, sarvognuno, si è vista quella parte di lavoratori che si attaccano al lavoro con le unghie e con i denti, perché tolto quello non gli rimane altro da mettere sotto gli stessi (i denti). La cosa negativa è però riassumibile in un cognome e in un concetto espresso in forma dialettale. Il cognome è quello del sindaco: Doria; il concetto espresso è quello dato da Burlando (anche su questo cognome si potrebbe parlare), quando ha twittato “U purpu l’e cottu” (il polpo è cotto), per poi subito precisare: “Mi sembra un accordo buono e positivo, l’unico possibile”. Ora vien da dire… conosciamo l’italiano, inteso come lingua parlata? Se l’accordo è buono e positivo, non mi dici subito dopo che è in realtà l’unico possibile! perché allora mi stai dicendo che altro non si poteva fare, e quindi che sia buono e positivo è veramente opinabile! 

L’immagine che questo momento mi evoca è la seguente… le parole non servono.

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TEODICEA, dall’Enciclopedia Italiana (1937), voce compilata da Guido Calogero

Termine filosofico introdotto nell’uso dal Leibniz col titolo del suo libro Essai de Théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine du mal (Amsterdam 1710), e rapidamente diffusosi anche nelle forme tedescaTheodicee e Theodizee e inglese Theodicy (e c’è anche la forma latinizzatatheodicaea). La forma della composizione linguistica è alquanto arbitraria, ma evidenti sono comunque i componenti, ϑεός “dio” e δίκη “giustizia”): la “teodicea” vuol essere infatti, come risulta già dal titolo del libro del Leibniz, una “giustificazione di Dio” rispetto al problema della sussistenza del male nel mondo e del libero arbitrio umano. In questo senso, quindi, il problema che fa sorgere l’esigenza di una teodicea e il tentativo di risolverlo appagando tale esigenza è di gran lunga anteriore all’età in cui il Leibniz coniò tale nome: per non ricordare altri esempî, il problema della teodicea è in tal senso centrale tanto nello stoicismo, che lo risolve deferendo alla provvidente saggezza della Ragione cosmica ogni accadere mondano e quindi considerando apparente ogni male, quanto in tutta la teologia cristiana medievale, anche in rapporto a quegli elementi della filosofia platonica e aristotelica che essa aveva assimilato in sé e che parimente, implicando una considerazione finalistica dell’accadere orientata verso la perfezione divina, ponevano l’esigenza di una giustificazione totale del mondo. Ma il Leibniz rende più vivo e specifico il problema imponendolo alla coscienza degli uomini anche mercé il nuovo vocabolo, e da allora in poi, e per tutto il Settecento, le “teodicee” si moltiplicano, specialmente in Francia e in Inghilterra, finché “teodicea” arriva addirittura a significare libro di devozione in generale. D’altra parte, anche dopo la critica kantiana della possibilità di una teodicea (Über das Misslingen aller philosophischen Versuche der Theodizee, 1791), che idealmente e cronologicamente ne conclude la settecentesca fioritura, il pensiero postkantiano si vale del termine trasferendolo a designare quella giustificazione dialettico-razionalistica dell’accadere, verso cui allora si orienta il gran problema agostiniano e vichiano e romantico della storia: e così il Hegel può dire, al termine delle sue lezioni sulla filosofia della storia universale, che la “verace teodicea, la giustificazione di dio nella storia” è la storia stessa, in quanto assoluta realizzazione dello spirito. S’intende peraltro che il problema della teodicea può così avere, nell’età moderna, un’ultima sopravvivenza nel problema della storia solo nei limiti in cui la provvidenzialità e autogiustificazione di quest’ultima continua a esser concepita teologicamente come razionalità oggettiva dell’accadere.

Dell’impossibilità di cantare ancora dopo Andrea Parodi

Carmelo Bene, in un’intervista su James Joyce affermava:

“Il libro di Joyce sarà un libro eternamente chiuso: in tutte le case del mondano, e io le frequento poco, ho visto sempre molto intonso l’Ulisse: è lì, in un angolino. Bisognava averlo! perché, magari non s’aveva altro, ma l’Ulisse doveva essere sul tavolo! Poteva entrar qualcuno da un momento all’altro… guai se non… l’Ulisse rappresentava il decoro, il décor del decoro degli anni Sessanta aver l’Ulisse […]

Io mi auguravo, nella mia visione e nel mio candore giovanissimo d’allora, che dopo questo libro, dico, beh qui nessuno finalmente scriverà [più] un libro… finalmente si ripubblicheranno i classici, come si deve!, e finalmente la gente in Italia rileggerà i classici. E invece no… si trova un’inflazione editoriale. Si continua a scrivere sonnecchiando, dimenticando, cercando di rimuovere l’Ulisse di Joyce”.

Queste erano le parole di Carmelo bene su un’opera capitale e che conta meno lettori (compiuti) di qualunque altro libro, data la totale astrusità del testo e difficoltà di comprensione… io stesso l’ho letto (mi vanto di essere arrivato fino all’ultima pagina), ma poco sono riuscito a comprendere e collegare a un filo-logico, che in realtà non esiste nell’Ulisse di Joyce!

Quando sentii queste parole mi venne subito alla mente Andrea Parodi. Non mi dilungherò in analisi fuori luogo, datosi che non mi ritengo un critico musicale, ne un esperto, se non del mio gusto personale: dirò semplicemente che, parafrasando Bene (Carmelo), dopo aver sentito Andrea Parodi cantare No potho reposare mi sarei aspettato che nessuno più avesse osato cantare questo stupendo monumento poetico all’amore che Andrea ha dedicato a un’imbarazzatissima Valentina Casalena, sua bellissima moglie, nel, credo, suo ultimo concerto, all’Anfiteatro di Cagliari nel 2006. 

E invece no.

Si continua a cantare questo struggente canto. Non mi si venga a dire che se ne perpetua la memoria e che un canto senza nuovi interpreti muore. 
No potho reposare è qualcosa che travalica il significato di ogni singola altra canzone. La polemica si apre e si chiude qua. Con una lacrima versata per Andrea e non solo per lui…

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22 novembre 1963 – 22 novembre 2013. 50 anni dall’assassinio in diretta mondiale del 35° Presidente degli USA

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“Gli americano sono il popolo più stupido del mondo”. Così sentenziava laconicamente un signore all’uscita dal Padiglione Stati Uniti della Biennale d’Arte di Venezia 2013 domenica scorsa. Giudizio tutt’altro che infondato, vista l’installazione del Padiglione in questione. Ma questa è un’altra storia. 

Mi preme dire un paio di cose sull’anniversario che si è celebrato oggi: mezzo secolo fa moriva per le strade di Dallas JFK. Mezzo secolo fa si apriva dunque una data fondamentale per gli USA, nazione che vive di celebrazioni, memoriali, commemorazioni e quant’altro, senza peraltro spostarsi indietro di più di due secoli, vista la giovane età della “nazione-più-potente-del-mondo”. 

Dall’11 settembre e l’attacco all’America al 24 ottobre e il famoso “giovedì nero” di Wall Street; dal 14 febbraio e la strage di San Valentino al 9 aprile anniversario della fine della Guerra di Secessione americana… per non dimenticare il 15 aprile con l’assassinio di Abramo Lincoln e ovviamente il nostro 22 novembre. Quando ero un po’ più idealista, e riconoscevo le mie idee scritte nelle pagine di Mussolini, amavo acquistare il calendario del Duce: esso riportava, cada die, ricorrenze tra le più disparate: dalla Battaglia del Grano alla Dichiarazione di Guerra alla Francia e Granbretagna (il discorso del “scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”, per intenderci), dalla morte di Bruno Mussolini alla morte di Mamma Rosa Maltoni. Roba da nostalgici. Eppure gli USA ancora oggi masticano pane e nostalgia (breve, come abbiamo già detto… molto breve!).

Ma quello che mi fa più riflettere è il reale contenuto di questo anniversario: cosa ricorre oggi? L’ennesima dimostrazione di quanto siano contorti come paese gli USA o semplicemente l’omicidio della più alta carica di quel paese? Credo che la risposta sia tutta nel concentrare in giuste dosi entrambi gli aspetti:

JFK viene celebrato ad perpetuis come l’uomo simbolo del suo tempo.
Un tempo che ha visto gli Usa quasi pronti a trascinarci nella III° guerra mondiale contro la Russia di Nikita Sergeevič Chruščëv.
Un tempo che ha visto gli Usa impegnati nella disastrosa campagna di conquista del Vietnam, e sappiamo tutti come andò a finire.
Un tempo che ha visto gli Usa in prima linea… nella discriminazione razziale! Nel 1954 sugli autobus ancora ci si sedeva secondo il colore della pelle.

Non voglio comunque dilungarmi in una snervante corsa alla demolizione di un simbolo che, al pari di quello di Che Guevara, ormai non incarna più nient’altro che se stesso, vuotato di ogni significato politico e seminascosto dietro quel sorriso smagliante e la capigliatura folta che a quanto pare fecero impazzire Marilyn (ci voleva poco visto lo scarso peso specifico della materia grigia della signorina).

Dopo la presidenza di Kennedy, bruscamente interrotta abbiamo detto, successe alla carica il democratico Lyndon B. Johnson, fino al 1969, quando salì i gradini di Capitol Hill il repubblicano Richard Nixon.

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Uomo che tutti ricorderete per il coinvolgimento nel Watergate: fu uno scandalo politico scoppiato negli Stati Uniti nel 1972, causato da alcune intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano (del quale Nixon faceva parte).

Forse un po’ meno ci si ricorda di Nixon per la sua poco folgorante carriera cinematografica; ma quel che è più grave, e se non grave almeno scorretto, è che poco si conosce della sua attività di 37° Presidente degli States.

Brevemente:

Il ritiro graduale dalla guerra del Vietnam e il disimpegno americano dall’Indocina;
Le missioni lunari Apollo;
L’abbandono nel 1971 dello standard aureo per il dollaro, ossia l’abolizione del sistema di cambi fissi stabilito nel 1944 dalla Conferenza di Bretton Woods che prevedeva convertibilità delle valute in dollari e dei dollari in oro, e una notevole riduzione dell’inflazione durante i primi anni ’70.
La normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese
La più significativa riforma delle politiche ambientali dai tempi di Theodore Roosevelt.
La firma a Mosca del trattato per la limitazione delle armi strategiche, con il mastino Breznev.

Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma rischierei di annoiare. Il messaggio però che voglio far passare non è quello che Nixon sia stato in realtà migliore di JFK: in realtà il disimpegno americano dall’Indocina pare avvenne solo dopo una serie di iniziative di Nixon controverse e aggressive; le controverse assicurazioni sanitarie sono state assunte durante la sua presidenza. 

Quello che vorrei in effetti dire è che è veramente osceno il cerimoniale che si spreca attorno alla figura di un Presidente che come unico merito pare sia stato quello di dire ai berlinesi Ich bin ein Berliner (senza considerare che fu semplice dirlo anche con la Germania divisa se si pensa che lo disse ovviamente nella Berlino dell’Ovest, e non in quella dell’Est, dove forse era un po’ più complicato per un americano dirsi berlinese! Oppure unico merito quello di essere centrato in pieno da una pallottola sparata da chissà chi… Un mio compaesano azzardò l’ipotesi che Kennedy fu sparato con una pallottola di ghiaccio, da li quindi risolto il mistero del mancato ritrovamento della pallottola (che per altro fu ritrovata eccome! ma vai a spiegarglielo alla buonanima di Zio Peu, che forse aveva travisato la parte del Rapporto Warren che parlava di “pallottola magica”, ma non per questo scomparsa!).

Chi conosce John Fitzgerald Kennedy per quello che è stato, e non per quello che gli hanno fatto?

 

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Burghidu, il nuraghe della vergogna

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Ho visitato il sito nuragico di Burghidu, in agro di Ozieri. Come sempre faccio prima di recarmi ovunque ci siano testimonianze storiche di qualunque epoca, ho provveduto a reperire informazioni sul sito stesso e come dato dominante ricevevo quello che il Nuraghe Burghidu è pericoloso per via di crolli e cedimenti strutturali che stanno interessando da chissà quanto tempo questo maestoso esemplare.
Nel punto più alto, ovvero quello che maggiormente affiora dal terreno, il mastio centrale raggiunge almeno i 15 metri di altezza e le fattezze di questa torre sono tali per cui lo studio che si potrebbe condurre sarebbe davvero notevole, per le tecniche di costruzione dei nuragici da una parte e per evitare in futuro errori commessi da noi “uomini moderni” in quanto a incuria e insensibilità storica e culturale dall’altra.
Nella disgrazia del danno che il tempo e la negligenza umana hanno causato a questo mirabile esempio di architettura nuragica, un elemento positivo c’è: il crollo ci permette di vedere una sezione perfetta del Nuraghe, in maniera tale che oggi si può apprezzare la tecnica costruttiva impiegata in questo sito. 
Ma ciò non deve consolarci e non deve lasciarci inattivi ancora per troppo tempo. Il Nuraghe Burghidu versa in uno stato drammatico di conservazione. La 
Sovrintendenza, il Comune di Ozieri, la Comunità Montana, i proprietari del terreno su cui sorge il Nuraghe, o chi per loro, hanno piazzato sul posto un cartello molto eloquente con scritto: PERICOLO CROLLI. Ovviamente il solito buontempone ha provveduto a impallinare il cartello per renderlo ancora più precario e il bestiame che pascola inconsapevole sulla piana del Nuraghe, magari nell’atto di grattarsi qualche parte del corpo difficilmente raggiungibile, ha ben pensato di utilizzare il cartello istituzionale, piegandolo clamorosamente al suolo.
Entrare in quel Nuraghe significa rischiare la vita, e non è un eufemismo. Ormai ridotto a nido d’uccelli di ogni sorta, con i pavimenti completamente ricoperti di guano e le pareti schizzate dallo stesso e il conseguente odore fetido che ammorba l’intero sito, il Nuraghe Burghidu attende, ormai da secoli io credo, un intervento serio e tempestivo, quantomeno di puntellamento, onde evitare ulteriori disfaciment.. 
Parole al vento. Il Nuraghe rimarrà, ahinoi, così per chissà quanto tempo ancora, senza che qualcuno si accorga di ciò che esso rappresenta. Un gioiello incustodito che urla nella piana di Chilivani tutta la nostra vergogna. Vergogna di un popolo che non raccoglie le spoglie del suo passato storico e che non si cura se testimonianze importantissime di una civiltà, la prima civiltà in quanto tale in Europa, crollano, collassano e spariscono nei meandri del tempo.